martedì 16 luglio - Oggiscienza

1967, la tragedia dell’Apollo 1

Il terribile incendio in cui hanno perso la vita tre astronauti NASA e le sue conseguenze sulla prosecuzione del programma Apollo.

di Simone Petralia

È l’inizio del 1967, mancano meno di tre anni alla fine del decennio. Per realizzare il sogno di Kennedy bisogna fare in fretta. Se si vuole arrivare sulla Luna prima dei russi è necessario accelerare, essere più veloci degli altri. I soldi non mancano, tutto ruota attorno al fattore tempo.

Finora le varie fasi del programma si sono succedute senza particolari problemi. Il clima alla NASA è di grandissimo entusiasmo. Apollo/Saturn 204 (AS-204), la prima missione Apollo in cui è prevista la presenza di esseri umani, è pronta a partire. Il lancio sarà effettuato il 21 febbraio 1967. Lo scopo è eseguire una serie di test utili per i voli successivi e verificare che in fase di decollo tutto proceda per il meglio. Gli astronauti non dovranno lasciare l’orbita terrestre bassa, quindi manca il modulo lunare e la capsula pesa molto meno rispetto a quelle progettate per raggiungere il nostro satellite. Si decide di non usare il razzo vettore Saturn V, troppo potente per un lancio del genere, ma il più piccolo Saturn IB.

Virgil ‘Gus’ GrissomEdward White e Roger Chaffee, i tre astronauti che dovranno compiere questo primo viaggio, hanno già migliaia di ore di volo all’attivo. White è stato il primo astronauta americano ad aver compiuto un’attività extraveicolare, nel 1965, durante la missione Gemini 4; Chaffee è il più giovane del gruppo, ha 31 anni e non ha mai volato nello spazio, ma era tra i piloti degli aerei militari intervenuti durante la crisi missilistica di Cuba del 1962; Grissom è il veterano del gruppo, uno dei leggendari Mercury Seven, i primi astronauti della NASA. Tutti pensano che sarà lui il primo uomo a mettere piede sulla Luna.

L’incendio

Il 27 gennaio 1967 è un giorno come gli altri. La navicella su cui voleranno i tre uomini è stata da poco montata in cima al vettore, nella rampa di lancio 34 del Kennedy Space Center di Cape Canaveral, in Florida. Per quel giorno i test prevedono una simulazione di lancio da effettuare durante la prima disconnessione completa della navicella da tutti i cavi a cui è collegata. Si tratta di una procedura che non presenta particolari rischi: né il razzo né la capsula sono stati caricati con carburante.

Alle 13:00, ora locale, i tre uomini entrano nella cabina di pilotaggio. L’interno dell’abitacolo viene riempito di ossigeno puro, presente a una pressione più elevata rispetto a quella esterna, in modo da individuare possibili perdite. L’atmosfera è distesa, anche se fin dall’inizio non tutto funziona alla perfezione. Il segnale radio per le comunicazioni col centro di controllo missione è particolarmente instabile. Dopo alcune ore trascorse senza che si riesca a risolvere il problema, Grissom pronuncia una frase destinata a diventare famosa: “come diavolo pensiamo di poter andare sulla Luna, se non siamo capaci di comunicare a distanza di un paio di edifici?”.

Le ore si susseguono tra operazioni di routine e piccoli problemi da risolvere. Dopo vari interventi il sistema di comunicazione è pienamente ripristinato, tutto sembra pronto per la simulazione del lancio. Fino alle 18:31. In quel momento si sente una voce pronunciare la parola “hey!”, o forse “fire!”, cioè “fuoco!”. E subito dopo “c’è un incendio in cabina!”. Non è chiaro chi sia a parlare, forse Grissom, forse Chaffee. Dopo alcuni secondi arriva un’altra comunicazione, questa volta a parlare è sicuramente Chaffee: “C’è un terribile incendio! Tirateci fuori! Bruciamo!”. Subito dopo le parole si fanno confuse e si trasformano in urla di dolore. Le fiamme all’interno della cabina divampano, alimentate dalla presenza massiccia di ossigeno puro. Per aprire il portello servirebbero quattro minuti. Troppi. Dopo una manciata di secondi un’esplosione sconquassa la capsula.

A causa del fumo la visibilità è nulla e per quindici minuti nessuno riesce ad avvicinarsi al relitto. L’abitacolo è annerito e parzialmente distrutto, le tute in nylon indossate dagli uomini si sono in parte fuse coi sedili all’interno della cabina. Per rimuovere i corpi sono necessari circa novanta minuti.

L’inchiesta

È il primo incidente mortale dall’inizio del programma spaziale americano. L’opinione pubblica è sconvolta, il sogno sembra essersi interrotto nel peggiore dei modi. A meno di dieci anni dalla sua fondazione e a un passo dal raggiungimento del grande traguardo, la NASA rischia di perdere irrimediabilmente la sua credibilità. Vengono portate avanti diverse inchieste, che coinvolgono in modo diretto o indiretto centinaia di persone. La prima azienda a essere accusata è la North American Aviation, che si era occupata della costruzione del veicolo. Ne nasce un rimpallo di accuse con la NASA.

