lunedì 29 aprile - Aldo Funicelli

Anteprima inchieste di Report: le università telematiche, la caccia agli scafisti, le leggi sull’ambiente (e un aggiornamento sull’industria del marmo)

Il rapporto poco chiaro tra pubblico e privato (nelle università)

 

Report tornerà ad occuparsi del sindaco di Terni, Stefano Bandecchi, ancora al suo posto dopo le finte dimissioni dello scorso febbraio. Non è più presidente del consiglio di amministrazione della Università Telematica Nicolò Cusano, ma di fatto la situazione non è molto cambiata in quanto la proprietà a riconducibile a sue società.

Col risultato da arrivare a situazioni come quelle di cui si occuperà il servizio: dallo scorso settembre ogni giorno e ogni notte, 12 volanti di un servizio di vigilanza privata controllano le strade di Terni. Il loro compito è controllare nei borghi e nelle piazze le proprietà che ha il comune perché, come spiega lo stesso sindaco al giornalista di Report “Terni in termini di criminalità è uno schifo, non siamo riusciti a fermare l’ondata di spaccio di droga, c’è una microcriminalità di stranieri enorme..”
In realtà nella classifica della criminalità del 2023 Terni è 58 esima su 106 province, ma per garantire la sicurezza nella città che amministra il sindaco Bandecchi ha trovato un alleato in Unicusano, controllata da società dello stesso Bandecchi. L’ateneo paga 1 ml di euro per il servizio di vigilanza privato, per poi svolgere una ricerca sulla sicurezza proprio nel comune di Terni.
Ma l’idea della ricerca è nostra – assicurano dall’ateneo tramite la docente Anna Pirozzoli – “all’interno dell’analisi della percezione della sicurezza in un ambito territoriale ben definito, in questo caso il comune di Terni.”

Perché proprio Terni? “Dal momento che il fondatore dell’ateneo è diventato sindaco del comune abbiamo ritenuto non inopportuno presentare questo progetto che è stato prima approvato dalla governance del nostro ateneo e presentarlo all’amministrazione comunale di Terni.”

A Bandecchi dunque. Siamo maliziosi nel pensare che per il suo peso abbia avuto un ruolo importante nella decisione di approvare la ricerca?

Cosa risponde il sindaco? “Se dovete fare questa ricerca, fatela a Terni”, lo ha detto il Bandecchi di Unicusano al sindaco di Terni, sempre Bandecchi, “se io sono il fondatore di Unicusano, se io sono il sindaco e se io devo far risparmiare Terni, faccio fare una cosa all’università Unicusano che è un ente pubblico non Statale, va bene così, no?”
No, purtroppo le questioni di opportunità e di potenziale conflitto di interesse non entrano nella testa del sindaco di Terni. Ma poi, il comune aveva veramente bisogno di questo sistema di sorveglianza delle strade? Luca Bertazzoni ha seguito il lavoro della pattuglie e non si vede, dall’anteprima del servizio, tutta questa micro crimininalità.
Il cuore del servizio sarà però dedicato ad un altro punto: gli accordi tra la pubblica amministrazione e le università pubbliche e private per cui lo Stato, cioè noi, pagherà ai dipendenti pubblici il 50% dei costi per frequentare queste università, tra cui Unicusano. Dunque arriveremo ad una situazione in cui lo Stato finanzia enti privati come Unicusano che a sua volta finanziano la politica. Tutto è iniziato col protocollo Pa 110 e lode voluto dall’allora ministro Brunetta (oggi presidente pensionato al CNEL) per la formazione del personale della pubblica amministrazione: inizialmente in quel protocollo Brunetta escluse le università telematiche, fu una scelta politica? Bandecchi presentò ricorso al TAR, ma oggi il ministro Zangrillo ministro alla pa ha messo le cose a posto (per Bandecchi), estendendo anche agli atenei telematici questo accordo. “C’era una sentenza che ci richiamava sulla necessità di considerare le università telematiche come le altre e non fare figli e figliastri” risponde il ministro a Report: ma non è così, la sentenza chiedeva soltanto all’allora ministro Brunetta di rispondere sul punto, non c’era nessun obbligo nell’equiparazione. Quella di Zangrillo è stata solo una scelta politica.

