giovedì 20 luglio - Aldo Giannuli

Turchia ad un anno dal colpo di stato di Erdogan

A un anno dal fallimentare tentativo di golpe condotto da elementi deviati delle forze armate contro lo strapotere del Presidente Erdogan, soffocato nella notte tra il 15 e il 16 luglio 2016 con un bilancio di circa 300 morti, la Turchia rimane un Paese fortemente fratturato al suo interno, caratterizzato da una profonda instabilità politica e da una perenne indecisione circa il suo futuro posizionamento internazionale.


Il fallito colpo di Stato, condotto con facilloneria e scarsa coordinazione da ristretti settori delle forze armate preoccupati dalla crescente ostilità del Presidente nei loro confronti, ha offerto a Erdogan un alibi eccezionale per giustificare l’accelerazione del suo progetto basato sull’accentramento dei poteri garantiti dalla Costituzione, sul superamento del tradizionale laicismo dell’apparato statale e, soprattutto, sulla rivalutazione del ruolo del capo dello Stato, destinato a trasformarsi in “uomo solo al comando” dopo l’esito favorevole alla riforma costituzionale nel referendum dell’aprile scorso.

La battaglia politica per la riforma costituzionale, trasformatasi a tratti in schermaglia diplomatica con Germania e Paesi Bassi, ha sancito al tempo stesso l’apice del successo e l’inizio della fase di maggiori difficoltà per l’aspirante Sultano di Ankara: formalmente, Erdogan ha infatti ottenuto l’approvazione popolare per la svolta presidenzialista che dovrebbe porre le basi per il superamento della tradizionale eredità kemalista e aprire le porte alla completa “occupazione dello Stato” da parte del suo partito, l’AKP, a causa degli enormi poteri di nomina garantiti alla figura del Presidente.

Tuttavia, il “Sì” ha prevalso con uno scarto tanto marginale da mettere a nudo le profondi divisioni interne alla politica turca, riflesso di una linea di faglia tra anime del Paese fortemente contrapposte: la riforma ha prevalso nelle roccaforti dell’Anatolia interna, tradizionale base di consenso dell’AKP, laddove anche le proposte di reislamizzazione della società sono viste con maggior interesse, mentre al contrario le aree mediterranee, prima fra tutte la città di Izmir, hanno reiterato la loro opposizione a Erdogan. Il Presidente paga il fio di anni di esasperazione di un vero e proprio clima da guerra civile interna, delle sue ambigue scelte politiche e, soprattutto, dell’aggressiva strategia repressiva seguita al golpe: sebbene non vi è dubbio che Fetullah Gulen, l’ex imam miliardario che vive esiliato in Pennsylvania, vedrebbe di buon occhio un’estromissione di Erdogan dal potere, numerosi elementi lasciano supporre che le accuse mosse nei suoi confronti per il coinvolgimento nel colpo di Stato, che hanno portato a profonde purghe di suoi presunti sostenitori nei vari settori della pubblica amministrazione, siano quantomeno circostanziali., siano quantomeno circostanziali.

Il compattamento del 48% dell’elettorato nel contrasto alla riforma costituzionale targata Erdogan ha portato le opposizioni a riguadagnare coraggio e ad avviare una sfida diretta al Presidente non più ostacolata dalle minacce di una repressione che, dopo aver colpito giudici, militari e giornalisti, interessa ora principalmente i vertici delle organizzazioni non governative: nei giorni scorsi si è conclusa a Istanbul la lunga marcia di protesta itinerante guidata da Kemal Kilicdaroglu, leader del partito CHP, e denominata “Marcia per la Giustizia”. Dopo aver percorso 450 chilometri in 25 giorni, Kilicdaroglu ha scelto lo scenario dell’ex capitale imperiale per sfidare personalmente la deriva autoritaria del Sultano: a un anno dal golpe, la grande sfida per Erdogan viaggia finalmente su canali legali e si sta strutturando nella forma di un’alternativa politica concreta. Divisa, fratturata e polarizzata, la Turchia, dodici mesi dopo il colpo di Stato, non conosce pace: l’arco di instabilità che da anni avvolge l’intero Medio Oriente potrebbe essere destinato ad espandersi, nei prossimi anni, sino alle sponde del Bosforo.

Andrea Muratore




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