giovedì 10 giugno - UAAR - A ragion veduta

Affaire Mila: in ballo il diritto alla libertà di coscienza

Si è aperto la scorsa settimana il processo ai cyber aggressori della giovane Mila, la ragazza francese sommersa lo scorso anno di insulti e minacce sui social per aver criticato l’islam.

Ha ragione la giornalista Zineb El Rhazoui, ex firma di Charlie Hebdo: nel processo che si è aperto la scorsa settimana contro 13 persone (uomini e donne) accusate di cyberbullismo e minacce di morte ai danni di Mila, rea di aver veementemente espresso su Instagram tutta la propria distanza dall’islam, in ballo c’è molto di più che questo singolo caso. In ballo c’è l’inalienabile diritto alla libertà di coscienza. Per questo, dice El Rhazoui, una decisione «lassista» sarebbe «un presagio disastroso per tutti coloro che pensano che la libertà di coscienza sia la madre di tutte le altre libertà».

Possiamo darle torto?

Tutto comincia l’anno scorso, quando sulla pagina Instagram di Mila un ragazzo musulmano cerca di rimorchiarla. Mila lo rifiuta. Lui la prende male: la definisce una razzista, un’islamofoba e «una sporca lesbica». Lei reagisce duramente. E posta un video in cui dichiara di detestare tutte le religioni, che «l’islam è una merda», e che quindi al suo dio metterebbe un dito nel buco da dove esce. Da quel giorno la sua vita non è più la stessa: è subissata di insulti e minacce di stupro e di morte, non può più andare a scuola, finisce sotto protezione.

Di fatto, Mila è stata sottoposta a una gogna pubblica per aver detto ciò che pensa delle religioni e in particolare dell’islam. E questo, in un Paese dove peraltro il reato di blasfemia è stato abolito con la Loi sur la liberté de la presse del 29 luglio 1881…

Sappiamo purtroppo molto bene cosa le sarebbe accaduto altrove: in Afghanistan, Arabia Saudita, Brunei, Iran, Mauritania, Nigeria, Pakistan e Somalia la blasfemia è punita con la pena di morte; in altri 50 Paesi con la prigione. Pensiamo all’attivista mauritano Mohamed Cheikh Ould Mkhaitir, condannato a morte per blasfemia e apostasia per aver sostenuto che il Corano legittima il sistema di schiavitù in Mauritania (dopo sei anni in carcere Cheikh ha poi trovato asilo politico proprio in Francia).

Quanti, in questi Paesi, sono costretti a scegliere l’autocensura? A riservare al proprio foro interno critiche e pensieri “blasfemi”? Chi ha contribuito alla gogna pubblica cui è stata sottoposta Mila vuole questo? Che non si possa dire, seppure con toni e parole forti, ciò che si prova rispetto a una religione e al suo dio? Purtroppo, si continua ad assistere ovunque a una diffusa violazione della libertà di espressione quando entra in gioco la tutela del sacro. Anche da noi.

Diversi tra gli imputati hanno detto di essersi pentiti delle proprie azioni e hanno spiegato di aver agito a caldo scioccati dalle parole di Mila. Speriamo la prossima volta ci pensino due volte.

Noi continuiamo a dire #JeSuisMila.

La redazione

 




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