La Lega aveva presentato un emendamento per far slittare di un anno l’adeguamento delle università telematiche agli standard qualitativi di quelle tradizionali: era stato presentato dal deputato leghista Ziello nello scorso gennaio e significherebbe ritardare di un anno l’adeguamento degli standard di università come Unicusano, tra i firmatari ci sono i colleghi di partito Iezzi e Ravetto. Nessuno ha accettato un’intervista, “dovete chiedere all’ufficio stampa, non faccio dichiarazioni” ha spiegato l’onorevole che, diversamente dai vari TG, ha declinato a rispondete alle domande di Bertazzoni. Iezzi se ne è uscito con “io l’ho sottoscritto ma non lo conosco [l’emendamento], se vuole parliamo di immigrati ..”. Alla fine l’emendamento è stato bloccato dal ministro Bernini che, di fronte alle telecamere di Report, spiega “tutti i parametri di qualità che noi possiamo inserire nelle università in presenza e telematiche, vanno inseriti, io devo garantire che le studentesse e gli studenti abbiano la miglior offerta formativa possibile”

La scheda del servizio: IL PEZZO DI CARTA

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico

 

Nel 2021 l’allora ministro per la Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta lancia il protocollo "Pa 110 e lode" che consente ai dipendenti pubblici di frequentare corsi di laurea a prezzi agevolati: il 50% è infatti a carico dello Stato. L’accordo, però, riguarda soltanto università pubbliche e private: le telematiche restano fuori. Stefano Bandecchi, fondatore di Unicusano, prima chiede di aderire, poi presenta ricorso al Tar: la sentenza stabilisce che la Funzione pubblica avrebbe dovuto rispondere, non obbligandola però alla stipula dell’accordo. Ma il nuovo ministro della P.A. Paolo Zangrillo ha subito esteso la convenzione anche alle telematiche del gruppo Multiversity, Pegaso, San Raffaele e Mercatorum. Lo Stato paga quindi il 50% della formazione dei propri dipendenti pubblici alle università private telematiche, che nel frattempo continuano a finanziare la politica.

 

La fine del teorema

Il GUP di Trapani ha messo, almeno per il momento, la parola fine a tutta la sceneggiata cominciata ormai sette anni fa, sui taxi del mare, ovvero l’accusa mossa alle ONG che opefavano nel Mediterraneo tra l’Italia e il nord Africa, per salvare le vite dei migranti.

Tutte le accuse di connivenza coi trafficanti di essere umani erano false: non aspettiamoci delle scuse né della nostra destra, quella dei blocchi navali, che su questa teoria ci ha fatto campagna elettorale. Niente scuse nemmeno da quella parte del m5s che pure aveva sposato la tesi dei taxi del mare e nemmeno dal PD stesso, che nell’era Minniti aveva siglato i famigerati accordi con la guardia costiera tunisina, il decalogo delle ONG e i decreti sicurezza che poi vennero ripresi da Salvini nel governo Conte I.

Ma questa sentenza non cambierà di molto la situazione dei migranti e, soprattutto, la politica italiana nei loro confronti: saranno sempre considerati l’origine di tutti i nostri mali, gli invasori, i criminali che arrivano in modo illegale per vivere alle nostre spalle.

