lunedì 9 gennaio - La bottega del Barbieri

All’intelligenza artificiale manca un venerdì

Chi da anni frequenta codesta bottega avrà certamente notato le 191 puntate di «Ci manca(va) un Venerdì», una esclusiva galattica. Il nostro Fabrizio (o Faber) è noto come “astrofilosofo” proprio perchè si è mosso con sagacia tra filosofia e fantascienza con qualche saltino nel resto dello scibile umano. Per motivi personali Melodia ha interrotto la serie, suscitando la riprovazione fra i popoli del sistema solare. Si levò un grido di sdegno: «Ma che bipede è costui se non sa contare fino a 200?». Adesso l’Astrofilosofo torna più sciroccato che mai: nessuno può dire se si apra una nuova serie di “Venerdì” (CMUV per i siglomani) o se si tratti di un vagito isolato. In ogni caso evviva. [db]

di Fabrizio Melodia

INTRODUZIONE A QUESTO “CMUV”

Dopo lungo silenzio, torna l’Astrofilosofo con i suoi balzani venerdì, un po’ come una gita all’Arkham Asylum: stando dietro al vetro e con la camicia di forza ma senza sedativi.

Vado a introdurre una questione assai spinosa, che di questi tempi sta infuocando i cosiddetti social. La faccio introdurre dal bravo regista Guillermo Del Toro, di cui potete gustare una gustosa versione animata del classico «Pinocchio», realizzato con marionette e stop motion.

Sostiene Del Toro: «Credo che l’arte sia un’espressione dell’anima. Al suo meglio, riesce ad abbracciare ogni cosa che sei. Ne deriva che amo e fruisco di arte realizzata da esseri umani, che è quella che mi commuove. Non sono interessato a illustrazioni fatte da macchine e all’estrapolazione dei dati. Ne ho parlato con Dave McKean, che è un grande artista. Mi ha detto che la sua più grande speranza è che le AI – insomma le intelligenze artificiali – non imparino a disegnare. Riescono a interpolare informazioni, ma non sanno di fatto disegnare, non sanno catturare un sentimento, una sfumatura, o la morbidezza del volto umano… capite che intendo? Se quella conversazione riguardasse anche i film, farebbe profondamente male. Credo, come detto da [Hayao] Miyazaki, che sia “un insulto alla vita stessa”».

Parole durissime che fanno eco appunto a quelle pronunciate tempo addietro proprio da Miyazaki nel documentario «Hayao Miyazaki – the one who never ends». Il nostro amatissimo Hayao è fondatore dello Studio Ghibli e autore di lungometraggi animati che hanno fatto scuola e storia nell’arte. A breve sarà nelle sale con una nuova opera. Ecco le parole di Miyazaki: «Chiunque abbia creato questa roba non ha idea di cosa sia il dolore. Sono estremamente disgustato. Se volete davvero fare questa roba raccapricciante, fatelo pure, ma non intendo incorporare questa tecnologia nel mio lavoro. Credo fermamente che sia un insulto alla vita stessa. […] Sento che ci stiamo avvicinando alla fine dei tempi, noi esseri umani stiamo perdendo la fede in noi stessi».

L’ autore di «Nausicaa della valle del vento», «Conan il ragazzo del futuro», «Laputa il castello nel cielo», «La città incantata» e «Il castello errante di Howl» – solo per citare le opere più conosciute – è in perfetta linea con quanto trasmesso nelle sue opere, dove spesso l’ umanità si trova regredita a uno stadio primitivo ma la natura bellicosa e i rimasugli delle antiche armi tornano di prepotenza a prendere il sopravvento.

Di questi ultimi giorni girano in rete molti meme… Non sapete cos’è? Ve lo dico subito: un meme è un contenuto digitale, spesso umoristico, che si diffonde rapidamente attraverso internet. La maggior parte dei meme sono foto con didascalie e nel nostro specifico caso recano un messaggio molto esplicito: «No all’arte generata dall’IA».

Siamo in piena fantascienza, resa concreta. Le IA stanno talmente evolvendosi che ormai esistono app dove è possibile creare (nuovi) contenuti mettendo insieme contenuti pre esistenti.

Molti artisti umani si sono scagliati contro questa nuova frontiera della tecnologia, paventando scenari a dir poco apocalittici, non ultimo la perdita del lavoro. A che servono i disegnatori di fumetti se una IA potrà sostituirli altrettanto bene se non meglio?! Le scrittrici e gli scrittori che faranno?

