lunedì 2 gennaio - Aldo Funicelli

Anteprima inchieste di Report: le stragi mafiose, i tamponi rapidi e la scuola che funziona

La ricerca della verità sulle stragi del 1992-93, l'inchiesta sui tamponi rapidi in Veneto e poi come la Finlandia ha investito nella scuola perché è lì che si formano i cittadini di domani.

Lo stato che non riesce a i conti col suo passato

Lo scorso 23 maggio Report, in occasione dei trent’anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, aveva dedicato un servizio alla pista nera dietro questi attentati, una pista che portava al leader di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie. A distanza di anni – racconta Sigfrido Ranucci – nonostante la voglia di stendere un velo d’oblio su queste morti, emerge sempre qualcosa di nuovo e che getta luci ancor più inquietanti.
Si parte da lontano, dal 14 gennaio 1968, quando i paesi della vale del Belice erano sotto una coltre di neve: la prima scossa dell’ottavo grado sorprese le persone nelle case e rase tutti i paesi al suolo, affondando le macerie nel fango. Un giornalista scrisse “hanno assassinato la miseria”, storia di una agricoltura poverissima fatta di oppressione e mafia. I contadini di Poggioreale marciarono per anni contro il feudo per coltivare una terra lasciata marcire nelle mani dei baroni. Storia vecchia, si dirà, le cose oggi sono cambiate. A poca distanza dai paesi lasciati nelle loro macerie c’è il paese nuovo di zecca, anche se sarebbe stato possibile ricostruire quello vecchio, ma bisognava arricchire i costruttori e chi comanda in Sicilia sono sempre gli stessi.
“Questi ruderi sono l’emblema della memoria perduta” racconta Paolo Mondani, muovendosi un mezzo al muri crollati delle case dei vecchi paesi: la memoria di quanto presto noi italiani dimentichiamo e di quanto facilmente crediamo a menzogne disonorevoli.
 

Come nel caso della morte del maresciallo Antonino Lombardo: il 4 marzo 1995 nella caserma Bonsignore dei carabinieri di Palermo viene trovato senza vita in una Fiat Tipo bianca, una Beretta calibro 9 nella mano destra, una lettera vicino a lui. Ufficialmente suicidio, ma i figli dopo 27 anni dicono che fu un omicidio.
Oltre alla morte del maresciallo, c’è anche la vicenda della sua borsa, che quella sera aveva con se in automobile e che poi non venne ritrovata (come l’agenda rossa di Borsellino, i documenti di Dalla Chiesa ..): “credo che quel giorno lui sicuramente avesse qualcosa di delicato e di importante in quella borsa [anche perché in quei giorni era in contatto con Totò Cangemi]. Tornava da un viaggio molto importante ..”

A distanza di trent’anni dalle stragi del 1992-93 siamo ancora alla ricerca dei mandanti, non possiamo fermarci al livello mafioso (a meno di non volerci accontentare di una verità parziale, il che vorrebbe dire accontentarci di una mezza democrazia, di vivere in un paese che non sa fare i conti col proprio passato, che non sa fare pulizia al suo interno).
Perché insistiamo nel voler cercare la verità sulle stragi di mafia – racconta nel servizio Paolo Mondani? Perché come diceva un vecchio filosofo la storia si ripete sempre due volte, prima come tragedia, poi come farsa.

La farsa odierna – continua il giornalista – è la messa in scena dove onoriamo gli eroi con lacrime agli occhi e dichiariamo che i mafiosi cruenti sono stati sconfitti. Eppure c’è ancora chi nasconde le prove, depista e confonde, dietro i muri della procura di Palermo, dietro le carte qui custodite.
Carte che potrebbero riscrivere la storia del nostro paese, perché potrebbero confermare quei legami tra uomini dello Stato, mafiosi, servizi e personaggi della destra eversiva: tra questi, il fondatore di Avanguardia Nazionale (una formazione di estrema destra nata dal Movimento Sociale) Stefano Delle Chiaie, su cui sta indagando la DIA su incarico delle procure di Firenze e Caltanissetta (di cui si è occupato anche Marco Lillo sul Fatto Quotidiano).