Durante la costruzione della navicella Apollo negli stabilimenti della North American, tecnici, ingegneri e gli stessi astronauti avevano notato e segnalato che molte cose non andavano: una crepa nello scudo termico durante un test d’impatto, un serbatoio rotto in modo improvviso, il sistema di comunicazione inefficiente, il sistema di raffreddamento impazzito. Un totale di oltre 20.000 difetti di fabbricazione. La North American Aviation sostiene di aver segnalato alla NASA diversi errori di progettazione, ottenendo solo risposte evasive o volte a minimizzare i problemi; l’ente spaziale risponde accusando l’azienda costruttrice di non aver effettuato alcune importanti modifiche all’abitacolo che erano state richieste, grazie alle quali sarebbe stato possibile evitare l’incendio.

Dopo mesi di indagini serrate si scopre che la causa dell’incendio è da imputare a un corto circuito avvenuto sotto la sedia di Grissom. Ad accrescere enormemente gli effetti delle fiamme è stata l’atmosfera di puro ossigeno. Secondo il reperto autoptico gli astronauti sono morti per asfissia, dopo aver inalato una quantità eccessiva di monossido di carbonio, a circa trenta secondi di distanza dalla prima richiesta d’aiuto. Forse, se fosse stato più semplice aprire il portello, sia dall’interno che dall’esterno, la morte dei tre uomini si sarebbe potuta evitare.

Apollo riparte

Si decide di non bloccare il programma. Nell’arco dei mesi successivi vengono spesi 500 milioni di dollari per apportare tutte le modifiche necessarie a rendere sicuri i veicoli costruiti a partire da quel momento. Migliaia di cambiamenti, piccoli e grandi, utili a impedire il ripetersi di una tragedia del genere. Si lavora soprattutto sull’atmosfera interna della cabina, composta adesso di ossigeno e azoto anziché di ossigeno puro, si semplificano le caratteristiche del portello e i tempi di apertura automatica, si collocano tutti gli oggetti infiammabili a distanza di sicurezza dalle apparecchiature elettriche. Questo sforzo, paradossalmente, porta la NASA a fare tutto prima e meglio. Negli anni successivi, tecnici e ingegneri dell’ente spaziale americano hanno sostenuto a più riprese che l’obiettivo di raggiungere la Luna entro la fine del decennio sia stato raggiunto proprio grazie all’incendio del 27 gennaio 1967. In un certo senso, la tragedia in cui hanno perso la vita Grissom, White e Chassee ha salvato il programma Apollo.

Se non ci fosse stata, è questa la tesi, nessuno avrebbe capito così in fretta quali errori non commettere. Quanto accaduto quel giorno ha dato la possibilità di comprendere che quando l’entusiasmo si trasforma in superficialità e i ritmi serrati diventano un modo per fare le cose in maniera approssimativa, i risultati possono essere devastanti. Il prezzo pagato è stato decisamente troppo alto, ma in un certo senso i tre astronauti non sono morti invano. Prima di proseguire viene deciso, su richiesta delle vedove, di dare il nome di Apollo 1 alla missione fallita.

Il ricordo

Ed White viene sepolto nel cimitero dell’Accademia militare degli Stati Uniti di West Point, nello stato di New York, mentre Gus Grissom e Roger Chaffee sono seppelliti nel cimitero nazionale di Arlington, in Pennsylvania. I funerali dei tre uomini si celebrano il 31 gennaio 1967; oltre agli amici e ai colleghi della NASA, sono presenti numerosi membri del Congresso e il presidente Lyndon B. Johnson, seduto in prima fila accanto alle famiglie. La cerimonia, solenne e composta, è attraversata da momenti di grandi intensità emotiva, come quando Eugene Cernan, uno dei dodici astronauti che cammineranno sulla Luna, consola il figlio di cinque anni di Roger Chaffee.

Nell’agosto del 1971 David Scott e James Irwin, comandante e pilota del modulo lunare dell’Apollo 15, lasceranno sulla Luna una statuetta in alluminio, opera dell’artista belga Paul Van Hoeydonck, raffigurante un astronauta caduto; accanto alla scultura sarà deposta una targa metallica con incisi i nomi di quattordici uomini, otto astronauti americani e sei cosmonauti russi che hanno perso la vita negli anni precedenti. Quello stesso anno Betty Grissom farà causa alla North American Aviation, nel frattempo diventata North American Rockwell. Le sarà riconosciuto un risarcimento di 350.000 dollari, pari a circa 3 milioni di dollari attuali. Saranno risarcite anche le vedove di White e Chaffee, che riceveranno 125.000 dollari a testa.

I nomi di Virgil ‘Gus’ Grissom, Edward White e Roger Chaffee sono incisi su uno dei pannelli che compongono lo Space Mirror Memorial, monumento commemorativo eretto nel 1991 nei pressi del Kennedy Space Center.

Gli astronauti Chaffee, White e Grissom in addestramento su un simulatore. Fotografia NASA 




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