giovedì 22 aprile - Phastidio

Argentina: metti controlli, togli controlli

A colpi di martellate e decreti presidenziali, l'Argentina si barcamena con le sue (scarse) riserve valutarie, attendendo il nuovo aiuto del FMI

 

Oggi torniamo a occuparci della situazione in Argentina. Ancora?, direte voi, ormai sfiniti dal ricorrere di questi argomenti, manco fosse Alitalia. Avete ragione ma solo in parte. Nel senso che, seguendo il dipanarsi di questi decenni della marmotta, il mio futile obiettivo, che puntella uno sforzo altrettanto inane, è cercare di far comprendere che i pasti gratis non esistono, e che ci sono alcune dinamiche economiche di base che sono ineludibili, pena incartarsi in soluzioni posticce e propaganda. In pratica, le cose che accadono in Italia ormai da lustri.

L’Argentina, si diceva. Il governo del presidente Alberto Fernandez è impegnato a negoziare la rimodulazione del gigantesco debito col Fondo Monetario Internazionale, contratto dal predecessore Mauricio Macri sulla base di un tragico errore: cercare di risparmiare ai propri connazionali un doloroso aggiustamento macroeconomico, che gli argentini da tempo immemore rinviano, consegnandosi mani e piedi alla volubilità dei mercati finanziari internazionali per reperire la preziosa valuta che al paese continua a scarseggiare per i sopracitati errori macroeconomici.

Inflazione alta, corsa alle valute forti

Il paese resta piagato da elevata inflazione, frutto di monetizzazione del deficit e di aggiustamenti delle tariffe amministrate, che avevano raggiunto livelli palesemente insostenibili in termini di assorbimento di risorse di bilancio.

Quando l’inflazione è alta, la cittadinanza si rifugia nell’acquisto di valute forti, tipicamente il dollaro, ma così facendo si riducono le riserve valutarie, che servono per pagare le importazioni di beni essenziali, materie prime e semilavorati. Altro punto su cui richiamo la vostra attenzione: per pagare le importazioni, serve una valuta accettata dal venditore. Ahi.

Attualmente, le riserve valutarie lorde argentine sono pari a circa 40 miliardi di dollari ma quelle nette sono molto inferiori, a circa 5,5 miliardi. Si tratta di circa otto mesi di importazioni, al valore corrente.

Quando i prezzi domestici aumentano, i governi si rifugiano nel controllo dei prezzi. Così facendo, distruggono la redditività dei produttori, che di conseguenza smettono di investire e a volte pure di produrre.

Vincoli all’import? Guai a export e produzione domestica

Se poi obiettivo è anche quello di non perdere preziosa valuta con le importazioni, e quindi comprimere quest’ultime ignorando che servono alla produzione domestica, ecco che il corto circuito si compie. Il governo argentino ha quindi introdotto un sistema in base al quale, da aprile, le maggiori imprese per fatturato dovranno fornire informazioni mensili su prezzi di vendita, volumi di produzione e vendita e scorte di prodotti finiti e intermedi.

Le misure riguardano soprattutto produttori di beni di largo consumo e ampio impatto sul paniere dell’inflazione. Al contempo, per risparmiare valuta, il governo ha aumentato gli ostacoli burocratici alle importazioni, ad esempio limitando le licenze automatiche. Il risultato, non sorprendentemente, è un aumento dei tempi di produzione e dei prezzi al consumo, sia da costi che da penuria. Situazione che è particolarmente pesante nell’industria della trasformazione alimentare.

Dando per scontato che saranno accusate di affamare il popolo, le aziende tagliano gli investimenti, e possono anche finire fuori mercato per distruzione dei margini. Ma ribadisco il senso: queste sono iniziative che coesistono con la storia dell’umanità e del populismo. Ve le sto segnalando affinché possiate riconoscerle quando le incontrerete, magari in contesti a voi più vicini.

Caccia alla valuta

Ovviamente, se la bilancia valutaria migliorasse, molta di questa tensione a ostacolare le importazioni verrebbe meno. Ma come potrebbe accadere, questo miglioramento della bilancia valutaria? In essenza, attraverso un aumento delle esportazioni o un afflusso di capitali, attratti dall’economia argentina. La seconda ipotesi la scartiamo, come detto. C’era caduto Macri con entrambi i piedi, ma sappiamo come è finita.

