martedì 28 febbraio - Riccardo Noury - Amnesty International

Usa, il "registro dei musulmani" e la privacy: no a “database discriminatori”

L’offensiva del presidente Trump contro i migranti e i musulmani, sebbene il bando nei confronti delle persone provenienti da sette paesi di fede islamica sia stato bloccato da una corte federale, rischia di proseguire in altre forme.

Già la settimana scorsa, le politiche in materia d’immigrazione sono state inasprite e c’è stato un aumento degli arresti e delle espulsioni.

Tra le promesse fatte in campagna elettorale, c’era l’istituzione di un “registro dei musulmani”.

Non è chiara la forma che potrebbe assumere questo “registro dei musulmani” e le dichiarazioni di Trump non aiutano.

Secondo alcuni, potrebbe limitarsi alla riattivazione del già discriminatorio Sistema di sicurezza nazionale per la registrazione degli ingressi nel paese, che prevede tra l’altro che uomini provenienti da 24 paesi musulmani e della Corea del Nord debbano, per la loro mera origine, richiedere una “registrazione speciale”.

Ma potrebbe venir fuori qualcosa di più. E qui entrano in capo i procacciatori di dati personali e riemerge la questione della privacy.

La normativa statunitense riguardante le aziende che raccolgono questi dati per poi rivenderli o scambiarli è veramente minima. Le stesse agenzie governative fanno uso di questi dati nell’ambito delle attività investigative e di sorveglianza.

Questi dati possono riguardare le attività sui social mediapossibili tendenze criminali, gli impieghi di lavoro, scelte di consumo, preferenze culturali e altro ancora.

Cambridge Analitica, la grande azienda di raccolta dati che ha preso parte alla campagna elettorale di Trump, segnala sul suo sito di aver collezionato informazioni su oltre 220 milioni di americani.

Un’altra azienda, Exactdata, offre liste di migliaia di nomi, e-mail e indirizzi di casa aggregati per categorie come “Famiglie musulmane stato per stato”. Il costo è di pochi centesimi di dollaro a nome.

Alcune aziende, come Acxiom, Recorded Future e CoreLogic hanno detto pubblicamente che non contribuiranno ad alcun “registro musulmano”. Quasi 3000 professionisti del settore hanno sottoscritto un impegno a non cooperare a “database discriminatori”.

A oltre 50 aziende sta arrivando una lettera contenente una semplice richiesta: non collaborate al “registro musulmano”.




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