giovedì 25 giugno - Phastidio

Alitalia, la farsa (dis)continua

I ministri dei Trasporti ed Infrastrutture, Paola De Micheli, e dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, sono stati auditi in Commissione Trasporti della Camera su tempi, modi e maniere per rimettere in pista l’altoforno di soldi dei contribuenti chiamato Alitalia. 

Quello che è emerso è che l’unica certezza è l’assenza di certezze. Anzi, no: l’unica certezza è che verrà perseguito il modello Ilva (noto anche come modello Unione Sovietica), tenendo quindi fermo l’obiettivo di occupazione e facendo ruotare attorno ad esso il contributo dei contribuenti italiani, cioè l’entità delle perdite che da ciò conseguiranno.

Intanto, pare che la Commissione europea abbia chiesto una misteriosa “discontinuità” per autorizzare la nazionalizzazione del vettore. E già qui ci sarebbe da ridire o da ridere, visto che qui c’è solo la continuità di un disastro non mitigato.

Ma in cosa dovrebbe consistere, questa “discontinuità”? Nel dubbio, il governo italiano crede che si tratti di differente architettura societaria. Nel senso che, anziché una compagnia con tre divisioni interne, potrebbe nascere una holding che controlla una società aviation, una handling ed una per i servizi a terra. Questa secondo voi è “discontinuità”?

Dalla audizione, pare che siano stati scelti gli unici vincitori della pluriennale crisi Alitalia: gli advisor. Il MEF ha scelto Oliver Wyman per il piano industriale della newco. Si tratta dello stesso che aveva lavorato alla geniale integrazione con le Ferrovie, avendo come pivot industriale la neghittosa Delta. Anche questa penso sia una evidente “discontinuità”, no?

Ma soprattutto, pare quindi che il piano industriale non sarà elaborato dal nuovo capo azienda, per un motivo che potrà sembrarvi banale: il capo azienda non è stato ancora scelto. Sono in corso le famose interlocuzioni tra i politici di maggioranza, che certamente saranno improntate alla ricerca del più competente ed esperto sulla piazza, al grido “fuori la politica da Alitalia, nazionalizziamo!”.

Finirà che per giustificare la scelta si pagherà una sontuosa parcella ad un head hunter internazionale, che casualmente sceglierà il nome indicato dalla politica (great minds think alike, lo sapete) e vissero tutti felici e contenti.

La ministra De Micheli ha poi detto di non volere una “compagnia mignon”:

[…] quindi questo ha a che vedere col tema del personale, non ho mai parlato di numero di aerei ma voglio una compagnia che sappia stare sul mercato e abbia una dimensione che glielo consenta.

Detta così suona criptica, o forse no. Nel senso che si applica il famoso “teorema Ilva”: si parte dal numero di dipendenti, e attorno ad esso si costruisce la capacità produttiva dell’azienda. Da lassù (o laggiù), Lenin, Breznev e compagni guardano con occhi amorevoli. E attenzione: Alitalia non si comprerà Air Italy, compagnia defunta e peraltro priva di aerei, ma solo alcuni suoi asset “interessanti”. Tipo i dipendenti. Perché, nel pensiero di De Micheli, il numero di dipendenti genera il fabbisogno di aerei, che a sua volta produce il piano industriale, che un manager dovrà realizzare. Magie del reverse engineering.

Per parte sua, Patuanelli ha confermato che ogni business plan Alitalia è costruito attorno ai dipendenti:

A fronte di 1,3 miliardi di prestiti di gestione commissariale dal 2017 la compagnia ha anche erogato oltre 1,5 miliardi di stipendi.

Un esempio di come si possa combattere il neoliberismo e mettere la persona al centro dell’azione dello Stato, come si nota. A patto che questa persona sia dipendente Alitalia. Però forse ora abbiamo la soluzione: fare assumere come dipendenti Alitalia non solo quelli di Air Italy ma in caso anche quelli di Ilva, Whirlpool Napoli, Embraco, eccetera. In questo modo, potremo ordinare centinaia di aerei e volare anche su Marte. Chi ha detto che in questo paese non ci sono politiche attive del lavoro?

In attesa che l’advisor industriale cambi la data e i nomi sulle slide del piano industriale precedente, la ministra De Micheli ha già suggerito un capitolo, ricordando

Il ruolo geopolitico della compagnia aerea durante il Covid: in quel momento in cui accadeva di tutto, avere avuto alcune disponibilità di Alitalia ha determinato oggettivamente la possibilità di raggiungere molti obiettivi in termini di merci e di rimpatrio dei connazionali.

Beh, sì, abbiamo trovato una mission per Alitalia: la gestione delle pandemie. Gli aerei militari da trasporto materiali e passeggeri evidentemente non sarebbero serviti. Io resto della mia idea: usare i soldi europei dell’ESM per Alitalia, in quanto presidio strategico sanitario. Anche questa è discontinuità.

Veniamo al cash: ricordate il precedente prestito-ponte? I giornali italiani hanno passato anni a scrivere che la liquidità si manteneva elevata, in un vero miracolo: una società che brucia cassa come un altoforno ma con i livelli di liquidità che non scendono! Sappiamo come sono andate le cose: la cassa è finita, andate in pace e chiedete ai contribuenti italiani altri soldi.

Invece, ora, discontinuità! Come ha detto Patuanelli, Alitalia al 31 maggio

[…] ha in cassa 232 milioni.Questo dà la misura del lavoro del commissario, ma la compagnia ha bisogno di un amministratore delegato.

Sarebbe utile capire, di quei 232 milioni, quanti derivano da biglietti venduti su voli che poi verranno cancellati causa Covid, come sta accadendo a pressoché tutti i vettori del mondo. E se ciò accade, si rimborsano i clienti non con soldi veri ma con voucher, e la cassa è temporaneamente salva. Pare che il ministro abbia promesso una verifica sulla questione, attendiamo fiduciosi. nel frattempo, i giornali sono autorizzati a tornare a gridare al miracolo.

Ah, dimenticavo: non c’è ancora la data di creazione della newco. Ma tranquilli, arriverà “quanto prima”. La farsa prosegue. Anzi, (dis)continua.

Foto di pkozmin da Pixabay 

 




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