lunedì 30 agosto - Aldo Funicelli

Anteprima inchieste Presadiretta: processo al giornalismo

La prima puntata di questa stagione di Presadiretta tocca un argomento quanto mai attuale: i retroscena della guerra in Afghanistan e in Iraq su cui i nostri governi non hanno raccontato tutta la verità.

Verità che non può essere nascosta, dopo venti anni, dall'esigenza di mettere in pericolo la sicurezza del nostro paese e dei nostri soldati in una missione durata venti anni, che doveva esportare con le armi la democrazia e che si è invece conclusa con le immagini della fuga da Kabul.

Democrazia significa che chi detiene il potere deve rendere conto ai suoi cittadini delle scelte, delle decisioni, specie se queste riguardano una parte importante delle nostre spese: in un momento in cui si chiudono ospedali, manca personale medico, insegnanti, asili, i miliardi spesi nelle missioni militari prorogate in questi anni sono quasi uno schiaffo in faccia alle persone.

Se non è chi detiene legittimamente il potere a fare luce, è compito allora del giornalismo raccontare i fatti andando al di là delle veline e della troppa propaganda attorno alla guerra al terrorismo: Presadiretta e i suoi giornalisti racconteranno della vicenda di Julian Assange, in carcere a Londra da due anni e mezzo, in attesa che si concluda il processo di estradizione negli Stati Uniti, dove è accusato di rivelazione di documenti segreti, in base ad una legge del 1917.

Bruciali tutti vivi! La strage di civili del 2007 a Baghdad

Julian Assange, fondatore di Wikileaks, rischia 175 anni di carcere per aver rivelato nel 2010 (assieme ad altre testate giornalistiche) i crimini di guerra in Iraq, come il video che potete trovare su Youtube “collateral murder”, dove si vede un Apache uccidere dei civili scambiati per terroristi. Nel video si vede uno di questi, l'autista di un fotografo della Reuters, che rimasto ferito, viene soccorso dai conducenti di un furgone: i militari sull'elicottero (nonostante avessero visto che non fossero armati), spara addosso al ferito e a queste persone.

Nel video si sentono i militari ridere perché hanno bucato il parabrezza del van con la loro 30 mm: questo attacco causò 18 morti, tra cui il giornalista della Reuters e non ne avremmo mai saputo niente se l'ex analista della Difesa Bradley Manning (oggi Chelsea Manning) non avesse passato questo video a Wikileaks.

Nemmeno alla Reuters l'esercito aveva dato tutto il video, per fare luce sulla morte di un loro collaboratore: per gli americani questa azione era legale perché rispettava le “regole di ingaggio”.

Wikileaks ha pubblicato i documenti segreti redatti dai militari sul campo in Afghanistan, Gli Afghanistan War Logs, dalla cui lettura cui emergeva chiaramente come l'esercito non stesse vincendo la guerra sul campo. Sono i 91mila documenti secretati che raccontavano la guerra vista dal campo, non filtrata dalle veline del Pentagono, che Chelsea Manning aveva inviato ad Assange e che sono stati resi pubblici il 25 luglio 2010: già undici anni fa sapevamo che la battaglia contro i Talebani non poteva essere vinta, sapevamo anche delle centinaia di uccisioni di civili di cui non si era mai avuta notizia prima.

Per la prima volta si sentiva parlare della Task Force 373, un'unità che aveva il compito di eliminare esponenti di Al Qaeda, “ma che in realtà nemmeno sapeva chi erano le persone che ammazzava, creando un risentimento pazzesco nella popolazione” - commenta la giornalista Stefania Maurizi.

La giornalista del Fatto Quotidiano (e prima de l'Espresso) ha collaborato dal 2009 con Assange e Wikileaks (sia sui leaks della guerra in Iraq e in Afghanistan che sui documenti dei Cable-Gate, i cabli inviati dagli ambasciatori americani in tutto il mondo).

Nel libro “Il potere segreto” ha ricostruito tutta la vicenda Wikileaks e gli attacchi che Assange ha dovuto subire: attacchi che nascono da una ragione semplice, Assange con la pubblicazione dei documenti segreti ha messo in crisi la macchina della propaganda americana (ma anche delle nazioni alleate come la nostra) che hanno sempre omesso le stragi di civili. Tutto sbugiardato e in tempo reale, non dopo trent'anni quando di quei fatti non frega più niente a nessuno.