La Procura della Repubblica di Firenze ha da tempo ripreso le indagini sulle stragi di mafia nel 1993, principali indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri che in passato sono già stati archiviati dall’accusa di essere i mandanti esterni delle stragi dai tribunali di Caltanissetta e Firenze. Ma ci sono importanti novità emerse da una recente relazione della commissione parlamentare antimafia sulla bomba di Firenze a via dei Georgofili nella notte del 27 maggio del 1993 dove morirono 5 persone tra cui una bambina di 9 anni e una di 50 giorni, principale estensore della relazione dell’antimafia è stato il procuratore Gianfranco Donadio (ex magistrato presso la DNA): “la relazione parte da un dato indiscusso, in via dei Georgofili furono collocati 250 kg di esplosivo, i mafiosi a Firenze disponevano all’incirca di 130-140kg di esplosivo, vi è una differenza di 100 kg, questi kg sono rappresentanti da esplosivo di natura militare, ad alto potenziale”.

 

Si tratta della teoria della doppia bomba, già emersa per la strage di Capaci (e anche per quella di Piazza Fontana, sebbene poi non si siano mai trovate prove a supporto)”.
Qualcuno che non è mafioso quindi aggiunge dell’esplosivo militare?

Nelle automobili dei mafiosi vi sono solo tracce di tritolo – risponde il magistrato – dobbiamo escludere che i mafiosi avessero altro, quindi altri hanno aggiunto alle cariche portate dai mafiosi esplosivo ad alto potenziale di tipo militare”.

La scheda del servizio: STATO D'ONORE
di Paolo Mondani

Collaborazione Roberto Persia

 

Report torna a indagare gli anni delle stragi in Italia. Ancora oggi emergono altri protagonisti, a lungo rimasti insospettabili, e uomini che per anni hanno scelto il silenzio.
La storia della nostra Repubblica continua a essere riscritta, e ora è sempre più evidente come nelle stragi del ’92 e ’93 ci sia la mano di mandanti esterni. Vi mostreremo per la prima volta l’informativa redatta dall’allora capitano dei carabinieri Gianfranco Cavallo, dove si segnalava la presenza di Stefano delle Chiaie a Capaci in cerca di esplosivo poco prima della strage. Una informazione dal grande valore investigativo, ma incredibilmente non approfondita dai carabinieri. Come mai?
Solo oggi rileggendo la storia capiamo come per individuare i responsabili dietro gli anni più bui della nostra Repubblica occorra tenere in considerazione gli elementi ricorrenti di un sistema al cui interno operavano uomini della destra eversiva, massoni, uomini dello Stato e mafiosi. Non è storia vecchia, oggi che la legislazione messa a punto per combattere la mafia da Falcone e Borsellino viene messa a dura prova e da ogni lato si moltiplicano i tentativi di riscrivere il periodo stragista e i suoi responsabili.

 

La gestione dei tamponi in Veneto

Report tornerà ad occuparsi della gestione della pandemia in Veneto, in particolare sui tamponi rapidi dove sarebbero emersi dai pareri falsi.

 

 

L’efficienza nella gestione della prima ondata da parte della regione Veneto era dovuto alla scelta, voluta dal dottor Crisanti, di effettuare campioni per tracciare il virus e i nuovi focolai prima che si estendessero. Con la seconda ondata la regione ha scelto di adottare i test rapidi, affidandosi al parere del dottor Rigoli: oggi le procure venete stanno cercando di capire se esista una correlazione tra questi tamponi rapidi e l’eccesso di mortalità, in special modo in alcuni contesti con grande granularità di dati come le RSA. Oggi la regione è sommersa dagli esposti dei parenti delle migliaia di anziani morti nelle RSA venete.
Marco Bonaldi è uno di questi, oggi si chiede: “i tamponi funzionavano o non funzionavano, perché si sono adeguati a questi anziché fare i tamponi molecolari [come nella prima ondata]. Avremmo risparmiato un po’ di vecchietti”.

Il dottor Crisanti aveva espresso parere negativo contro questi tamponi: “l’uso dei tamponi rapidi come strumento di screening, in una situazione dove avevano un basso valore predittivo, sicuramente ha contribuito alla diffusione del virus in ambienti protetti, tipo per esempio le RSA. Sicuramente la diffusione e la mortalità sono due parametri uno in relazione all’altro, più aumenta la diffusione più aumenta la mortalità”.


Sono stati comprati centinaia di migliaia di test rapidi su un test, almeno secondo l’accusa della Procura, fatto dal successore di Crisanti, il dottor Rigoli, fasullo.

