domenica 26 febbraio - Clash City Workers

Vita e morte nei luoghi di lavoro

Mentre tutti i giornali e telegiornali sono occupati a raccontarci le evoluzioni del sedicente (centro)sinistra, ripubblichiamo questo breve articolo da La Città Futura che riporta l'attenzione sui nostri reali problemi: la condizione di clamoroso ricatto che subiscono oggi i lavoratori su ogni luogo di lavoro, che arriva fino ad attaccare anche i diritti più findamentale come quello alla sicurezza, alla salute, persino alla pausa pipì! Per qursto, più che perdere tempo ad appassionarci al teatrino del PD e delle sue stampelle, la nostra priorità deve essere la costruzione di una comunità di lotta di lavoratori, precari, disoccupati, studenti, immigrati che sia in grado di mettere al centro della politica il soddisfacimento dei nostri bisogni. 

Il PD si spacca sulla data del congresso e delle elezioni; Sinistra Italiana si spacca sull’alleanza con il PD che si spacca sulla data del congresso e delle elezioni; la dirigenza del Prc a congresso ripropone un’aggregazione con quella sinistra che si spacca sull'alleanza col PD che si spacca sulla data del congresso e delle elezioni. Nel frattempo, mentre dal Pd alla sinistra ci si arrovella in questa sorta di “Fiera dell’est”, mentre si aprono tavoli di qua e si chiudono porte di là, mentre qualche esponente politico tenta di riposizionarsi in vista delle prossime elezioni politiche, i lavoratori continuano a subire ricatti nei luoghi di lavoro ed a vivere condizioni che superano il livello della decenza.

Certo, la fatica di lavorare e l’ansia di mantenere un posto di lavoro non devono essere spiegate a chi subisce il ritmo imposto dalla catena di montaggio, o a chi si spacca la schiena in un cantiere; né, tanto meno, a un precario della logistica, a chi lavora in un call center o fa l’insegnante precario in una scuola. Ma a chi oggi pensa che lavoratori, disoccupati, precari, immigrati, abbiano bisogno di un nuovo centrosinistra, come se un’aggregazione politica (politicista), pure al 10-15 per cento, possa rappresentare la via d’uscita dalla precarietà di lavoro e di vita, forse è il caso di spiegare quello che avviene nei luoghi di lavoro.

Forse vale la pena di spiegare che il lavoratore che è stato presentato a Sanremo in una serata del Festival, può essere un modello non per i lavoratori, ma per manager come Marchionne. Su quel palco è stata raccontata una storia che può essere proposta come esempio in un proclama del segretario del PD, Matteo Renzi. Un modello dove ogni problematica legata alle condizioni di lavoro viene rimossa, per presentare una sorta di paladino dell’antiassenteismo in un mondo del lavoro dove sembrano non esistere malattie, infortuni, necessità quotidiane che costringono ad assentarsi dal lavoro, welfare familiare per sopperire allo smantellamento di quello pubblico. Il racconto fatto sul palco dell’Ariston ha in comune con la narrazione di Matteo Renzi e con la retorica di Sergio Marchionne la rimozione dei problemi e della complessità del lavoro; la rimozione delle condizioni di precarietà e di ricatto che sono costretti a subire quotidianamente i lavoratori.

Nei giorni immediatamente precedenti a quella serata sanremese, un trentenne lavoratore friulano si è tolto la vita, perché non ce la faceva più a portare avanti una vita precaria. Per questo aveva deciso che non era degna di essere vissuta una vita in cui si passa il tempo cercando di sopravvivere. A quel giovane lavoratore non interessava continuare la sua vita, stufo com’era di essere prigioniero di una vita precaria, con libertà che sono solo formali e quindi priva di libertà.

