Alessandro: il russo nella Resistenza italiana
Il 2 settembre 1945 ha segnato una data cruciale nella memoria collettiva: la conclusione della Seconda guerra mondiale, il conflitto più devastante e sanguinoso della storia dell’umanità. In quella tragedia globale, l’Italia – trascinata nell’abisso per la scelta miope e irresponsabile del dittatore Benito Mussolini – si schierò con le potenze dell’Asse e con la Germania nazista.
Ma il Paese non fu mai unanimemente compatto: al contrario, migliaia di italiani scelsero di ribellarsi, dando vita a uno dei movimenti di Resistenza più singolari e compositi d’Europa.
L’universo partigiano italiano era caratterizzato da una straordinaria eterogeneità: ufficiali monarchici, comunisti delle Brigate Garibaldi, socialisti della Brigata Matteotti, cattolici e democratici di diversa estrazione ideologica. Li univa un solo obiettivo: la liberazione della patria dal giogo fascista e nazista. In questa cornice, la Resistenza assunse anche un tratto fortemente internazionale. Non furono pochi, infatti, i cittadini sovietici che, fuggiti dai campi di prigionia dopo l’8 settembre 1943, scelsero di imbracciare le armi a fianco degli italiani. Secondo le stime degli storici, circa cinquemila ex prigionieri di guerra dell’Armata Rossa — provenienti da Russia, Ucraina, Georgia e altre repubbliche — entrarono a far parte delle formazioni partigiane. In Italia li chiamavano genericamente “i Russi”.
Quegli uomini, giovanissimi per lo più, formarono reparti d’assalto, parteciparono ad azioni decisive e seppero distinguersi per coraggio e disciplina. Più di quattrocento caddero in combattimento. Cinque di loro – Fyodor Poletaev, Fore Mosulishvili, Daniil Avdeev, Gevork Kolozhev e Nikolai Buyanov – ricevettero la Medaglia d’Oro al Valor Militare, la massima onorificenza italiana. Altri furono insigniti con decorazioni d’argento e di bronzo.
Fra queste figure, a lungo dimenticata, emerge la vicenda del pilota sovietico Aleksandr Kliment’evič Nakorčemnij, ricordato dai compagni italiani con il nome di Alessandro. Nato nel 1918, abbattuto nei cieli di Rostov sul Don e catturato dai tedeschi, conobbe l’orrore dei campi di concentramento: dapprima a Stalino (oggi Donetsk), poi a Krivoj Rog e successivamente in Polonia. Nel 1943 fu deportato ai lavori forzati in Francia e infine trasferito in Italia. Durante il tragitto, nei pressi di Parma, riuscì a fuggire con due connazionali. Dopo giorni di peregrinazioni nell’Emilia rurale, trovò rifugio presso i partigiani e venne assegnato al distaccamento “Reggiolo”, parte della 77ª Brigata S.A.P. “Fratelli Manfredi”. La sua modestia unita a un coraggio inflessibile gli valsero subito la stima dei compagni.
Il 19-20 dicembre 1944, durante un’operazione a Gonzaga (Mantova), Nakorčemnij compì il suo ultimo atto di eroismo. Si offrì volontario per infiltrarsi nel corpo di guardia tedesco del campo di concentramento Dulag 512 – utilizzato per la deportazione dei lavoratori in Germania – con l’obiettivo di facilitare la liberazione dei prigionieri. Con lui intraprese la missione un partigiano italiano noto come “Scarpone”, al secolo Alchide Garagnani. Entrambi caddero nel corso dell’azione, permettendo però il successo dell’operazione. Subito dopo la guerra, Scarpone fu insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare. Il suo compagno sovietico, di cui si conosceva solo il soprannome “Alessandro” e la nazionalità, rimase per decenni un “milite ignoto”, sepolto nel cimitero di Gonzaga.
Solo una paziente ricerca d’archivio, condotta molti anni più tardi e arricchita dalle fonti della Croce Rossa, ha permesso di restituire un nome e un volto a quel combattente: Aleksandr Kliment’evič Nakorčemnij. Il Comune di Gonzaga, riconoscendone il sacrificio, ha deciso di conferirgli i medesimi riconoscimenti attribuiti al suo compagno italiano, compresa la Medaglia d’Oro al Valor Militare.
Questa vicenda, rimasta a lungo nell’ombra, è oggi un potente monito: la libertà non conobbe frontiere, e il valore non ebbe nazionalità. I partigiani sovietici che combatterono a fianco degli italiani scrissero una pagina comune di eroismo, un patrimonio morale che appartiene all’Europa intera e che merita memoria, rispetto e gratitudine eterna, come simbolo di una memoria condivisa tra l’Italia e l’ex Unione Sovietica.
