5 in Storia: Tadej Pogacar si conferma il Re del Tour
CICLISMO – TOUR DE FRANCE 2026- Tadej Pogacar si conferma il Re del Tour per la 5^ volta! Il campione sloveno eguaglia il record appartenente ai mostri sacri Anquetil, Merckx, Hinault e Indurain, entrando definitivamente nella leggenda del Ciclismo.
La fortunata epopea di Tadej Pogacar iniziò nel 2020. Una sorta di anno spartiacque nella storia recente dell'umanità. E un anno divisore nella storia recente del Ciclismo. In quella edizione disputata in piena era Covid-19, che indusse gli organizzatori a spostarla dal consueto mese di luglio all'inusuale settembre (le prime tappe coinvolsero però pure agosto), il giovane talento sloveno iniziava ad edificare le fondamenta della sua leggenda. Nel volgere di poco più di un quinquennio il fuoriclasse di Komenda si sarebbe dimostrato uno dei corridori più forti di ogni epoca, sino a diventare una “divinità” del pedale. Vittoria dopo vittoria, conseguendo risultati sostanzialmente incompatibili col ciclismo moderno (che ormai da anni tende al massimo equilibrio tra le forze in campo), il campione sloveno avrebbe riscritto la storia e le statistiche delle due ruote. Dissotterrando la figura del campione universale nonché l'icona del corridore dal potere dispotico che tutti ritenevamo estinta da decenni, nel volgere di un lustro Pogacar ha riportato le lancette del tempo molto indietro, fissandole in epoche che parevano destinate a fossilizzarsi e ad essere conservate tra i ricordi degli appassionati più esperti. In questo breve arco temporale le sue incredibili performances ed i suoi fantastici exploit hanno offuscato, o comunque reso un po' meno lucente, la fama di tanti assi del pedale, e persino le figure di gente come Fausto Coppi ed Eddy Merckx appaiono ora meno inavvicinabili del solito, come se avessero perso quell'aura di sacralità che sino a pochi anni fa li contraddistingueva tra i divi assoluti del Ciclismo.
LASSU' CON GLI DEI
Da quando si è affacciato sul proscenio, ogni Tour (o quasi) per Pogacar si è trasformato in una esibizione regale ed inimitabile del suo fascino irresistibile, ed a tutti i rivali non è rimasto altro che omaggiarne l'effige, inchinandosi mestamente innanzi a cotanta grazia. Rassegnandosi al cospetto di un corridore dalle doti sovrumane, che sembra stravincere regolarmente quasi per inerzia, senza prodigarsi in chissà quali sforzi. Facendo apparire normali anche le imprese epiche. Come quella che in quest'ultimo magico Giro di Francia, in occasione della 6^ tappa, lo ha visto fuggire via sui primi passi pirenaici a 40 km dal traguardo di Gédre, rifilando ai malcapitati avversari distacchi abissali (dai 2'38'' in su), per dei divari che non si registravano da tempo. O come quella che sull'Alpe d'Huez – da sempre la regina per antonomasia delle montagne del Tour – lo ha visto sgretolare il record di scalata che resisteva dal 1995, dal giorno in cui un certo Pantani s'imponeva alla maniera con cui avrebbe poi abituato una generazione di appassionati. Così, facendo leva su di uno stato di forma che non accenna a calare, anche questa Corsa Gialla è stata un monologo, un trionfo completo, totale, assoluto, un'ulteriore ratifica della sua forza inimitabile, della sua straordinaria imperiosità. Un'apoteosi che gli consente di toccare quota 5 Tour de France in carriera, una cifra mostruosa che sino a pochi anni fa sembrava impensabile, ma che adesso è diventata pura e semplice realtà.