La privazione della libertà per i lavoratori oggi arriva a toccare anche i bisogni più naturali, fisiologici, umani della persona. Consumare pasti con relativa tranquillità, scambiare quattro chiacchiere, il riposo fisiologico, anche solo urinare, sono sempre più spesso non un diritto del lavoratore, ma una possibilità concessa dall’azienda. Qualche tempo fa, l’azienda pugliese Oerlikon Graziano di 420 dipendenti, con una lettera fece sapere che "le pause fisiologiche individuali effettuate dai lavoratori addetti direttamente o indirettamente alla produzione diventano collettive”. Detta altrimenti, la pipì può essere fatta solo nelle pause collettive, di nove minuti, durante le quali i lavoratori devono scegliere se andare al bagno, fumare, riposarsi dalla fatica del ciclo produttivo o urinare. Alla Sevel di Atessa, la limitazione di questa libertà è costata a un operaio l’umiliazione di urinarsi addosso. Dopo insistenti richieste di andare in bagno, sistematicamente negate dal capo dell’area produttiva, quell’operaio addetto al montaggio non è più riuscito a trattenersi.

Messa da parte la narrazione politicante e spettacolare, esempi di condizioni di lavoro di quel tipo potrebbero essere fatti a decine. Alcuni mesi fa, la FCA non ha ascoltato la richiesta di modificare la divisa con colori più scuri, avanzata da migliaia di lavoratrici che nei giorni di ciclo mestruale, con l’attuale colore chiaro della divisa rischiano imbarazzi; poco più di un anno fa alla Nobili di Suno (provincia di Novara), è stata assegnata la “coppa dell’assenteista”, premiando operai e operaie con invalidità e patologie certificate. Si potrebbe andare avanti, parlando delle vite spiate di lavoratrici e lavoratori con investigatori privati assoldati dalla aziende; o delle migliaia di infortuni, spesso invalidanti e mortali e delle patologie da lavoro, causate soprattutto dalla sistematica e spesso consapevole omissione delle misure di sicurezza, che “costano troppo” e “fanno perdere tempo”. Ce n’è a sufficienza per capire quali siano le condizioni che spesso e volentieri si vivono nei luoghi di lavoro; quante volte la dignità viene sacrificata in nome di una produttività realizzata spremendo lavoratrici e lavoratori, con l’aumento dei ritmi di produzione, con la saturazione dei cicli produttivi, con l’allungamento del tempo di lavoro, con la riduzione delle pause, con l’insicurezza a cui sono esposti i lavoratori. E con la precarietà che è la leva per la rimozione della dignità dentro e fuori i luoghi di lavoro.

Quel giovane lavoratore friulano, prima di uccidersi aveva scritto nella sua lettera: “Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere”. È il futuro nero fondato su una società che ha fatto della disuguaglianza un valore, mascherata da una ipocrita retorica che parla di meritocrazia, mentre quello che occorre è rimuovere gli ostacoli sociali che privano della libertà le classi sociali più deboli e porre le basi di democrazia popolare.

Non sarà un compito che potrà essere affidato a una sinistra che, guardando il suo ombelico, aspira a essere stampella di un nuovo centrosinistra fondato con chi ha votato pareggio di bilancio, legge Fornero, Jobs act, riforma delle pensioni, Buona scuola. E se nella narrazione politica e spettacolare si pratica la rimozione delle reali condizioni nei luoghi di lavoro, per avanzare la tesi della collaborazione tra le classi, perché tanto le contrapposizioni tra capitale e lavoro sono finite (Marchionne dixit), occorre riportare quelle condizioni in primo piano, per superarle.

Di qui la necessità di un progetto politico di trasformazione, per aggregare lavoratori, disoccupati, precari, studenti, immigrati; i soggetti in lotta; le classi sociali più deboli intorno a un programma minimo di fase per la riduzione dell’orario di lavoro, democrazia nei luoghi di lavoro, abolizione del precariato, pubblicizzazione dei servizi essenziali, tassazione fortemente progressiva.

 

Foto: Mary Hutchinson/Flickr




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