mercoledì 11 marzo - Ezio Boero

Anche le nazioni dei nativi in lotta contro gli inquinatori facilitati da Trump

Il 12 febbraio, Trump, che sostiene che la crisi climatica del pianeta è una "truffa", ha emesso un ordine esecutivo, controfirmato dall’EPA, l'Agenzia per la protezione dell’ambiente (sic), che è un vero e proprio attentato alla salute umana e del pianeta.

Se passerà in Parlamento, la legge abolirà la "valutazione di pericolosità" introdotta nel 2009 dall'amministrazione Obama, che regolamenta a livello federale le emissioni di gas serra. Considerandole indubbiamente una minaccia per la salute pubblica e per la Terra, poiché esse si accumulano nell'atmosfera, causando aumento di morti per il caldo, inquinamento e meteo estremi sempre più frequenti (grandi improvvise precipitazioni e, all'opposto, siccità con conseguenti incendi).

Anche e soprattutto i gas serra prodotti dai mezzi di trasporto a combustibili fossili sono la maggior fonte di emissione di gas serra negli Stati Uniti. L'ordine esecutivo trumpiano "libera" invece le industrie automobilistiche dal rispetto delle emissioni nocive, abolendo i vincoli federali da rispettare nella produzione di auto e camion. Per Trump, essi hanno aumentato "il costo dei veicoli per famiglie e piccole imprese americane, limitando la mobilità economica e il sogno americano".

La sua amministrazione taglia pure il sostegno alle energie rinnovabili e incentiva il ritorno all'utilizzo del carbone ("bello e pulito", secondo Trump), ha finanziato la costruzione di altre cinque centrali a carbone e permette l'acquisto da parte del Dipartimento della Difesa di elettricità prodotta da quel tipo di centrali. Già nel 2025, Trump, malgrado i costi di produzione dell'energia da carbone siano fuori mercato e l'inquinamento altissimo metta a rischio le popolazioni circostanti, aveva imposto di mantenere in funzione quelle che dovevano chiudere. Anche perché l'estrazione del carbone è storicamente assai pericolosa per chi ci lavora, correndo un notevole rischio di morire in incidenti in miniera o di contrarre la malattia professionale del "polmone nero").

La motivazione di questo e altri provvedimenti antiecologici di Trump sarebbe l'autosufficienza energetica nazionale e anche l'incremento esponenziale della richiesta di elettricità, dovuto alla massiccia rapida costruzione di data center per l'intelligenza artificiale, i più grandi dei quali consumano quanto una città piccola o media.

Trump ha ovviamente cassato gli incentivi all'acquisto di veicoli elettrici e ordinato alle agenzie federali di “identificare le risorse di carbone sulle terre federali” e di facilitare le concessioni per la sua estrazione. Le sue politiche anti-clima possono rivelarsi dunque un pericolo anche per le riserve dei nativi, ai cui confini sempre più premono le grandi multinazionale dell'energia "sporca".

Ci si chiede cosa c'entri questa normativa antiecologica trumpiana (e chi potrebbe rallentarla o fermarla) con le riserve dei nativi sul territorio degli Stati Uniti.

Quando gli europei conquistarono via via le terre che fin a quel momento erano accudite dai nativi, la resistenza di questi fu inevitabilmente impossibile: divisi per tribù anche ostili tra esse, muniti di armi tecnologicamente inferiori, fidatisi di trattati con cui "l'uomo bianco" prometteva pace ma finiva per sfrattarli verso terre peggiori, tanto che nel 1900, degli alcuni milioni iniziali, i nativi erano solo più 237.000 in tutta la Nazione. Uno sterminio di cui lesse, e lo entusiasmò, Hitler che lo attuò poi in Europa.

