lunedì 8 novembre - angelo umana

Ariaferma

Leggendo dei trascorsi del regista e degli attori di questo film và riconosciuto che si tratta di persone che hanno davvero “studiato” di cinema e teatro, gente che si è applicata con rigore alla settima arte. Da ciò deriva l'alta qualità del cast, nomi di lavoratori dello spettacolo leggendo i quali su una locandina non si può non voler andare a vedere l'opera (Che tempo che fa ha fatto per il film una buona intervista ai due maggiori protagonisti).

Qui l'ambientazione è in una specie di fortezza antica, ora carcere in disuso che và svuotato e i 12 reclusi trasferiti, e il paesaggio è quello montagnoso di un'isola mediterranea, con severe rocce squadrate e inospitali, incutono timore e mistero osservandole a inizio film. Restano in mente i rumori del carcere, il fragore dei cancelli delle celle, gli ordini. Nei giorni in cui il film circolava sugli schermi è stata ascoltata in qualche canale radiofonico la testimonianza di Gaetano Murana, il palermitano che scontò 18 anni ingiustamente di prigione, accusato dal falso pentito Scarantino di aver partecipato alla strage di via d'Amelio nel '92. Murana dice della violenza degli agenti con cui fu prelevato a Palermo e portato proprio nell'isola di Pianosa, dei pugni calci sevizie e angherie subite: a questo fa pensare l'atteggiamento delle guardie carcerarie del film, che devono custodire questi ultimi reclusi in attesa del trasferimento ad altre prigioni. La piccola comunità, in assenza della direttrice del carcere, deve autogestirsi, ora agli ordini del più alto in grado degli agenti, l'”ispettore” Tony Servillo, quello più di buon senso. Altra figura memorabile è Fabrizio Ferracane, più impulsivo e uso alle coercizioni a cui i carcerati sono sottoposti, e poi … c'è il presunto boss Lagioia (Silvio Orlando), quello con più autorità tra i reclusi, esistono le gerarchie sia tra i militari che tra i detenuti. Risulta difficile però avere timore di un malvivente col viso di Orlando, più assimilabile a quel professore buono e timido del film La Scuola o a quel papà tenero de La variabile umana.



Ecco, il film e la sceneggiatura di Leonardo Di Costanzo – sempre attento alle relazioni tra esseri umani, preferibilmente classi sociali umili o “normali”, vedi L'intrusa - sembra essere un decalogo, un esempio istruttivo di cosa avviene nelle carceri e come sarebbe se … ! Se la convivenza fosse più umana - la sudditanza a cui sono sottoposti i reclusi, a volte violenti a volte casi umani, spesso trattati da “formiche”, cui rivolgersi nel modo più insolente e impositivo, quasi a non considerarli uomini ma “sottospecie”, però questo è un compito più adatto a psicologi o assistenti sociali. Invece nell'Ariaferma (o sospesa, in quei giorni che sembrano unire le due umanità) succede, il film realizza una convivenza ravvicinata tra persone: mangeranno assieme, il “boss” Lagioia farà da cuoco, qualche detenuto userà per necessità il bagno degli agenti, il più giovane tra loro si prenderà cura del prigioniero anziano reietto, rifiutato da tutti. Un quadro idilliaco, ottimista, da buoni sentimenti: si saluteranno i detenuti e le guardie come compagni dopo una colonia estiva, ognuno avrà capito i drammi dell'altro. Sarà smentito l'ispettore Servillo, aveva detto al “boss” che mentre lui lì faceva un lavoro e la notte dormiva tranquillo nel suo letto, senza peccati o debiti da pagare, l'altro era in prigione. Ma in fondo la loro condizione era molto simile.

Qualche riserva sul risultato di questo lavoro: sembra un bel compito, svolto bene, con le migliori intenzioni, teso a svegliare i buoni sentimenti nello spettatore, con gli sguardi sfingei di Servillo, ma il film sà un po' di Ariaferma.




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