Alter NATIVE, il 54-esimo Festival Internazionale del Teatro, della Biennale di Venezia
Nella sede di Ca’Giustinian sono stati presentati i Festival del settore DMT : danza – musica – teatro.

Prima parte : il festival del Teatro
Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, ha presentato, con la consueta attorialità che sempre lo contraddistingue, i festival della Danza – Time does not Exist, dal 17 luglio all’1 agosto - ;
della Musica – A Child of Song, dal 10 al 24 ottobre – e del Teatro – Alter NATIVE.
Inizio da quest’ultimo, il primo però in ordine cronologico : dal 7 al 21 giugno.
Così parlò Buttafuoco : Il Teatro è ancora una volta la pratica originaria che diventa rito nell’incontro umano, nel guardare per ulteriormente attraversare la presenza dell’altro. E quindi immaginare questo lavoro di ricerca come un continuo di incontri e di collaborazioni dove la centralità del corpo si relaziona nella viva presenza del pubblico ed è quindi una riscoperta, un ritorno a qualcosa che nella presenza del corpo diventa messa in opera di un racconto, l’eterno grande romanzo che accomuna, proprio nella messa in scena, il senso stesso dell’umano.
E’ salito quindi in pedana il direttore Willem Da Foe.
L’anno scorso, nel nostro programma, ci siamo concentrati sul corpo, sulla presenza dell’attore e sulla poesia al di là della narrazione. Vorrei continuare questa esplorazione nella prossima edizione.
Tuttavia, invece di presentare artisti di cui conosco il lavoro, quest’anno ho deciso di invitare opere provenienti da contesti teatrali diversi da quelli commerciali e istituzionali occidentali. È la mancanza di familiarità che ci permette di riscoprire le origini del teatro e di risvegliare il contatto essenziale tra l’artista e lo spettatore.
Per me, la forza e l’unicità del teatro – la forma d’arte totale – risiedono nella sua immediatezza, nel suo carattere rituale e nell’incontro umano. In questo mondo, in cui la verità è messa in discussione, dobbiamo tornare ad attingere la nostra comprensione e il nostro coinvolgimento dalla percezione diretta.
A titolo di ricordo personale, quando avevo 19 anni, la compagnia teatrale americana con cui lavoravo fu invitata al Mickery Theatre di Amsterdam dal grande produttore olandese Ritsaert ten Cate. Credo che uno dei motivi per cui ci invitò fosse che ci considerava sinceri e autentici, anche se forse non così dinamici come molte delle compagnie internazionali che furono ospitate lì dal 1965 al 1991. Negli anni in cui ho lavorato lì, ho visto Peter Brook, Bread and Puppet, Tenjo Sajiki, Meredith Monk, Squat Theatre, The People Show e molti altri. Opere provenienti da tradizioni e culture diverse che hanno messo in discussione il mio modo abituale di vedere le cose e mi hanno offerto una nuova prospettiva per apprezzare l’essenza più pura del teatro. Ho però visto questa stessa essenza corrompersi: negli ultimi trent’anni la professionalità delle arti ha paradossalmente appiattito la sua anima nella corsa al raggiungimento di standard, parametri e “aspettative del settore”; gran parte del lavoro è diventato sovraprodotto, standardizzato e prevedibile. Ciò che un tempo sembrava grezzo, urgente e personale ora spesso appare levigato al punto da diventare identico.
Mi manca lo spirito amatoriale, non come mancanza di abilità, bensì come terreno fertile in cui il rischio, l’imperfezione e l’originalità possono respirare. È nelle crepe che risiede l’arte realmente unica, non nella levigatezza.
Mi ha particolarmente ispirato la presentazione postuma della Biennale Arte 2026 di Koyo Kouoh e il suo titolo In minor keys, che esplora l’arte, autentica e vitale, in luoghi insoliti.
Volendo scoprire lavori che nascono da un approccio umanistico/comunitario piuttosto che da uno carrieristico/commerciale, abbiamo esplorato comunità in cui il teatro serve a intrattenere, ispirare e infondere un senso di meraviglia e possibilità, il cui intento è radicato nelle proprie tradizioni pur volgendo lo sguardo al futuro.
Per l’edizione di quest’anno, con i miei colleghi Valentina Alferj e Andrea Porcheddu abbiamo scelto il titolo ALTERNATIVE, o più precisamente, ALTER NATIVE. Non esiste un significato preciso, poiché l’etimologia può essere vaga o evocativa. L’idea è quella di pensare ad ALTER come a un cambiamento e NATIVE come alla propria natura. Oppure ALTER come altro e NATIVE come la cultura di provenienza.