Quanti politici hanno campato su questo teorema, falso come ha stabilito la magistratura?
Dopo il naufragio di Cutro, nella conferenza stampa (imbarazzante) la presidente Meloni aveva dichiarato la sua volontà di combattere gli scafisti su tutto il “globo terracqueo”: Report è andato ad intervistare uno di questi “pericolosi criminali”, si chiama Salman, arrestato nel 2018 con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

 

“Per loro sono un criminale italiano” racconta a Giorgio Mottola: non essendo riuscito ad ottenere un visto dal Marocco, nel 2018 decide di affrontare il viaggio verso l’Italia via mare, partendo da una città della Libia, Zuara, dove si imbarca su un gommone fornito da una organizzazione di trafficanti. Non è difficile ottenere un passaggio, non ci vuole niente – racconta a Report oggi – “nella Libia [il traffico di esseri umani] è diventato un business, lo fanno tutti, la cosa più difficile in Libia è trovare quelli che fanno questo lavoro veramente, non quelli che ti fanno morire dentro il mare”. Salman ha pagato 2500 euro per il viaggio, erano 93 persone dentro la barca, alcuni hanno pagati fino a 6000 euro. Salman non era mai stato a bordo di una barca: poco prima di partire un membro dell’organizzazione lo prende da parte e lo porta in una stanza, “mi ha detto prendi questo telefono [satellitare]”, oltre al telefono il trafficante consegna anche un biglietto su cui c’è un numero di telefono da chiamare in caso di emergenza in mezzo al mare. Emergenza che si presenta si dall’inizio del viaggio perché alla guida dell’imbarcazione i trafficanti avevano posto un altro migrante, un ragazzo della Guinea Bissau completamente inesperto.
“Il ragazzo mi ha guardato e mi ha detto io non so più dove andare, so guidare ma non so dove sono, aveva una bussola piccolissima che forse non funzionava .. dopo 4 ore ho scelto di chiamare questo numero, perché o chiami questo numero o muori dentro il mare”.
Al telefono risponde una nave militare spagnola che dopo qualche ora interviene a soccorrerli: ma quando sbarca in Italia Salman viene arrestato e trascorre oltre un anno in carcere, aver chiamato i soccorsi lo ha reso agli occhi della legge italiana uno scafista. Ora rischia una condanna a 5 anni per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

 

Non è che siccome ho fatto questa chiamata sono uno scafista. Prima non sapevo che dovevo fare un anno di carcere e l’indagine è ancora aperta dopo 5 anni, ora se il tempo torna indietro faccio questa chiamata sempre, anche se faccio il carcere. Sono fiero di fare quello che ho fatto, eravamo tanti, c’erano bambini, mamme”.


Senza quella telefonata sarebbero tutti morti.
E la coscienza di qualcuno più sporca. Ad averla la coscienza.

Ma come sono partite le inchieste sulle ONG: quella più importante è stata quella di Trapani, partita dalle denunce di agenti di sicurezza privata imbarcati sulle navi che hanno accusato le ONG di avere rapporti coi trafficanti. Uno di questi (della IMI Security Service) ha accettato l’intervista e racconta di aver contattato anche dei politici, inizialmente Alessandro Di Battista, allora deputato del M5S, poi la segreteria di Matteo Salvini spiegando cosa stavano facendo. Sono stati ricontattati dopo dieci minuti direttamente dal ministro: al telefono Salvini da a queste persone il numero di telefono di un suo collaboratore, Alessandro Panza, europarlamentare della Lega. Non li invitano a denunciare i fatti all’autorità giudiziaria, Salvini non ha nemmeno presentato lui denuncia, secondo il racconto di questo agente di sicurezza privata.