Oggi, "l'uomo bianco" alla conquista delle terre dei nativi (e dei parchi nazionali) è rappresentato soprattutto da Trump che comanda o asseconda una banda di sfruttatori dell'ambiente che vogliono trivellarle alla ricerca di risorse energetiche. Al centro dell'attacco della nuova "corsa all'oro" ci sono le Big Oil, le sei o sette più grandi compagnie private, petrolifere e di gas.

Per fortuna però si possono frapporre loro degli ostacoli: alcuni di quei trattati truffaldini, imposti ai nativi nei secoli scorsi, possono oggi paradossalmente essere uno strumento di difesa di quelle comunità e della natura.

All’interno degli Stati Uniti ci sono ben 574 governi di Nazioni sovrane di nativi, istituite sulla base di 374 trattati ratificati dalla fine del XVIII secolo fin quasi alla fine del XIX; trattati che riguardano il 2,5% del territorio degli USA, soprattutto ad ovest del Mississippi. Nelle riserve vivono oggi 700.000 nativi. Ma molti altri abitano e lavorano fuori da esse, arrivando a circa 9 milioni di persone con qualche ascendenza nativa. Il loro numero è pure in ascesa, poiché molti ricercano antenati nativi per agganciarsi ai proventi dello sfruttamento di minerali e acque delle terre degli avi; oppure per beneficiare di iniziative economiche come i casinò, realizzati nelle riserve da alcuni Consigli tribali.

Le terre delle riserve native rinserrano il 30% del carbone potenziale degli Stati Uniti il 50% dell'uranio e il 20% del gas naturale. E contengono anche rame per le reti elettriche, litio e terre rare per batterie ed elettronica, oltre che riserve d'acqua utilizzabili per l'agricoltura e per la produzione di energia.

Inevitabile che lo sfruttamento di queste risorse sarà affidato agli amici di Trump, quelli che hanno abbondantemente finanziato le sue campagne elettorali. e gli hanno dettato (col motto Drill, baby, drill) l'agenda anti-clima a favore delle trivellazioni generalizzate. Queste grandi imprese protette dalla presidenza devono però trattare coi nativi per consentire la realizzazione di pozzi, gasdotti e miniere ad alto impatto ambientale. E le ingiunzioni motivate da una supposta "emergenza energetica" emesse in alcuni casi dal governo federale spesso trovano ostacoli nei pronunciamenti di magistrati non asserviti.

Occorre dunque convincere gli organi di autogoverno delle riserve all'apertura di alcune terre allo sfruttamento delle multinazionali e non basteranno certo le perline con cui si "ricompensavano" un tempo i nativi della perdita delle terre (e si spera non verranno utilizzate le pallottole per decenni usate nei secoli scorsi contro i più irriducibili).

A partire dagli anni Settanta, alcune iniziative di lotta hanno fatti tornare i nativi al centro della Nazione, quali l’occupazione del 1969 dell’ex penitenziario di Alcatraz e il “ritorno” a Wounded Knee nel South Dakota del 1973, nel luogo del massacro del 1890.

Nuovi attivisti hanno rilanciato l'orgoglio nativo. Come Leonard Peltier, di ascendenza Lakota. Tra i fondatori dell'American Indian Moviment, incarcerato per essersi opposto ad un'incursione della FBI nella riserva, accusato, con prove rivelatasi fallaci, di essere responsabile dell'uccisione di due agenti, dopo 48 anni di prigione la pena è stata commutata ed è stato scarcerato negli ultimi giorni dell'amministrazione Biden.

Queste lotte rivendicano anche la piena applicazione dei trattati disattesi. Il caso più eclatante nel 1980 col riconoscimento della violazione da parte del governo degli USA del trattato del 1877 di Fort Laramie coi Sioux Lakota. La zona delle Black Hills (nel South Dakota), sacra per i pellerossa, è stata invece da subito oggetto di una delle corse all’oro, uno degli spostamenti di massa più grandi nel continente americano che travolse anche le riserve indiane. La Nazione Sioux non ha finora accettato il mirabolante risarcimento, che ad oggi ammonta, cogli interessi maturati, a oltre 1,3 miliardi di dollari, ma pretende la restituzione delle Black Hills, dando così un esempio etico a quella che i nativi definiscono “la Nazione del Monopoly”, il gioco da tavolo della speculazione fondiaria, basato sulle vie di Atlantic City, la città del gioco d’azzardo sulla costa orientale, dove ha costruito anche Trump. Il quale peraltro ha accelerato un massiccio disboscamento di quelle colline sacre e vuole pure il suo volto inciso nella roccia del monte Rushmore, accanto a quelli di altri 4 presidenti.