(EmmaDante_ph-Carmine_Maringola)
Il Leone d’oro alla carriera
E’ stato attribuito alla regista e autrice Emma Dante.
Così recita la motivazione : Emma Dante è un’artista, una donna che, partendo dal cuore della sua Palermo, ha saputo portare la Sicilia alla ribalta, innervando la grande lezione di Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, come pure di Ciprì e Maresco o Franco Scaldati, affrontando con coraggio non solo una ricerca linguistica unica, ma anche dando forza scenica a quei temi scomodi e dolorosi che da sempre sembrano connotare la sua terra. In questa ricerca, Emma Dante ha portato con sé, in un eterno e dolente confronto, il tema della famiglia, quello della morte e del compianto, del sogno e della fantasia, dell’amore e della violenza: elementi con cui ha impregnato la sua creatività e la sua idea di teatro, raggiungendo un linguaggio proprio e riconoscibile. Con ironia, empatia, affetto, Emma Dante ha evocato sul palco un teatro fatto di straordinaria semplicità e umanità, capace di guardare agli ultimi, ai dimenticati, ai reietti, a quelle marginalità umane e urbane che ha raccontato come pochi altri artisti”.
Per la Biennale Teatro presenterà sabato 13 e domenica 14 giugno al Teatro Piccolo Arsenale, in prima assoluta, I fantasmi di Basile, affrontando l’universo immaginifico e barocco dello scrittore napoletano Giambattista Basile, di cui aveva già messo in scena La scortecata, Pupo di zucchero e Re Chicchinella. “Ho sempre intercettato, nelle sue favole, qualcosa di reale e contemporaneo, qualcosa che ci appartiene – ha dichiarato -. Pertanto, mi piace, di Basile, la verità. Nonostante l’architettura straordinaria che costruisce attraverso il linguaggio, mantiene sempre qualcosa di fortemente realistico. Ne I fantasmi di Basile ci sono alcuni frammenti della nostra trilogia, che evocano i fantasmi protagonisti”.

Il Leone D’argento
Il giovane regista greco albanese Mario Banushi (Atene, 1998), si aggiudica il premio. Ecco la motivazione : Con la sua narrazione quasi autobiografica, che attraversa le esperienze del lutto, del compianto, dell’assenza e delle tradizioni familiari, Mario Banushi si è rivelato grazie al suo linguaggio poetico, ellittico, fatto più di silenzi che non di parole, ma evocativo, dolorosamente comunicativo. La memoria, i rumori quotidiani, le piccole cose della vita sono i cardini attorno cui si celebrano cerimonie intime eppure condivise, universali. I ricordi, i sogni, la convivenza e la perdita si dipanano in sequenze di azioni solo apparentemente semplici, ma che – al contrario – tra radicale realismo e fughe prospettiche in dimensioni astratte, aprono a viaggi simbolici negli archetipi dell’essere umano. Il teatro di Banushi, così immediatamente intimista, radicato profondamente nella cultura balcanica, sa essere anche intelligentemente politico, aguzzo affondo nelle contraddizioni del nostro tempo.
Esponente del nuovo Teatro greco, Banushi sarà al festival con la trilogia che l’ha reso immediatamente famoso, Romance familiare. Ragada, Goodbye Lindita , Taverna Miresia - 8, 9, 11, 12, 13, 14 giugno, Ca’ Malcanton - sono i capitoli di un paesaggio della memoria che affonda le radici in riti e tradizioni ancestrali legati all’infanzia albanese, un paesaggio costruito per visioni poetiche, immagini evocative sospese tra sogno e realtà, forti di una carica emotiva che trasforma temi intimi e personali – legami e affetti, senso di perdita e di dolore, nostalgia - in poesia universale. La trilogia di Mario Banushi sarà presentata dalla Biennale di Venezia in coproduzione con la Fondation Cartier pour l’Art Contemporain.