Per diversi mesi queste persone hanno contattato Panza mandando foto e le posizioni geografiche: come mai nessuno ha presentato denuncia?
A tenere i contatti con la Lega era una ragazza, lei manda tutte le notizie sulle attività delle ONG a Salvini, che poi venivano usate nei talk per la sua propaganda “usava le nostre informazioni e noi ci siamo presi un calcio nel sedere”

La scheda del servizio: TAXI DEL MALE

di Giorgio Mottola

Collaborazione Marco Bova, Greta Orsi

 

Un anno fa Giorgia Meloni ha promesso di dare la caccia agli scafisti in tutto il globo terracqueo. Dai dati emerge però in modo sempre più evidente che le persone arrestate perché alla guida dei barconi non hanno alcun collegamento con le organizzazioni criminali che organizzano la tratta. Come emerge dalle interviste ai protagonisti, i presunti scafisti sono quasi tutti soggetti costretti a guidare le imbarcazioni o con le minacce o per pagarsi il viaggio. Il decreto Cutro finora non ha dato frutti importanti ma nel frattempo continuano gli attacchi contro le ong che salvano vite in mare. Eppure, nonostante le accuse della politica, nell’arco di sette anni dalle prime inchieste giudiziarie, non è mai stato provato in sede giudiziaria alcun collegamento tra organizzazioni non governative e trafficanti. Documenti esclusivi provano invece come alcuni esponenti di primo piano del governo abbiano sfruttato a proprio vantaggio i depistaggi sulle ong alla base di alcune inchieste giudiziarie.

 

I privilegi dell’industria del marmo

Bernardo Iovene torna sulle alpi Apuane dopo il servizio di settimana scorsa sull’industria di estrazione del pregiato marmo di Carrara: aziende che guadagnano molto, non pagano le concessioni al pubblico per il loro lavoro (appellandosi ad un editto del 1751!), inquinano l’ambiente e che, come capitato ad uno di loro, di fronte agli incidenti che capitano ai loro dipendenti, se ne escono con frasi infelici, “si fanno male è perché sono deficienti”. Se ci sono stati degli incidenti è colpa degli operai (un’accusa che si sente anche in altri contesti).

Questo ha causato una forte reazione da parte dei sindacati oltre ad una interrogazione parlamentare sulla situazione nel distretto del marmo.

La scheda del servizio: AGGIORNAMENTO IL MARMO DELLA DUCHESSA

Di Bernardo Iovene

Collaborazione Lidia Galeazzo, Greta Orsi

 

Nella puntata del 21 aprile le affermazioni dell’imprenditore Alberto Franchi sul fatto che se un lavoratore si infortuna in cava è deficiente e che la causa dei morti sul lavoro degli ultimi dieci anni è solo colpa degli stessi lavoratori, hanno creato stupore e indignazione. In tutta la provincia di Massa Carrara c’è stata subito una mobilitazione dei sindacati, delle istituzioni e dei lavoratori, che hanno ritenuto offensive e arroganti le dichiarazioni di Franchi. Già martedì si sono riuniti in un'affollatissima assemblea fuori e dentro al municipio di Carrara e mercoledì hanno dichiarato uno sciopero dal lavoro e indetto una manifestazione molto partecipata. Alberto Franchi in una nota inviata al quotidiano la Nazione, ha chiesto scusa ai lavoratori del marmo e alla cittadinanza ritenendo le sue stesse parole inappropriate e si è detto dispiaciuto che le sue parole siano state percepite come un tentativo di scaricare la responsabilità della sicurezza sui dipendenti. Ma ormai lo tsunami, come lo ha definito lo stesso Quotidiano Nazionale, è partito e Carrara in questa settimana è in pieno subbuglio, tra assemblee, sciopero, manifestazioni e indignazione delle famiglie che hanno subìto dei lutti nelle cave di marmo. C’è stata anche un’interrogazione, firmata da 12 parlamentari, con cui si chiede conto al ministro del lavoro di prendere iniziative per garantire nelle cave di Carrara sia la sicurezza per gli operatori che il contenimento dell’inquinamento denunciato nel servizio di Report. E infine si sollecita a intervenire perché i materiali da estrazione siano finalmente considerati patrimonio indisponibile dei comuni e messi a gara.

 

La Repubblica che (non) tutela l’ambiente

Sta scritto nella Costituzione, all’articolo 9: [la Repubblica] Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.

