lunedì 2 maggio - Eleonora Poli

A 30 anni dalla strage di Capaci, Saviano racconta Giovanni Falcone

1992-2022, nell’anniversario di uno dei momenti più drammatici della storia italiana, quello di una terribile sconfitta contro la mafia, lo scrittore ripercorre la vita e le scelte di chi ha saputo mettere il coraggio davanti a tutto il resto. In un libro che prende, con profondità e delicatezza, la forma del romanzo.

Il titolo già contiene l'essenza di tutta la storia, quella del giudice Giovanni Falcone e degli altri che - prima e dopo di lui - hanno intrapreso un percorso e compiuto una scelta forte: non accettare, a nessun costo, che la giustizia fosse sconfitta dalla criminalità organizzata. “Solo è il coraggio” è il titolo del nuovo libro di Roberto Saviano, da pochi giorni in libreria (edito da Bompiani). Coraggio non è una condizione innata, una qualità che viene regalata all’uomo fin dall’inizio della sua esistenza: al contrario, è ogni giorno una scelta. Per chi combatte la mafia, la volontà di agire, di non lasciare niente di intentato, anche a costo di rischiare non soltanto la vita, ma prima ancora il giudizio degli altri, la delegittimazione, il fango, il fuoco amico. Non è conquistato una volta per sempre, il coraggio, è una strada intrapresa giorno dopo giorno, guidati non dall’eroismo solo dallo “spirito di servizio”. Così Roberto Saviano presenta la sua nuova opera che racconta esclusivamente fatti veri, interpretati alla luce di documenti frutto di una minuziosa ricerca bibliografica, documentaristica e fatta di testimonianze. Eppure le pagine del libro, più di cinquecento, non hanno mai la gravità e le pretese euristiche del saggio storico, piuttosto la leggerezza narrativa del romanzo che soltanto un autore come Saviano riesce a trasmettere, attraverso una scrittura bella, fluida, elegante che porta per mano il lettore dentro i fatti, con capitoli brevi che lasciano il tempo di riflettere. Del resto Saviano dà il meglio di sé nel raccontare le storie.

La vita di Giovanni Falcone sulla quale tanto si è detto, sulla quale forse si pensa di avere sentito già tutto, viene ripercorsa sotto una nuova luce, con un tocco poetico che scava nell’intimo dei pensieri dei protagonisti. Trent’anni sono trascorsi da quel 23 maggio 1992, quando in un attentato di Cosa Nostra morirono il giudice antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta. Solo qualche mese dopo, il 19 luglio dello stesso anno, un’altra esplosione uccise a Palermo in via D’Amelio il magistrato Paolo Borsellino, anche lui in prima linea nella lotta alla mafia. Fu una stagione terribile per l’Italia, che avrebbe potuto tradursi in un punto di non ritorno, in una sconfitta definitiva della democrazia e della legalità. Fortunatamente non fu così, e da quegli eventi tragici emersero una consapevolezza e una volontà di reazione, una sorta di rivolta anche dal basso che portò a superare quel buco nero.

L’attualità dell’esempio di Falcone tocca tutti, chi c’era e ha vissuto la tragedia, e le nuove generazioni che questi eventi li hanno sentiti raccontare o letti nei libri. Saviano definisce Falcone, Borsellino, Chinnici (con cui Falcone lavorò all’inizio della sua carriera) dei “sognatori concreti”, perché opporsi alla mafia era per loro proprio questo, un impegno quotidiano e concreto.

Nel titolo del libro di Saviano c’è anche, importantissimo, l’aggettivo “solo”; perché uno dei rammarichi più grandi, per tutti, è quello che Giovanni Falcone sia stato lasciato solo di fronte al peso del compito che aveva preso su di sé. Spesso addirittura criticato per avere screditato la Sicilia, terra di grandi bellezze, ma purtroppo anche terra di mafia. “I nemici più feroci di Falcone – dice Saviano – erano coloro che non credevano nella reale possibilità di cambiamento”. E che allora preferivano il silenzio, accusavano lui e Chinnici di “distruggere l’economia della Sicilia” ed erano pronti a mettere in piedi la macchina del fango contro chi aveva osato combattere la criminalità anziché accettarne semplicemente l’esistenza, arrendersi alla coabitazione. Inevitabile pensare a quanto Roberto Saviano abbia potuto rispecchiarsi nella solitudine del giudice; come lui colpevole di avere acceso le luci, denunciato, indagato, gridato, fatto nomi e cognomi, scritto, lasciato traccia. Anche per Saviano è stata negli anni una vita di solitudine, sotto scorta, nascosta, segnata dall’impresa di avere scritto, a soli ventisei anni, un libro come “Gomorra” e di essersi così attirato l’odio di chi certe cose non le voleva vedere, nemmeno ipotizzare possibili. In tanti, a ogni livello, hanno preferito e preferiscono ignorare per poter vedere nell’opera di Saviano un’offesa a Napoli anziché un atto d’amore.

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“Solo è il coraggio” è un racconto circolare, la fine si ricongiunge con l’inizio nelle immagini di due devastanti esplosioni. Nel primo capitolo torniamo indietro al 1943, quando la famiglia di Totò Riina viene distrutta da un ordigno bellico americano che il padre e i fratelli avevano raccolto sulla costa siciliana con l’intento di smembrare i materiali di cui era composto per rivenderli. Solo Totò, dodicenne, si salvò: la deflagrazione segnò per sempre la sua esistenza, forse in qualche modo decise del suo futuro criminale. L’esplosione del capitolo conclusivo è invece quella che tutti ricordano, il 23 maggio 1992, in autostrada vicino a Capaci, il carico di tritolo che uccise Falcone. In mezzo c’è tutto il resto, il lavoro, le battaglie, la vita, gli incontri. Non soltanto le tappe della carriera, le inchieste, i processi, il rapporto con Tommaso Buscetta che in qualche modo “scelse” proprio Falcone per iniziare la sua collaborazione con la giustizia. Il libro si sofferma sulla vita privata del giudice, l’amore, il matrimonio con Francesca Morvillo, le paure, la consapevolezza, il pensiero della morte, la decisione di non avere figli “per non mettere al mondo degli orfani”. Nel romanzo è tutto vero, testimoniato, documentato; ma, dove occorre, la sensibilità dello scrittore colma i vuoti, completa i dialoghi, seleziona tra le diverse ipotesi, interpretazioni e versioni, in pagine che scavano nel profondo, lasciano il segno, rinnovano il desiderio di conoscere e di capire ciò che è stato.

 

 




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