Il programma
Il viaggio del Festival parte dall’origine viva del teatro, dalla Grecia di Christos Stergioglou e Alexandros Drakos Ktistakis con il loro concerto-spettacolo Cries (di Taxiarchis Deligiannis e Vasilis Tsiouvaras), “ispirato dal pensiero del rifugiato del poeta Giorgos Seferis, dal lamento di Ecuba delle Troiane di Euripide, e dalle grida di tutti coloro che hanno vissuto la schiavitù, lo sradicamento e la migrazione nel corso dei secoli”. Testi e parole di una memoria collettiva si intrecciano in un flusso continuo con le musiche originali di Alexandros Drakos Ktistakis, in scena con il suo ensemble insieme alle voci del baritono Georgios Iatrou e dello stesso Stergioglou. Regista e attore di teatro ma anche di cinema (è protagonista in Dogtooth di Yorgos Lanthimos e The eternal return of Antonis Paraskevas di Elina Psykou), il pluripremiato Christos Stergioglou arriva per la prima volta in Italia (Teatro Verde, isola di San Giorgio, 9 e 10 giugno)
Dal Giappone, il regista Satoshi Miyagi, con il suo Shizuoka Performing Arts Center, presenterà Mugen – Noh Otello, reinventando Shakespeare alla luce del rituale del teatro Mugen – Noh, risalente al XIII° secolo (7 e 8 giugno, teatro Piccolo Arsenale).
Da Giava arriva una forma originale di danza, musica e canti che attinge a un complesso tradizionale di arti marziali, noto come Silat, dal 2019 patrimonio immateriale dell’umanità. La compagnia di Giacarta Bumi Purnati Indonesia presenterà due spettacoli: Under the Volcano per la regia di Yusrli Katil, ispirato alla terribile eruzione del Krakatoa del 1883 (16 e 17 giugno, teatro alle Tese), e Hikayat Perahu/The tale of Boat per la regia di Sri Qadariatin, già attrice con Bob Wilson in I La Galigo e Persephone (18 e 19 giugno, teatro alle Tese).
Ispirato al poema Lampung Karam, composto nella forma tradizionale di poesia malese syair da Muhammad Saleh, poeta e studioso religioso di Sumatra e testimone oculare del terribile evento, Under the Volcano restituisce una trama potente e commovente con oggetti di scena semplicissimi, come otto scale di legno utilizzate per ricreare montagne, valli, mercati, ma anche montaggi di filmati e immagini fisse di fuoco, lava, rocce. Hikayat Perahu/The tale of Boat si ispira a un testo fondamentale della letteratura malese, Syair Perahu, del poeta mistico sufi Hamzah Fansuri, vissuto tra il XVI e il XVII secolo. Nella storia di una barca che naviga sull’Oceano il poeta simboleggia la vita e il percorso spirituale che l’anima compie verso Dio.
Dall’India arriva la danza Odissi della coreografa e danzatrice di Calcutta Sharmila Biswas, allieva del leggendario maestro Kelucharan Mohapatra, prima di diventare lei stessa una grande interprete nota in tutto il mondo. A Venezia presenta Mischief dance: A Journey Through Rhythm and Spirit (18 e 19 giugno, teatro Piccolo Arsenale). Fra le diverse forme assunte dalla classica indiana, nata come forma devozionale nella zona centro orientale del Paese, l’Odissi si danza su musiche che fondono tradizione carnatica del sud e indostana del nord dell’India, alternandosi a testi drammatici prevalentemente attinti al poema Gita Govinda.
Un immaginario ancestrale fatto di terra e aria, acqua e fuoco, abitato da dèi e uomini, sottende le visionarie creazioni dell’artista samoano Lemi Ponifasio, uno dei maggiori registi e coreografi neozelandesi, che alle culture aborigene del Pacifico - dai Maori della Nuova Zelanda ai Kiribati della Micronesia - ma anche del Sud America attinge per creare nuovi simboli che parlino anche al nostro presente, dove cerimonie, cultura performativa e teatro contemporaneo si fondono. Così Star Returning: Venice, la nuova opera di Ponifasio, è un modo di ascoltare la terra, gli antenati e i miti condivisi del popolo Yi della regione montagnosa del Daliangshan cinese, la loro cosmologia, le origini e il profondo legame con la natura, gli antenati e la spiritualità intrinseca a questa cultura (20 e 21 giugno, teatro alle Tese).
