mercoledì 27 luglio - Mario Barbato

Alessia Pifferi, quando il diavolo veste donna

Alessia Pifferi, la mamma killer della figlia di 18 mesi, ha risposto alle domande del magistrato che l’ha interrogata senza tradire alcuna emozione. Nessun segno di pentimento, di rimorso, di colpa per un delitto tanto crudele da evocare inquietanti fantasmi in una donna che mamma non doveva essere, perché troppo attaccata a una vita fatta di lascivia morale.

Lei frequentava le chat, dove tutto si cerca tranne l’amore vero. Conosce un uomo, l’ennesimo, prende la valigie e parte da Milano per Bergamo, lasciando la figlia nella culla. Un lungo weekend di sette giorni nel corso della quale Pifferi mangia, dorme, ride, fa l’amore con il nuovo compagno, mentre la piccola Diana patisce la sete, la fame, il caldo, l’inedia. La piccola non può nemmeno difendersi, non può chiedere aiuto, non può piangere perché stordita probabilmente con mezzo flacone di tranquillanti. Nessuno dei vicini si accorge di nulla, ignari che la persona che più avrebbe dovuta accudirla se ne era andata a fare baldorie con l’amante.

Non era la prima volta che Alessia Pifferi lasciava sola la sua bambina per rincorrere amori conosciuti sui siti di incontri. Le altre volte le era andata bene, la piccola era sopravvissuta, ma forse lo faceva proprio per liberarsi di un fardello che non voleva. Quegli abbandoni potevano essere tentativi di omicidio andati a vuoto, fino a quello riuscito. Chi lo sa. Resta il fatto che la donna confessa al pm di essere consapevole che la piccola potesse morire. Anzi, forse sperava che morisse. Questo spiega il perché, dopo essere tornata a Milano, abbia preferito non passare dalla sua abitazione dove avrebbe potuto trovare la figlia ancora viva. Perché correre questo rischio? Meglio entrare con la sicurezza di aver finalmente portato a segno il delitto.

Alessia Pifferi sognava una libertà senza responsabilità. E adesso la sua libertà è finita dietro le sbarre di un carcere, messa in isolamento e guardata a vista per evitare vendette da parte delle altre detenute o per impedire che possa togliersi la vita. Il rischio, reale, è che dietro quelle sbarre possa restarci per molti anni, se non addirittura per tutta la vita. Alessia Pifferi si era convinta che essere liberi significhi fare ciò che si vuole e come si vuole. Considerava la sua bimba un peso, un onere di cui sbarazzarsi. E nel modo più atroce possibile.




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