ANGELIQUE KIDJO al Teatro Goldoni
La cantante africana entusiasma il pubblico della Biennale Teatro di Venezia

Se un artista è in grado di coinvolgere il pubblico che lo va ad ascoltare, non c’è niente di meglio, forse, che esibirsi in un Recital per voce e singolo strumento, capace di mantenere la melodia e contemporaneamente di improvvisarci sopra.
Tutto questo si è realizzato in un Teatro Goldoni stranamente non al completo, che ha ospitato e valorizzato, grazie ad una buona acustica, l’artista, in prima linea nella difesa dei diritti umani e contro le ingiustizie, in particolar modo alle donne, Angelique Kidjo (Ouidah, Benin, 14 luglio 1960). Assistita dal pianista dell’isola Martinica - situata nell’arcipelago delle Piccole Antille, dipartimento francese d’oltremare oggi, un tempo colonia della corona di Francia - Thierry Vaton (1966), con il quale condivide una collaborazione ultratrentennale, ha eseguito, senza concedersi pause, a parte un breve brano strumentale, una scaletta di 17 canzoni più altre due preventivate come bis.
Ha mostrato una forma fisica smagliante, modulando una voce potente, che colpisce , ma è pulita, cristallina, anche nei momenti urlati. Utilizza in maniera originale la tecnica Scat. Danza e scandisce con gli arti inferiori certi brani particolarmente ritmici, coinvolgendo il pubblico che non vede l’ora di scatenarsi – per lo meno la maggior parte -, che rimane rapito, pronto all’applauso brano dopo brano, nonché studente diligente nell’apprendere come battere le mani a tempo e a cantare un paio di refrain, non proprio facilissimi in Soul Makossa – mamako – mamaka – mamama kossà – il conosciutissimo successo del sassofonista camerunense Manu Dibango (1933 – 2020), e in Afirika : – Axè…. Madaxà – mama Afrika - .
Angelique ha cantato nel suo idioma natale, in francese (Petite Fleur di Henri Salvador) ; in spagnolo (Bemba Colora : “ e la luna parece un turbante de plata”) ; in inglese (Sahara you can, dedicato alla madre) ; portoghese (omaggio a Cesaria Evora, Carneval de Sao Vicente).

Il Recital si sarebbe concluso con Pata Pata, il brano famosissimo di Miriam Makeba (1932 – 2008), durante il quale gli spettatori, già in piedi per il precedente Afirika, si sono scatenati dirigendosi, danzando con le mani in alto, verso il palcoscenico. La cantante ringrazia, anche perché le sono donati due mazzi di fiori diversi, si dilegua dietro le quinte, ma subito ritorna per proporre Jerusalema e Summertime, eseguita, quest’ultima, dapprima senza parole attraverso un sillabico u...u...u…, malinconicamente melodico, in seguito cantandone il testo.
Assai apprezzabile il pianista della Martinica, attento a seguire la voce di Angelique e di cambiare in maniera repentina il ritmo delle canzoni, felicemente ritmico, come lo è la sua terra natìa – ricordo a tal proposito il celebre calipso di Sonny Rollins St.Thomas – e abile improvvisatore. Ha fatto infine conoscere il proprio lato legato all’esecuzione delle Ballads, nell’unico brano strumentale La valse des lilas, in cui ha sciorinato un lungo assolo.
Pubblico soddisfatto, artisti sorridenti : che c’è di meglio nell’ascoltare un concerto ?