Stiamo parlando di miliardi spesi per delle guerre che hanno causato migliaia di vittime innocenti, uccise da droni, dalle bombe, dai colpi di arma da fuoco.

Di persone torturate dentro lager come Guantanamo, trattate peggio di animali perché considerati terroristi, senza però aver ricevuto nessuna accusa, nessun supporto legale.

Da 11 anni Assange non è più un uomo libero: prima l'accusa di stupro lanciata dalla magistratura svedese, poi quasi sette anni recluso dentro l'ambasciata dell'Ecuador a Londra, dove è stato illegalmente spiato, H24, registrando persino gli incontri coi suoi avvocati.

 

Il momento dell'arresto di Assange nel 2019 (il poliziotto in primo piano a stento trattiene un sorriso)

 

Ora si trova in carcere in attesa che i giudici inglesi decidano se estradarlo negli Stati Uniti, per un reato di spionaggio: “quando mi manderanno negli Stati Uniti quella sarà la mia condanna a morte” racconta Nils Melzer relatore speciale contro la tortura all'Onu, “se mi dovessero estradare farò in modo di non andarci vivo”.

Se Assange dovesse essere condannato, conclude Melzer, “significa che noi viviamo in una tirannia”.

Il giorno 11 aprile 2019 Assange è stato arrestato dalla polizia londinese dentro l'ambasciata ecuadoregna: i due anni di permanenza dentro l'ambasciata lo hanno minato nel fisico e anche nella mente. Se è rimasto al chiuso dentro l'ambasciata è stato per evitare l'estradizione in Svezia, dove era indagato per il reato di stupro (reato finito in prescrizione), ma Assange temeva che poi sarebbe stato estradato negli Stati Uniti, la grande democrazia che difende gli oppressi. O forse no.

 

Gli Stati Uniti sono una nazione che (assieme all'Inghilterra) ha mentito al mondo, per l'invasione in Iraq, e che ora abbandona l'Afghanistan in mano ai Talebani (con cui ha pure stretto un accordo a Doha) vuole condannare a morte un giornalista (e la sua organizzazione) che ha la sola colpa di aver informato il mondo di quello che succedeva a migliaia di km, lontano dalle telecamere.

Il processo contro Assange è un processo contro il giornalismo, “il più grave scandalo della storia giudiziaria” racconta nell'anticipazione del servizio Riccardo Iacona, che continua “riguarda noi, l'Occidente perché è da noi che si vuole processare un giornalista solo perché ha detto la verità”.

Se Julian Assange dovesse essere condannato potremmo ancora considerarci una democrazia?

Lo scandalo più grave è il silenzio con cui si è consumata questa brutta pagina del giornalismo, Assange è stato lasciato solo anche dai giornalisti del Times e del W. Post che, tanti anni fa, decisero di mettersi contro l'amministrazione Nixon per pubblicare i Pentagon Papers.

Perché, come recitava la sentenza della Corte Suprema del 1971 che decise su questa divulgazione di documenti segreti: “la stampa deve essere al servizio dei governati, non dei governatori”.

Con che coraggio le presunte democrazie occidentali (compresa la nostra) si potranno permettere di puntare il ditino contro le dittature nel mondo che opprimono gli oppositori, che non consentono la libera stampa, dopo quello che sta succedendo a Julian Assange?

Nel libro “Il potere segreto” (Chiarelettere) la giornalista Stefania Maurizi scrive:

 

Il caso [Assange] va ben oltre la vita e la libertà del fondatore di WikiLeaks e dei suoi collaboratori: è la battaglia per un giornalismo che espone il livello più alto del potere, quello in cui si muovono diplomazie, eserciti e servizi segreti. Un livello che nelle nostre democrazie – soprattutto quelle europee – il cittadino comune spesso nemmeno percepisce come rilevante per la sua vita, perché raramente si mostra nei telegiornali e nei talk show. E perché il cittadino comune guarda al potere visibile: la politica che decide della sua pensione, della sua copertura sanitaria, della possibilità o meno di trovare un posto di lavoro.

Eppure quel potere, schermato dal segreto di Stato, decide eccome la sua vita. Decide, per esempio, se il suo paese passerà vent’anni a fare la guerra in Afghanistan mentre non ha le risorse per scuole e ospedali, come nel caso dell’Italia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.




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