Dorcy Rugamba porterà per la prima volta in Italia Hewa Rwanda – Letter to the Absent (10 e 11 giugno, teatro alle Tese) . Si tratta di un memoriale consegnato ai propri figli, la testimonianza in prima persona del genocidio dei Tutsi avvenuto nel 1994, che ha determinato la sua storia di uomo e di artista. In scena lo stesso Rugamba con tutti i colori della musica dell’eccentrico e talentuoso polistrumentista senegalese Majnun. “Mentre Hewa Rwanda, Letter to the Absent affronta il genocidio, le questioni del lutto e una famiglia che è stata quasi annientata, volevo principalmente che non fosse un testo commemorativo ma un inno alla vita, quindi il tono del testo abbraccia deliberatamente leggerezza, umorismo, poesia, musica e la vita in tutti i suoi aspetti”.
Il 21 giugno al teatro Goldoni si esibirà Angelique Kidjo assieme al pianista antillano Thierry Vaton. Originaria del Benin e da anni residente in Francia, la Kidjo ha creato un linguaggio comune tra diverse culture partendo dal retaggio delle tradizioni dell’Africa occidentale per inglobare elementi provenienti da generi come il funk, il jazz, il soul, influenze dall’Europa e dall’America Latina.

(PORTRAIT_CREDIT_BRAN TLEY_GUTIERREZ)
E l’Italia?
Detto di Emma Dante, Davide Iodice torna alla Biennale con Promemoria, lavoro in cui affronta il tema della memoria, ponendo al centro i racconti e la vita degli anziani che risiedono nelle strutture di accoglienza. Seguendo un metodo di lavoro che mette al centro la persona e le sue fragilità, Promemoria nasce al termine di un laboratorio intensivo chiamato L’enciclopedia delle Emozioni, svoltosi dal 29 maggio al 2 giugno 2025, presso le strutture che si occupano della cura delle persone anziane a Venezia. “Un invito ad esplorare la potenza trasformativa del teatro e della relazione umana, e a diventare parte di un processo creativo collettivo che si rivolge direttamente alla comunità” dice Iodice. La restituzione di questo grande percorso è Promemoria, performance che avrà luogo presso le Istituzioni Pubbliche di Assistenza Veneziane di San Giobbe, quotidianamente dal 9 al 14 giugno.
Ci saranno, per il programma College, i lavori selezionati lo scorso anno per i bandi di Regia e Drammaturgia under 30 : Imago Vocis/spacetime in between di Alberto Colombo Sormani per Regia (10 e 11 giugno, Tese dei Soppalchi) ; aka Jolly Roger di Bruna Buonanno, a cura dei Motus, per Drammaturgia ; Bacio Sogno Autodistruzione di Davide Pascarella, a cura di Alessandro Businaro. Si tratta di un viaggio intimo e privato, presentato in forma di lettura scenica. Entrambi saranno visibili il 17 e 18 giugno alla Sala d’Armi E.
Dopo aver ospitato con successo nel 2025 gli spettacoli dell’Accademia Silvio d’Amico di Roma e della Scuola del Teatro Nazionale di Napoli, quest’anno il programma della Biennale Teatro presenterà gli spettacoli diretti da Marco Plini, della Scuola Paolo Grassi di Milano (14 giugno, Sala d’Armi A) ; Giorgio Sangati, della Scuola del Teatro Stabile del Veneto - Teatro Nazionale (16 giugno, Sala d’Armi A) e, ancora una volta, Arturo Cirillo, della Scuola del Teatro Nazionale di Napoli (12 giugno, Sala d’Armi A).
Infine quest’anno Willem Dafoe ha avviato un nuovo college per attori e attrici under 30: gli undici performer selezionati in una rosa di 440 candidature seguiranno un progetto di residenza a Venezia sviluppato nell’arco di quattro settimane – dal 25 maggio al 21 giugno 2026. Una serie di laboratori con, oltre allo stesso Dafoe, Evangelia e Mary Randou, Simon McBurney del Théâtre de Complicitè e Silvia Costa.
Il laboratorio destinato ai primi selezionati del nuovo bando di drammaturgia di Biennale College avrà quest’anno come mentore il poeta e drammaturgo Fabrizio Sinisi.
Ci saranno poi il workshop di critica teatrale, in collaborazione con la docente e critica Roberta Ferraresi insieme a Massimo Milella; conversazioni, incontri, tavole rotonde con gli artisti e le artiste saranno guidati da Maddalena Giovannelli e Andrea Porcheddu, giornalisti e critici di teatro.
Un omaggio a Bob Wilson sarà ospitato nella Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian per tutto l’arco del festival, grazie ai materiali raccolti e conservati all’ASAC, l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale di Venezia, che sta per trasferirsi all’Arsenale.