Un aiuto verrà dalla ripresa dei prezzi delle materie prime sui mercati internazionali, e infatti il governo argentino attende con ansia il raccolto agricolo per tornare a respirare. Ammesso di non vessare gli esportatori con tasse e vincoli valutari, che potrebbero spingerli a non vendere subito la produzione, in attesa di tempi migliori.

Argentina Pesos

Argentina Pesos

L’altra misura necessaria per migliorare la bilancia valutaria è la distruzione di domanda interna, cioè colpire i consumi per abbattere le importazioni. Quando ciò si rivela impraticabile, cioè quasi sempre, si ricorre al controllo dei movimenti di capitale. Che tuttavia, come detto, causano rialzi dei prezzi. E non se ne esce.

Un ulteriore aiuto al paese potrà venire dalla decisione del Fondo Monetario Internazionale di creare una nuova emissione di diritti speciali di prelievo (Special Drawing Rights, SDR), la “moneta” del Fondo, che aiuta i paesi più poveri a pagare le importazioni.

Come detto, quindi, obiettivo è frenare l’esportazione di valuta da parte delle aziende. Solo che, dietro questa espressione, si cela non tanto il capitalista affamatore di popoli quanto l’esigenza di pagare importazioni che andranno a produrre beni per il mercato domestico. Ecco quindi che lo scorso 6 aprile è stato emanato un decreto presidenziale in cui vengono in apparenza rilassati i controlli di capitale.

Libertà valutaria vigilata

Sino a quel momento, le aziende dovevano chiedere il permesso per rimpatriare i profitti all’estero, misura che colpisce le multinazionali che operano in Argentina. Inoltre, le aziende con attivi liquidi detenuti all’estero devono usare quelli prima di poter accedere al mercato valutario domestico. Ancora, le imprese con debiti valutari in scadenza per oltre due milioni di dollari mensili devono presentare un programma di “ristrutturazione del debito” prima di poter comprare la valuta necessaria per servire quel debito.

L’effetto immediato è stato, come detto, un crollo degli investimenti. Il governo è corso al riparo stabilendo che le aziende che investono oltre 100 milioni di dollari in progetti che produrranno esportazioni potranno usare liberamente sino al 20% dei ricavi valutari prodotti da tali progetti, con un tetto al 25% del valore dell’investimento. Le aziende potranno anche depositare quella valuta presso filiali estere di banche locali o depositi in dollari di banche domestiche. Troppa grazia.

Solo per quindici anni, approfittatene

Fa sorridere il fatto che questa misura sia valida “per i prossimi 15 anni, per progetti d’investimento autorizzati”. In un paese in cui le norme cambiano spesso in meno di 15 giorni, non è male. Come che sia, la misura appare non in grado di cambiare le condizioni di fondo, minate da politiche macroeconomiche ondivaghe, forte incertezza regolatoria e controllo dei prezzi. Senza contare che le piccole e medie imprese ben difficilmente potranno accedere ai “benefici” della misura, data la soglia molto elevata.

Pensate comunque, osservando le gride manzoniane sopra indicate, la quantità impressionante di timbri, carta e ceralacca per approvare anche i respiri, e il prelievo patrimoniale attuato dalla burocrazia, i cui proventi finiranno magari in conti in dollari di là dal confine, in Uruguay. Il governo prende tempo in attesa che entri preziosa valuta, sperando che non la sperperi, magari al noto grido “abbiamo un tesoretto!”. Il tutto, non scordiamolo, sotto il tallone mortale della pandemia, che ha schiantato il paese come tutti quelli dotati di vasto settore informale, cioè sommerso.

Metti il vincolo, allenta il vincolo. Non esiste bacchetta magica, siamo d’accordo. Ma l’Argentina continua a essere il modello di tutte le cose che si devono fare per mettere una pietra al piede e al collo della popolazione.

Foto di sebastian del val da Pixabay 




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