lunedì 6 febbraio - Aldo Giannuli

Venezuela: aggiornamenti a un quarto di secolo dalla Rivoluzione Bolivariana

Sempre con piacere ed affetto, ospito i contributi sul Venezuela dell’amico e studioso Angelo Zaccaria. Buona lettura! (dal sito di Aldo Giannuli)

Ad un quarto di secolo esatto dal fallito Golpe del “4F” che diede l’avvio alla Rivoluzione Bolivariana.

In un mio precedente contributo di fine Ottobre, prendendo spunto dalla decisione del CNE, l’Ente venezuelano che gestisce i processi elettorali, di sospendere il procedimento di indizione del referendum presidenziale revocatorio voluto dalla opposizione anti-chavista, intravedevo la possibilità che l’eredità lasciata dal defunto presidente Chavez fosse in pericolo.

Il pericolo esiste tuttora e per varie ragioni. La prima è che presto o tardi l’opposizione riprenda il potere, senza nemmeno bisogno di colpi di mano ma per via elettorale, e non è inutile ricordare la vocazione autoritaria, classista, elitista, razzista ed iper-liberista, di componenti importanti di questa opposizione.

Ma la seconda ragione è che siano proprio errori e scelte del governo bolivariano ad aggravare questo pericolo: già si è detto sulla sospensione del referendum revocatorio. Questa sospensione si inserisce in una tendenza più generale, che accomuna il governo venezuelano ad altri governi del mondo di ben altro segno, vedasi Francia ma non solo, a governare secondo criteri emergenziali.

Basti pensare ai reiterati “decreti di emergenza economica”, oppure al fatto che di fronte al contrasto di potere con l’Assemblea Nazionale controllata dalla opposizione, il bilancio dello stato del 2017 sia stato approvato dal Tribunale Supremo di Giustizia. Lo stesso Tribunale Supremo che aveva dichiarato nulli tutti gli atti compiuti dalla Assemblea, a seguito della incorporazione di tre deputati sui quali pendevano accuse di brogli elettorali.

Intendiamoci, il governo non sta usando questi poteri eccezionali solo per perpetuarsi al potere, ma anche per tentare di recuperare consenso ed affrontare alcuni dei problemi che più condizionano la vita quotidiana della popolazione: si vedano gli sforzi fatti nel campo degli approvvigionamenti alimentari e di altri prodotti di prima necessità a prezzi calmierati. Ma sta di fatto che tutto questo non ha risolto la crisi sociale e politica in atto.

Un altro fronte insidioso di scontro che si è aperto fra il governo e l’opposizione, è ora quello della mancata indizione delle elezioni dei governatori degli stati.

Il Venezuela è una repubblica presidenziale di tipo federale, articolata in 23 stati più il Distretto della Capitale, governati da 23 governatori ai quali si aggiunge il sindaco della Grande Caracas. La Costituzione venezuelana all’articolo 160 stabilisce chiaramente che i governatori degli stati vengono eletti per un periodo di 4 anni.

Le ultime elezioni dei governatori si son tenute il 16 Dicembre del 2012, e quindi il mandato dei governatori è già scaduto da oltre un mese e mezzo. Il CNE in Ottobre ha dichiarato che le suddette elezioni si celebreranno entro il primo semestre del 2017, ma senza avviare ancora alcun passo concreto o annuncio di date precise. Il governo invece ufficialmente se ne lava le mani, rimbalzando la palla delle decisioni in materia al CNE medesimo.

Nel frattempo alcuni esponenti chavisti del PSUV, hanno candidamente dichiarato che sino a che il Venezuela vivrà in uno stato di “guerra economica”, il governo non vincerà più nessuna elezione. Guerra economica che indubbiamente esiste, ma che altrettanto indubbiamente non è condotta solo dall’opposizione anti-madurista, ma anche da una parte della stessa classe dirigente chavista, sia civile che militare, sotto forma di corruzione, sprechi, inefficienze etc..

Come nel PSUV anche nel governo venezuelano esiste una tendenza favorevole, formatasi dopo la pesante sconfitta chavista alle elezioni parlamentari del Dicembre 2015, a bloccare o dilazionare i processi elettorali, nella speranza che la situazione economica e sociale migliori, che i prezzi del petrolio salgano, che nelle casse dello stato inizino ad affluire gli introiti derivanti dal massiccio piano di sfruttamento minerario della “Fascia dell’Orinoco”.

L’esistenza di questa tendenza è stata certificata nei fatti, proprio dalla scelta di congelare il procedimento del referendum presidenziale revocatorio, scelta che sarebbe troppo ingenuo attribuire al solo CNE.
Io personalmente auspico che le elezioni dei governatori si tengano prima possibile, e per le medesime ragioni, che non starò qui a ripetere, per le quali ho ritenuto discutibile la scelta di bloccare il referendum revocatorio.

Ciò che qualifica l’esperimento bolivariano in corso in Venezuela da quasi 20 anni, ciò che lo ha reso e ancora lo rende uno dei pochi esempi positivi e rivendicabili presenti nello sconfortante panorama delle istituzioni statali presenti nel pianeta, è la volontà e capacità di tenere insieme il piano della trasformazione economica e sociale, il piano del consenso misurato secondo i parametri della democrazia rappresentativa, ed infine partendo da queste basi il piano della sperimentazione e costruzione di forme di autogoverno e di democrazia più avanzate. Questo pacchetto è un tutto unico, e non si può spacchettare senza snaturarlo o privarlo di senso.

E’ contro questo pacchetto confezionato fra gli altri dal buon Hugo Chavez, che da quasi 20 anni si esercita la fiera ostilità non solo delle destre latinoamericane, ma anche delle oligarchie politiche, sia progressiste che conservatrici, per non parlare di quelle economiche e finanziarie, dell’intero occidente. Perché agli USA e consoci piacciono i nemici di comodo, quelli impresentabili, magari alleati più o meno occulti sino al giorno prima, ma sempre utili a tenere in piedi il tritacarne di quella guerra permanente così essenziale a mantenere il loro dominio.

Quello che invece più teme il potere, sono proprio gli esempi positivi, quelli replicabili e rivendicabili, magari addirittura capaci di offrire spunti positivi persino a quelle sinistre alternative europee, italiana in primis, sia istituzionali che movimentiste, talvolta afflitte da stati confusionali o depressivi di varia natura.

Che poi questi esempi positivi provengano non solo da singole esperienze o movimenti di massa locali per quanto importanti, ma anche dall’azione di stati di medie dimensioni, dotati di rilevanti risorse naturali e con 30 milioni di abitanti, rende tali esempi potenzialmente più insidiosi.

Per tutte queste ragioni mi auguro che l’esperimento chavista e bolivariano prosegua, e che in Venezuela non siano condannati 100 anni dopo a ripetere, magari in farsa, se mi si perdona il paragone audace, la tragedia di altre rivoluzioni gloriose. Quella rivoluzione dove si era partiti con l’ambizione di costruire uno Stato di tipo nuovo, fondato sui Soviet, e dove anche una cuoca, la famosa cuoca di Lenin, fosse in grado di occuparsi della cosa pubblica, ma dove poi, inseguiti ed assediati dalle urgenze e dalle priorità del breve periodo, prima fra tutte quella di “difendere la rivoluzione” e quindi di sopravvivere, si è finiti piano piano per distorcere e negare gli scopi nobili e gli orizzonti utopici del periodo lungo.

Milano, 4 Febbraio 2017
Angelo Zaccaria, autore del libro “La Revolucion Bonita” (2011) e dei relativi “Aggiornamenti” (2015, pdf scaricabilehttp://www.colibriedizioni.it/




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