giovedì 8 ottobre - UAAR - A ragion veduta

Arte e Ragione

Per molti secoli in Europa lo studio della medicina ha dovuto convivere con l’azione censoria e limitante della chiesa. Anche se la storiografia moderna tende a revisionare la classica idea del Medioevo come epoca “buia”, i documenti raccontano chiaramente il paradosso in cui si muoveva la cristianità fino a oltre l’Umanesimo e il Rinascimento: lo studio, la cultura e la ricerca erano prevalentemente appannaggio della chiesa, e la chiesa non poteva accettare che studio, cultura e ricerca andassero oltre i limiti posti dalle sacre scritture.

Nel caso particolare della medicina, c’era un problema ulteriore: il chierico esperto in cure e guarigioni poteva diventare molto ricco grazie al suo lavoro, e questo l’avrebbe inevitabilmente “distratto” dalla preghiera e dall’opera pia. Il quarto concilio ecumenico lateranense del 1215 mette nero su bianco la proibizione per i chierici di occuparsi di “chirurgia”: questo porterà, nei tempi successivi, al fiorire della professione medica slegata dalla ricerca, tramite i cosiddetti “barbieri-chirurghi”, mentre lo studio teorico fine a sé stesso verrà semplicemente definito “medicina”.

In questo contesto il “medico” è assimilabile a un filosofo e deve ingegnarsi parecchio per poter verificare scientificamente le sue teorie, anche se a partire dal 1300 sono sempre più numerose le università che consentono, al loro interno, la dissezione di cadaveri. Presto questa pratica comincia a interessare anche agli artisti, che nel Rinascimento diventano ossessionati dalla riproduzione quanto più fedele possibile della figura umana.

Leonardo è tra i più celebri sezionatori di cadaveri a scopo più estetico che medico, in un momento in cui l’operazione è ancora vista con grande sospetto. Non sorprende che vi sia qualche libertà in più nell’Europa riformata: il primo trattato moderno di anatomia si deve a un medico fiammingo, Andreas van Wesel, italianizzato in Andrea Vesalio, e viene pubblicato a Venezia (città cattolica ma da sempre poco propensa a seguire pedissequamente il papato) nel 1543. È proprio nell’Europa riformata che l’anatomia avanza con decisione nel secolo successivo, durante il quale diventa possibile addirittura celebrare un medico mostrandolo intento a dissezionare un cadavere: è quello che avviene nell’opera in oggetto, realizzata da Rembrandt nel 1632.

Il protagonista è il dottor Nicolaes Tulp, titolare della cattedra di anatomia dell’università di Amsterdam. È la locale gilda dei medici a commissionare il dipinto: attorno al cadavere si raccolgono dottori e studenti, i cui nomi compaiono su un libro tenuto in mano da uno degli astanti (le due figure a sinistra sono probabilmente aggiunte successive). Il protagonista sembra intento a mostrare i tendini del braccio sinistro: il cadavere è, come si usava, quello di un criminale condannato a morte, e ne conosciamo addirittura l’identità (è Het Kindt, impiccato nel gennaio di quell’anno). Il forte chiaroscuro, tipico del linguaggio seicentesco e cifra stilistica in particolare di Rembrandt, mette in evidenza i volti dei dottori, caratterizzati da espressioni tra l’attento, il sorpreso e il disgustato.

L’intento di un’opera come questa è chiaramente celebrativo, ed è proprio questo a renderla interessante: è passato relativamente poco tempo da quando Leonardo era costretto a sezionare cadaveri di nascosto, la chiesa ufficialmente vieta ancora la chirurgia, ma in molte parti d’Europa la scienza va avanti, e si fa fiera anche delle sue pratiche più oscure e “disturbanti”.

Mosè Viero


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