Ancor oggi, molte Nazioni native devono combattere contro l’abbrutimento della vita nelle riserve e a protezione della propria precaria sovranità e delle proprie terre, collegando la difesa della loro storia con quella della natura. La Nazione Paiute del Nevada ha salvato nel 2008 il Pyramide Lake dal prelievo indiscriminato delle sue acque e continuano le iniziative dei Sioux contro la realizzazione, che era stata bloccata da Obama a seguito delle proteste ambientaliste e riattivata da Trump, di due grandi oleodotti nel North Dakota che attentano alle risorse naturali, come dimostra la grande perdita, di 800.000 litri di greggio, avvenuta nel 2017 in un tratto già realizzato.

In altri casi, il profumo del dollaro si è fatto sentire, sia nella versione "se non possiamo batterli ci prendiamo i loro soldi" con cui la Tribù Mohegan del Connecticut, il cui sito informatico, sotto il motto Honoring the Past, building for the future (Onorare il passato, costruire per il futuro), presenta la vasta offerta di proprie iniziative di business nella riserva (tra cui alberghi a supporto di casinò, in uno Stato dell'Unione in cui essi sono vietati). Sia, nel caso degli Osage, rimossi nel 1870 dal Kansas, che riuscirono, caso raro, a comprarsi la riserva in Oklahoma (dai preesistenti Cherokee) e, dopo anni di stenti, a ricavarne finora 250 volte dal fortunato ritrovamento di petrolio.

Il paradosso dei nativi degli Stati Uniti è che sono abbondantemente presenti nei nomi di città, parchi, squadre sportive, automobili, statue istituzionali ma la vita di molti di loro è ai margini della società e la loro cultura coerente contrasta con un mondo basato sulla proprietà. Anche della terra. En passant, lo stesso accade in Groenlandia, territorio a cui Trump arrogantemente ambisce per le risorse energetiche ma per cui dovrebbe anche scontrarsi col fatto sulla grande isola, oltre a un grande parco nazionale protetto, non esiste, nemmeno nelle città, la proprietà privata della terra

Oggi i nemici dei nativi e dei loro diritti sulla terra non sono più la cavalleria, gli spacciatori di alcool, i trasferimenti forzati ma sono non solo gli impianti di fracking (la frantumazione idraulica), gravemente impattanti sulle acque potabili e sulla natura, ma anche le infrastrutture che vogliono farvi transitare. Nel 2021, la White Earth Nation ha avversato l'espansione dell'oleodotto Enbridge Line 3 sotto un lago spiritualmente ed ecologicamente significativo del Minnesota dove vigono diritti protetti da un trattato per l'acqua, la caccia e la pesca. O come l'oleodotto sotterraneo di 1.900 chilometri che porta il petrolio dal North Dakota all'Illinois, contrastato dalle tribù Sioux per le eventuali perdite della conduttura che passa sotto il lago Oahe, una delle loro principali fonti di acqua. E che attraversa anche i siti sacri di sepoltura dei popoli Sioux Lakota e Dakota. Appoggiati dal 2014 anche da associazioni ambientaliste e da una petizione firmata da 160 scienziati, la mobilitazione del 2016 e 2017 ebbe un'ampia partecipazione di 200 tribù di nativi e di varie associazioni di difesa della natura. Nei pressi della Riserva Sioux di Standing Rock fu realizzata una tendopoli, sulle due sponde del fiume Missouri, che ospitò anche più di 10.000 persone. Scontri con la vigilanza dei cantieri, che utilizzava cani da guardia, con l'esercito e la polizia, attentati agli impianti, 750 arresti, pressioni verso le banche finanziatrici dell'opera, istanze alla magistratura. Quest'ultima, in alcuni casi, ritenne che i lavori di realizzazione dell'oleodotto non avevano a supporto un'analisi approfondita dei rischi ambientali. L'amministrazione Obama e anche il settore ingegneria dell'Esercito, chiesero all'impresa Energy Transfer di cambiare il tracciato, evitando il sottoattraversamento del lago. Poi la prima amministrazione di Trump, che, fino a poco prima di decidere a favore dell'impresa costruttrice, ne possedeva azioni, ne confermò nel 2017 il tracciato. Infine, nel 2025, Greenpeace Usa è stata multata di 667 milioni di dollari, ben più di quanto richiesto dalla causa intentata dell'impresa, da una giuria locale, composta di negazionisti climatici. Il verdetto è stato definito “un attacco ai diritti sovrani dei Sioux di Standing Rock e di tutti i popoli indigeni che difendono le loro terre e acque.

