Accademia Tiberina - Sezione Lucana Convegno " Terre lucane e aree interne fra estinzione e rinascita"
In occasione del decennale dell’Accademia Tiberina – Sezione Lucania, la consegna del riconoscimento Tiberino Lucano all’imprenditore lucano Costantino Di Carlo, Presidente e Amministratore Delegato di Orizzonti Holding S.p.A. – realtà imprenditoriale di primo piano con una proiezione che va oltre i confini regionali – ha rappresentato l’occasione per aprire un confronto pubblico sul futuro delle aree interne, muovendo dalla discussione sul Piano di sviluppo delle aree interne e ragionando sui limiti e sulle opportunità che esso può rappresentare.
I lavori sono stati introdotti e coordinati da Gianfranco Blasi, Vicepresidente dell’Accademia Tiberina, e hanno visto gli interventi di Gerardo Lisco, ricercatore indipendente di Scienza della politica, e di Aldo Michele Radice, già Presidente, Consigliere regionale e parlamentare della Basilicata. Leonarda Rosaria Santeramo, componente del Consiglio Direttivo dell’Accademia Tiberina, ha presentato il secondo volume di Terre Lucane.
La seconda parte del convegno è stata dedicata alla premiazione di Costantino Di Carlo, preceduta da un’intervista condotta dal Presidente dell’Accademia, Nicola Pascale. Nel corso dell’intervista, Di Carlo ha affrontato temi legati al mondo delle imprese, sottolineandone la funzione sociale, nonché le principali criticità che interessano la Basilicata.
Dagli interventi è emersa con chiarezza la presenza di nodi strutturali nel Piano di sviluppo delle aree interne. La riflessione ha riguardato in particolare i dati demografici, le tendenze in atto e alcuni possibili spunti di intervento. Con questo primo convegno, l’Accademia Tiberina si pone l’obiettivo di promuovere un confronto stabile a livello regionale con le istituzioni e con la società lucana.
Storicamente, i processi di trasformazione della struttura sociale ed economica hanno sempre prodotto “scarti”. Basti pensare alla Rivoluzione industriale, a partire dall’Inghilterra della metà del XVIII secolo, fino ai processi di industrializzazione che hanno interessato l’Italia a partire dal primo “decollo industriale” di fine Ottocento.
Lo sviluppo industriale italiano ha inizialmente riguardato il cosiddetto triangolo industriale Torino-Milano-Genova, per poi riposizionarsi tra Milano, l’Emilia e il Triveneto. Oggi quest’area, con poche eccezioni nell’Italia centrale e in alcune zone del Mezzogiorno, risulta pienamente integrata nel sistema produttivo mitteleuropeo, in particolare in quello tedesco. È noto, ad esempio, come l’industria meccatronica emiliana fornisca componentistica di alta qualità al sistema produttivo tedesco, anche attraverso marchi storici italiani oggi di proprietà straniera.
A partire dall’Unità d’Italia, e in modo più marcato dalla svolta protezionistica del primo governo De Pretis, le politiche economiche hanno assecondato lo sviluppo industriale del Nord, già allora connesso al sistema mitteleuropeo. La scelta geopolitica e geoeconomica dello Stato unitario ha privilegiato una proiezione verso il Nord piuttosto che verso il Mediterraneo, nonostante quest’ultimo rappresenti il naturale confine meridionale del Paese. Anche la politica coloniale italiana conferma tale impostazione.
Con la perdita della centralità del Mediterraneo a partire dal XVI secolo, il Mezzogiorno d’Italia è divenuto progressivamente uno “scarto” della modernità, incarnata dall’espansione commerciale atlantica. Nemmeno l’apertura del Canale di Suez nel 1869 è riuscita a invertire tale tendenza.
Come osservava Guido Dorso ne La rivoluzione meridionale, l’Unità d’Italia fu una “conquista regia”: il nuovo Stato nacque come ampliamento del Regnum Sardiniae, e le classi dirigenti meridionali non furono estranee a tale processo. Esse parteciparono pienamente all’unificazione e, per opportunismo e sopravvivenza, condivisero e cogestirono le politiche economiche dei governi successivi. Letteratura e pensiero critico – da De Roberto a Tomasi di Lampedusa, da Salvemini a Gramsci, Dorso e Sereni – hanno ampiamente descritto questa alleanza tra le élite meridionali e la borghesia industriale settentrionale.
