lunedì 23 gennaio - Enrico Campofreda

Turchia, ad aprile il referendum pro Erdoğan

Le mani dei deputati dell’Akp, strette a pugno o aperte, stavolta sono levate al cielo in segno di vittoria perché il pacchetto di emendamenti che trasforma il sistema parlamentare della Repubblica turca in sistema presidenziale è stato approvato con una maggioranza di 339 voti. 

E loro festeggiano e pregustano il consenso che il voto popolare potrà offrire attraverso il referendum confermativo in programma il 2 o 9 aprile prossimo. Il partito di maggioranza, che ha preannunciato d’iniziare la campagna per l’approvazione della riforma dal prossimo 7 febbraio, cerca in un’urna che è sicuro di dominare quel consenso di popolo che abbia la valenza politica d’un abbraccio delle masse alla sua linea in un momento in cui il Paese è piegato e stordito dalle stragi interne. Il via libera referendario alle nuove norme - considerate dall’opposizione una controriforma scagliata contro la laicità dello Stato, il potere parlamentare, il valore di rappresentanza del pluralismo - offrirebbe quella legittimità democratica che Erdoğan ha sempre rivendicato alla riforma e alla sua linea politica. La personale scalata al potere è frutto di sostegno e consenso e, sebbene ci sia una parte della nazione che gli si oppone, un buon pezzo della gente turca non l’abbandona.

E’ accaduto anche nelle ore di paura del tentato golpe di luglio: in tanti si sono precipitati in strada mettendo a repentaglio la vita per difendere il Presidente e la Patria. Così il personalismo egocentrico dell’ex premier e sempre leader dello schieramento islamista ha ricevuto ulteriore slancio. Nonostante la fase plumbea vissuta dalla nazione dal punto di vista della sicurezza messa a repentaglio dall’interno e dall’esterno, ha utilizzato a suo favore quest’identificazione giocando una partita estrema.

I tanti nemici (contestatori, oppositori, jihadisti) sono presentati come terroristi o traditori con l’unico scopo d’indebolire e piegare la Turchia, un sistema-paese forte d’un progetto che dopo il rifiorire economico prevede un grande rilancio internazionale, se non nel sogno ottomano perlomeno nella volontà egemonica regionale. Una linea che ha trovato estimatori anche fra i kemalisti: elettori repubblicani che nel 2015 l’hanno votato e deputati nazionalisti, che hanno fatto giungere l’appoggio nel momento topico del confronto nel Meclis. Senza la pattuglia di Baçheli il pur consistente corpaccione parlamentare dell’Akp non avrebbe superato i 330 voti che ora portano alla verifica referendaria. Niente sarà più come prima: i decreti del super presidente potranno prendere il posto di varie leggi parlamentari, addirittura figure di “vicepresidente” potranno essere nominate al di fuori del Parlamento, i cui doveri sono modificati.

Ad esempio i deputati avranno facoltà solo di sorveglianza sui ministri e sui loro gabinetti, non conserveranno l’autorità di assegnare ai gabinetti formulazione di decreti con effetto di legge. Il super presidente oltre a rilasciare decreti, sciogliere il Parlamento, indire elezioni, dichiarare lo Stato d’emergenza (per ragioni di sicurezza questa condizione è in vigore dallo scorso luglio), avrà un peso non indifferente sul Consiglio Supremo dei Giudici e Procuratori. Il cui numero viene ridotto da 22 a 13 membri: quattro più un giudice ministero e un sottosegretario, nominati dal Capo di Stato, saranno membri permanenti. Le restanti sette nomine verranno effettuate dal Parlamento, dove il partito di maggioranza (l’Akp del presidente) fa pesare un non indifferente controllo. Insomma la democrazia resta molto sulla carta, e non proprio su quella Costituzionale.

Enrico Campofreda, 23 gennaio 2017

articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it




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