Ma in che modo la repubblica italiana tutela paesaggio, ambiente, risorse come i beni comuni? Report si occuperà della commissione istituita dal governo Meloni che deve riformare il codice dell’ambiente.

Dovrà occuparsi delle bonifiche di aree di interesse nazionale come quella a Falconara dove sorgeva un’industria chimica e una raffineria di greggio che, negli anni, è stata protagonista di vasti incendi. Nell’aprile 2018 il tetto di una cisterna si inclinò causando la fuoriuscita di esalazioni di gas idrocarburi: come si vive attorno a questo sito? Carlo Brecciaroli è membro dell’associazione Ondaverde, a Report ha raccontato che quel giorno portarono i figli a casa dalla scuola perché è pericoloso, molti ancora oggi prima di aprire le finestre controllano la direzione del vento, perché spesso si trovano la casa ammorbata.

Per i miasmi del 2018 i cittadini di Falconara hanno presentato più di mille denunce e sono riusciti a portare davanti al giudice la proprietà dello stabilimento: la giustizia diventa l’unica arma per i cittadini perché nessun altro nelle istituzioni li ha ascoltati “e non ci può essere rassegnazione”.

La procura di Ancona ha chiesto il rinvio a giudizio di 19 indagati, fra le ipotesi di reati l’ipotesi di disastro ambientale e lesioni personali a carico di numerosi cittadini. Secondo i magistrati l’azienda avrebbe agito in quel modo per non compromettere l’attività produttiva risparmiando sui costi della manutenzione. Perché, come spiega l’avvocata di parte civile Monia Mancini, il meccanismo dei controlli è basato sull’auto controllo, sono le aziende che si autocontrollano, controllando le emissioni in acqua o in aria, la corretta manutenzione degli impianti e trasmetto gli esiti alle autorità terze di controllo.

La commissione dei grandi saggi dovrà lavorare su queste leggi, sui meccanismi di controllo, sui limiti e sui regolamenti a cui le aziende dovranno assoggettarsi. Ma da chi è composta questa commissione?

 

La scheda del servizio: I GRANDI SAGGI

Di Giulia Presutti

 

Con un decreto firmato il 7 novembre scorso, i ministri Gilberto Pichetto Fratin ed Elisabetta Alberti Casellati hanno nominato una commissione interministeriale per la riforma del Codice dell'ambiente. I cinquanta esperti si occuperanno di modificare e aggiornare il decreto legislativo che contiene tutta la normativa in materia di tutela dell'ambiente. I tempi sono serrati: lo schema di legge delega dovrà essere pronto entro settembre 2024. Fra i membri della Commissione, ci sono i rappresentanti di aziende che si occupano di costruzioni e anche di smaltimento rifiuti. Non mancano poi giuristi e illustri avvocati: Teodora Marocco è stata legale di SNAM, Elisabetta Gardini ha ricevuto il premio "Top Legal" nel 2019 per il lavoro fatto con Arcelor Mittal nell'acquisizione del gruppo ILVA, Pasquale Frisina è stato in passato avvocato del gruppo Caltagirone. Con una commissione così composta, quale direzione prenderà la normativa sulle autorizzazioni e sui controlli ai quali sono sottoposte le aziende? Insieme ai giuristi, in commissione c'è poi Vincenzo Pepe, fondatore dell'associazione Fare Ambiente e presidente, oggi onorario, della Fondazione Giambattista Vico. Nel 2020 la Guardia di Finanza di Salerno ha sottoposto la Fondazione e i suoi rappresentanti a un sequestro preventivo di un milione e ottocentomila euro. Pepe è a processo davanti al Tribunale di Vallo Della Lucania per evasione fiscale e truffa aggravata ai danni dello stato. Quali requisiti sono stati presi in considerazione nella scelta dei membri della Commissione? E i Ministri dell'Ambiente e delle Riforme hanno chiesto una verifica sui procedimenti giudiziari in corso?

 

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.




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