Più successo ha avuto nel 2024 un'azione della Nazione Navajo per convincere la Federal Energy Regulatory Commission a respingere un progetto idroelettrico proposto sulle terre Navajo. Alla fine di gennaio 2026, tuttavia, la commissione ha approvato un progetto idroelettrico simile su un'area sacra e protetta da trattati di terre della nazione Yakama nello stato di Washington.

Una delle maggiori controversie attuali è la collocazione di miniera di rame Resolution a Oak Flat in Arizona, in un sito sacro Apache. Nel 2014, il Congresso concedeva 2.400 acri di terreno federale protetto della Tonto National Forest alla società mineraria per l'estrazione di minerale. L'istanza della nazione Apache è stata respinta da tribunali locali e poi dalla Corte Suprema ed è stata riproposta.

Queste lotte mettono ancora una volta in urto i limiti dei trattati di difesa delle terre dei nativi con gli interessi dei profitti della multinazionali. Una discussione che, non si può nascondere, divide anche i nativi; tra chi vuole vendere i diritti di sfruttamento per migliorare la vita dei singoli nelle riserve (molte delle quali vessate da povertà. alcolismo, mancanza di servizi pubblici) e chi intende migliorare la propria vita collettivamente e non a scapito di una natura conservata da secoli. Ma evidenziano anche la determinazione di molte comunità a difendere l'ambiente nell'ambito di una mobilitazione generale contro gli attacchi dell'amministrazione Trump. A cui si affiancano iniziative e cause legali adite da associazioni ambientaliste, tribù e singoli Stati e città degli USA che chiamano sempre più in causa i grandi inquinatori come responsabili diretti della crisi climatica..

 

Fonti principali:

M.Manfrin, USA: le Black Hills al patibolo. La ferita aperta della sovranità tribale si acuisce con il disboscamento, Blog, 25.09.2025

H.Wiseman-S.Blumsack, Even with Trump’s support, coal power remains expensive and dangerous, The Conversation,11.12.2025

C.Prior, Green or not, US energy future depends on Native Nations, The Conversation, 11.2.2026

V:Volcovici-D.Shepardson, Trump revokes basis of US climate regulation, ends vehicle emission standards, Reuters, 12.2.2026

J.Levy e altri/e,Trump’s EPA decides climate change doesn’t endanger public health – the evidence says otherwise, The Conversation, 12.2.2026

A.Jenn, EPA removal of vehicle emissions limits won’t stop the shift to electric vehicles, but will make it harder, slower and more expensive, The Conversation, 13.2.2026

D.Drugman, Environmental Groups Vow to Stop Trump’s EPA From Revoking the Endangerment Finding, Sierra, 15.2.2026
 




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