Mi torna in mente l’agghiacciante racconto di Isaac Asimov «Il correttore di bozze» (del 1959). Un ricercatore di materie umanistiche prova in tutti i modi a gettare discredito su un robot in grado di correggere bozze come e meglio di un essere umano. Nel dialogo con la robopsicologa Susan Calvin, il professor Ninheimer spiegherà il suo punto di vista. Si ritiene nientemeno che un eroe, in quanto salverà i ricercatori da una catastrofe annunciata. Nel futuro nessuna opera sarebbe più stata creata materialmente da un essere umano: basta impartire un ordine e i robot fanno il lavoro. I robot priveranno gli esseri umani del piacere di creare. Sentite anche voi un leggero brivido scorrere lungo alla schiena? Quando lessi questo racconto, posso garantirvi che tifavo (quasi) per il professore.

Come scrittore visionario, Asimov aveva visto giusto più di quanto potesse immaginare. Adesso esistono app per ritoccare i selfie in automatico, per disegnare e addirittura agli studenti basta fotografare l’equazione e l’app risolve. Basta fare una foto al testo in altra lingua ed ecco la traduzione con Google Translator. E che dire dei bot? Sono applicazioni di sistema con cui spesso dialoghiamo e che ci assistono quando abbiamo problemi o ci servono informazioni. Nella app delle Poste,a esempio, fa capolino l’ assistente virtuale a chiederci se può aiutare. Da non molto tempo a questa parte, sembra – ah, la maledizione del sembra – che alcuni bot si siano messi a dialogare fra loro.

Il vecchio apocalittici e integrati (caro a Umberto Eco) senza terze vie? Stiamo per essere sostituiti in toto dalla nostra tecnologia? Il dio – mancato – umano sta per conoscere il proprio tramonto a favore del Deus (ex) Machina? E se quella “ferraglia immateriale” – bot, robot, app. IA eccetera – sviluppasse una propria coscienza, qualcuno direbbe un’anima?

A questa velocità è possibile che l’evoluzione dell’inanimato verso la vita sia vertiginosamente rapida?

Allora boicottare le IA?

Chi? Come? 

Forse potrebbe venirci utile il filosofo tedesco Walter Benjamin, che nel “vecchio” ma fondamentale «L’opera d’arte ai tempi della sua riproducibilità tecnica” afferma: «Attraverso la distrazione, quale è offerta dall’arte, si può controllare di sottomano in che misura l’appercezione è in grado di assolvere compiti nuovi. Poiché, del resto, il singolo sarà sempre tentato di sottrarsi a questi compiti, l’arte affronterà quello più difficile e più importante quando riuscirà a mobilitare le masse. Attualmente essa fa questo attraverso il cinema. la ricezione della distrazione, che si fa sentire in modo sempre più insistente in tutti i settori dell’arte e che costituisce il sintomo di profonde modificazioni dell’appercezione, trova nel cinema lo strumento più autentico su cui esercitarsi. Grazie al suo effetto di shock il cinema favorisce questa forma di ricezione. Il cinema svaluta il valore culturale non soltanto inducendo il pubblico a un atteggiamento valutativo, ma anche per il fatto che al cinema l’atteggiamento valutativo non implica attenzione. Il pubblico è un esaminatore, ma un esaminatore distratto».

Un esaminatore distratto che ai tempi dello smartphone e della terza rivoluzione elettronica sembra – riecco il maledetto sembra – volere tutto qui subito.

Aggiungiamo qualche elemento: che, per esempio, la IA sia in realtà ben lungi dal volersi evolvere o invece che diventi (sia già?) una nuova forma di droga per distogliere l’attenzione da altre cose ben più basilari.

Chiacchiericci assurdi di chi vede nell’innovazione tecnologica solo il demonio a tutti i costi?

Non trarrò conclusioni, siano esse concludenti o inconcludenti, perchè non faccio filosofia da ragioniere ma da «ragionatore radio ragionante». Però vorrei ricordare qualcosa che riguarda il suddetto filosofo e i meme prima citati.

Sempre nella suddetta opera del 1936, Benjamin riporta una citazione dell’artista ungherese Lazlo Moholy-Nagi che a proposito di riproducibilità tecnica delle immagini affermava: «Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia, sarà l’analfabeta del futuro». Interessante se si pensa che analfabeta totale sarà (è già?) chi non sa usare smartphone però “ricerca” sempre in rete e si beve ogni bufala. incluse fake news dal basso e dall’alto. Benjamin rispose con altrettanta sagacia, andando forse oltre le sue stesse considerazioni: «Ma un fotografo che non sa leggere le proprie immagini non è forse meno di un analfabeta? La didascalia non diventerà per caso uno degli elementi essenziali dell’immagine?».

Torniamo ai meme citati. Quanto fidarsi dell’immagine e della didascalia se sono prodotte da un impersonale algoritmo? L’arte senza l’ artista non è dunque la morte dell’arte? E il pensiero senza chi lo pensa?




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