Se questo fosse vero sarebbe di una gravità senza precedenti, perché significherebbe che la regione ha ignorato uno studio su 1500 casi e allo stesso tempo ha preso per buono quello che effettivamente non era uno studio [..] siamo di fronte ad una situazione di una gravità etica senza precedenti.”
I test rapidi hanno una validità del 70%: il Veneto ha puntato su di loro al punto che nel piano di sanità pubblica dell’ottobre 2020 li ha indicati come test di riferimento anche per gli operatori sanitari e per chi doveva accedere nelle RSA, contravvenendo alle indicazioni dell’OMS.

Crisanti (e anche altri esperti) aveva avvisato la regione che tre su dieci, di questi test non funzionavano: avevano delle maglie così larghe e fanno entrare in contatto persone vulnerabili con persone positive. La seconda ondata del covid nelle RSA in Veneto è stata un disastro, secondo Crisanti per l’uso di questi tamponi rapidi, con il 13% di deceduti di tutta l’Italia e la mortalità più altra tra tutte le grandi regioni, 1600 morti in più rispetto alla media nazionale.
Report ha sentito anche Nino Cartabellotta del Gimbe: “un tasso del genere, 159 morti per 100000 abitanti rispetto a quello nazionale che è di 105, fa accendere una spia rossa e bisogna porsi la domanda ‘perché in quel periodo in Veneto c’è stata una mortalità così elevata?’”.

Il dottor Rigoli era presentato dal presidente Zaia come l’Elon Musk del Veneto, uno che ha avviato la sperimentazione ante litteram prima di tutti: oggi è sotto inchiesta da parte della procura di Padova che ne ha chiesto il rinvio a giudizio per turbativa del mercato, falso e depistaggio. Avrebbe affermato il falso quando avrebbe affermato di aver effettuato una indagine tecnico scientifica sull’efficacia dei tamponi rapidi poi acquistati dal Veneto nel settembre 2020.
“Erano kit validati certificati CE IVD, quindi io non dovevo validarne la sensibilità e la specificità ..” è la risposta che ha dato oggi il dottore al giornalista.
La procura è partita dal servizio di Report dello scorso anno, dove si raccontava di una maxi fornitura di tamponi rapidi per diverse regioni, tra cui il Veneto, per 148ml di euro.

La scheda del servizio: LA GRANDE TRUFFA
di Danilo Procaccianti

Collaborazione Andrea Tornago

 

In Veneto durante la seconda ondata della pandemia è accaduto il disastro: ci sono stati 1600 morti in più rispetto alla media nazionale. Cosa è successo? Avevano puntato tutto sui tamponi rapidi, era il test di riferimento anche per gli operatori sanitari e per le Rsa, contrariamente alle indicazioni dell’OMS e anche a uno studio del prof. Crisanti. Dopo la nostra inchiesta dello scorso anno si è mossa la procura di Padova e ha chiesto il rinvio a giudizio di quello che per il governatore Zaia era l’Elon Musk del Veneto, il dottor Roberto Rigoli: sostanzialmente nella gestione della seconda fase della pandemia aveva preso il posto del professor Crisanti come braccio destro di Luca Zaia. I magistrati scoprono che a giustificare appalti milionari per i tamponi rapidi, ci sarebbero attestazioni scientifiche false. Nel corso delle indagini spuntano anche intercettazioni imbarazzanti.

La scuola in Italia (e nel resto del mondo)