Ma al di là dei tanti Tour de France introdotti in palmares, c'è un altro dato “nascosto” tra le viscere delle statistiche, ovviamente poco conosciuto se non dagli storici incalliti come colui che scrive, ma molto significativo e che evidenzia meglio di qualsiasi altra dissertazione la dimensione impressionante di Pogacar, e riguarda le vittorie di tappa. E non mi riferisco alle 26 frazioni complessive ottenute alla corsa francese. Esse già di suo rappresentano un gruzzolo smisurato, permettendogli tra l'altro di ergersi al 4° posto all time tra i plurivittoriosi, ma l'elemento eccezionale a cui alludo, e che illustra fedelmente la statura regale del campionissimo sloveno, è inglobato proprio in questi 26 successi. Pogacar, infatti, escludendo i velocisti (che sarebbero Mark Cavendish ed Andrè Darrigade), è il corridore del Dopoguerra che ha il maggior numero di affermazioni in linea (cioè senza conteggiare le cronometro), 22, rappresentanti l'85% del suo computo totale. Ovviamente è risaputo che imporsi in una tappa in linea, specie in altura, è decisamente più difficile rispetto ad una tappa a cronometro, ed anche per un fuoriclasse generalmente le percentuali di vittorie propendono proprio per le prove contro il tempo. Questo non lo sostengo io, ma lo dicono le statistiche, ce lo ricorda la storia del Ciclismo, inducendoci a riflettere ed a valorizzare ulteriormente la figura leggendaria del corridore della UAE. In questa speciale classifica concernente i successi in linea, lo sloveno precede il divino Merckx di ben 4 lunghezze (22 a 18). Dietro di loro c'è il vuoto, e ciò la dice lunga su quanto sia dura prevalere in frazioni “normali”. A quota 9 troviamo Gino Bartali (a cui andrebbero aggiunte altre 3 tappe vinte prima della pausa bellica) e Louison Bobet, poi abbiamo Hinault e Pantani con 8 successi ciascuno, Ocana 7, via via tutti gli altri (tra cui a quota 6 ricordo Coppi, Magni, Gaul, Nibali, Van Impe e Zoetemelk). Tali numeri raffrontati con quelli di Tadej appaiono striminziti e non rendono l'idea sulla portata di codesti campioni, tra i più grandi che il Tour abbia mai ospitato, ma naturalmente non erano loro ad attestarsi su quote modeste. Semmai è lo sloveno ad essere talmente grande da far sembrare tutti gli altri dei lillipuziani. D'altronde, chi di noi non si sentirebbe infinitamente piccolo davanti ad un dinosauro?
Tornando al Tour su cui è appena calato il sipario, questo trionfo gli permette di eguagliare in grande stile, ed a soli 27 anni (il più giovane a riuscirvi), le 5 vittorie alla Grande Boucle di mostri sacri del calibro di Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault e Miguel Indurain, ergendosi sulla vetta più ambita, più prestigiosa, più inavvicinabile. La vetta dell'Olimpo su cui siedono indisturbati e compiaciuti gli dei dello sport.
Chiudiamo con alcune piccole note a margine. La prima riguarda il co-protagonista di questo Tour, che è stato senza dubbio il caldo estremo, il quale ha indotto gli organizzatori a prendere provvedimenti drastici, come l'accorciamento della 9^ tappa (Malemort – Ussel) di circa 30 km, possibile preludio, vista la tendenza climatica degli ultimi decenni, ad un futuro che potrebbe vedere la Corsa Gialla spostata in una stagione con temperature meno roventi. Con la speranza, però, che non venga stravolto il suo format e che le alte temperature non vengano adoperate dal gruppo come pretesto per faticare meno, cavalcando maliziosamente l'eccessiva prudenza degli organizzatori della Grande Boucle, che a volte sembrano preoccuparsi sin troppo della salute degli atleti, i quali invece dovrebbero essere abituati a competere in certe condizioni, specie nel Ciclismo, uno sport che da sempre ha convissuto con la canicola estiva, generando una sorta di connubio indissolubile, che in fondo contribuisce ad amplificare il fascino della corsa più amata al mondo. La seconda riguarda il francese Paul Seixas, che ad appena 19 anni ha sfiorato un podio che avrebbe avuto del clamoroso: non è da escludere in futuro una splendida sfida con il campione sloveno. L'ultima purtroppo è per il ciclismo italiano, che da troppo tempo fatica ad emergere dalle sabbie mobili della propria mediocrità...