Nel corso del Novecento non sono mancati interventi di recupero e valorizzazione del Mezzogiorno e delle aree interne, dagli interventi straordinari di Zanardelli-Giolitti e Nitti fino all’azione della Cassa per il Mezzogiorno negli anni Cinquanta-Settanta. Pur con tutti i limiti, tali politiche produssero alcuni effetti positivi. La loro abolizione, sancita nel 1992, e la contestuale introduzione di una politica di incentivi basata sui bandi competitivi segnarono il passaggio a un intervento di matrice neoliberale, orientato dal lato dell’offerta, che non ha prodotto un miglioramento significativo delle condizioni economiche del Mezzogiorno.
I dati demografici della Basilicata mostrano come il declino inizi proprio in quegli anni. Ciò dovrebbe indurre a una riflessione critica sui dati economici spesso presentati come esaltanti, in particolare quelli relativi al PIL, che rischiano di offrire una rappresentazione parziale e fuorviante dello sviluppo reale.
Il mutamento di paradigma, avviato tra gli anni Ottanta e Novanta, riguarda il ruolo dello Stato e dell’intervento pubblico, segnando il passaggio dalla modernità alla postmodernità. La riduzione dell’azione diretta dello Stato e il ricorso al mercato come principale regolatore hanno reso inefficaci le politiche di riequilibrio territoriale. In un contesto di mercato unico europeo, il Mezzogiorno – e la Basilicata in particolare – non è in grado di competere con aree caratterizzate da salari più bassi, maggiori risorse finanziarie e minori tutele sociali.
A questo si aggiunge una trasformazione culturale profonda. La postmodernità, esaltando l’individualismo e l’idea dell’“imprenditore di sé stesso”, ha favorito la mobilità e la rinuncia alle radici. In Basilicata, tale processo si è innestato su una struttura sociale già fragile, producendo una massiccia esportazione di capitale umano e finanziario. La regione si configura oggi come un’economia estrattiva, non solo per le risorse naturali, ma anche per il capitale umano che forma e perde.
Il Piano per il recupero delle aree interne, come evidenziato da numerosi osservatori, prende atto dell’irreversibilità del declino demografico, arrivando di fatto ad accompagnare all’estinzione i comuni più piccoli. Considerando che le aree interne rappresentano circa il 60% del territorio nazionale e ospitano 13 milioni di abitanti, è evidente che senza politiche capaci almeno di arrestare il trend, molti comuni lucani rischiano di diventare fantasmi nel giro di pochi anni.
Da qui la domanda centrale: gli interventi previsti dal PSNAI e dalle strategie regionali, ancora improntati alla logica dei bandi, sono realmente in grado di contrastare il declino, oppure finiscono per alimentare rendite di posizione senza incidere sulle dinamiche strutturali?
Alcuni interventi sono certamente condivisibili: infrastrutture, connettività, telemedicina, servizi per la popolazione anziana. Tuttavia, sanità – a partire dalla Facoltà di Medicina dell’UNIBAS –, scuola, offerta culturale e politiche industriali legate a ricerca e innovazione dovrebbero essere finalizzate alla costruzione di un sistema territoriale accogliente, competitivo e attrattivo, capace di incidere sulle dinamiche demografiche, produttive e sociali di lungo periodo, e non limitarsi a misure frammentarie e compensative.
Tutto ciò richiede non solo capacità organizzative, ma un profondo mutamento culturale: il superamento della postmodernità e di mezzo secolo di egemonia neoliberale. Come ricordava Zygmunt Bauman in Voglia di comunità ed Elinor Ostrom con il concetto di beni comuni, è necessario ricostruire legami sociali e un nuovo ruolo dell’intervento pubblico. Anche la politica deve ritrovare il suo senso originario di servizio, e non di strumento di ascesa individuale.