Nel suo discorso di fine anno il presidente della Repubblica Mattarella ha voluto citare la scuola (e l’università e la ricerca) come le basi con cui creare gli italiani del futuro, se vogliamo dare al paese una visione, un futuro.
Report è andata in Finlandia per capire qual è il segreto dell’educazione in questo paese: la programmazione dell’educazione segue in Finlandia tutto un ciclo – racconta il servizio di Lucina Paternesi – dall’infanzia fino all’università, è il trionfo della democrazia, a tutti viene data un’opportunità, ma come?
Attraverso una pianificazione dei posti di studio – spiega a Report Dario Greco, professore all’università di Tampere ad Helsinky – quindi di quanti medici, quanti ingegneri avrò bisogno tra cinque, dieci o vent’anni. Dove voglio che l’economia del paese vada: ad esempio in questo paese alla fine degli anni ‘80 c’è stata una pianificazione rispetto all’innovazione tecnologica nel campo delle telecomunicazioni ed ecco che arriva il miracolo Nokia che, però, in realtà non è un miracolo perché è stato costruito.
Report è entrata in una di queste scuole: dentro si trova un asilo nido, una libreria comunale, un centro giovanile ed è frequentato ogni giorno da più di 800 ragazzi seguiti da un centinaio di dipendenti tra insegnanti e personale amministrativo e specializzato come la psicologa, gli assistenti di pedagogia. Tutto questo ha ovviamente un costo per la collettività: sono circa 4ml di euro l’anno, racconta la direttrice Hanna Sarakorpi solo per stipendi, costi di libri, quaderni e matite. Ma poi ci sono le spese del comune per il mantenimento dell’edificio, dei consumi e quant’altro. La visione dietro questa struttura è quella di investire nel futuro del paese, come conferma la ministra dell’istruzione Li Sigrid Andersson: “le scuole pubbliche sono finanziate dallo stato centrale in base ad alcuni parametri a cui vanno aggiunti i fondi delle singole municipalità. Negli ultimi anni abbiamo deciso di destinare più risorse in quelle aree in cui il tasso di disoccupazione è più alto e il livello di studi più basso”.
Qual è il segreto di un modello così efficiente?

 

E’ un sistema che abbiamo costruito negli anni, cento anni fa eravamo una nazione povera e rurale, oggi siamo un paese all’avanguardia proprio grazie all’istruzione pubblica, costruiamo la società del futuro partendo dalla base, dall’istruzione, e lo facciamo anche investendo molto sugli insegnanti, sono preparati, competenti e hanno un buono stipendio e sono molto rispettati per il ruolo che svolgono.”
La Finlandia investe solo 300 ml di fondi europei sull’istruzione e lo fa per migliorare la formazione e le competenze di adulti con percorsi formativi mirati. L’Italia invece nell’ultimo PON, il programma operativo nazionale, ha goduto di oltre di 2 miliardi di fondi europei di cui solo il 44% è stato effettivamente erogato agli istituti. Il tema è questo, spendere bene i fondi che si hanno a disposizione: spiega perché Paolo Iozzi preside dell’Istituto Comprensivo Fellini a Roma “spesso questi fondi diventano un incubo magari non sappiamo chi li possa gestire o come gestirli all’interno della scuola. Quando si parla di PON molto spesso anche i docenti stessi dicono ‘oddio un altro PON non ce la possiamo fare ’..”
I soldi che arrivano dall’Europa per gli investimenti strutturali devono essere rendicontati ma nei nostri istituti mancano le competenze.
Antonello Giannelli è il presidente dell’associazione naz. Presidi: “una volta fatta la progettazione in realtà non la conduciamo bene in porto perché non riusciamo bene ad effettuare la rendicontazione finale che viene effettuata sulla base di regolamenti europei, quindi uguali per tutti i paesi membri e lì perdiamo parecchio, perché circa la metà dei fondi che poi sarebbero impegnati poi non vengono erogati per questa difficoltà.”
Cosa impedisce di farci liquidare queste somme?

Se non abbiamo personale ferrato su queste procedure poi è evidente che la qualità della rendicontazione è bassa e questo esita in un 50% delle somme che non vengono riconosciute dall’Europa.”

Se solo sapessimo spendere bene i fondi che abbiamo a disposizione, potremmo cambiare il volto delle nostre scuole.

La scheda del servizio: LA BUONA SCUOLA
di Lucina Paternesi

Collaborazione Giulia Sabella

 

Nessun compito in classe, né interrogazioni o esami. Gli alunni sono liberi di uscire dall’aula, leggere libri o fare progetti manuali in base alle proprie vocazioni. E i risultati si vedono: secondo il programma PISA dell’Ocse gli studenti finlandesi sono ai primi posti per quanto riguarda la lettura, la matematica e le scienze. Pochissimi i fondi europei investiti, mentre la quota di PIL dedicata all’istruzione è quasi il doppio rispetto all’Italia, il 5% contro il nostro 2,9%. È questo il successo del sistema educativo e scolastico della Finlandia? In parte, ma non solo. Un viaggio nelle scuole migliori del paese per raccontare come, in appena cento anni, la Finlandia si è trasformata da paese rurale e povero in un paese all’avanguardia e tecnologico, dove trovano lavoro i cervelli italiani in fuga e dove ha trovato casa il primo preside italiano.

 

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione. 




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