martedì 14 febbraio - Riccardo Noury - Amnesty International

Tunisia e terrorismo: quando la sicurezza è a scapito dei diritti umani

In un rapporto pubblicato 24 ore fa, Amnesty International ha fatto il punto su due anni di applicazione delle misure di sicurezza adottate dal governo tunisino a partire dalla strage del marzo 2015 al museo del Bardo di Tunisi.

Le autorità tunisine, sottolinea sin da subito il rapporto, hanno il dovere di proteggere la popolazione dalle minacce del terrorismo e di contrastare i gruppi armati, ma nel farlo hanno anche l’obbligo di rispettare la Costituzione e le norme del diritto internazionale dei diritti umani.

Invece il ricorso ai metodi brutali del passato, alla tortura e agli arresti arbitrari così come le perquisizioni senza mandato e l’accanimento nei confronti delle famiglie di chi è sospettato di terrorismo rischiano di compromettere il successo delle riforme e di quel percorso che ha fatto della Tunisia l’unica “storia di successo” delle cosiddette primavere arabe del 2011.

Nel suo rapporto, Amnesty International esamina 23 casi di tortura e due episodi di violenza sessuale ai danni di detenuti, che chiamano in causa la polizia e le brigate anti-terrorismo.

Dalla reintroduzione dello stato d’emergenza, dopo l’attentato contro la Guardia presidenziale del novembre 2015, migliaia di persone sono state arrestate, spesso durante raid notturni che hanno terrorizzato interi nuclei familiari. Queste irruzioni armi in pugno, in alcuni casi ripetute più volte, hanno causato aborti, stati d’ansia e ricoveri.

Nei confronti di almeno 5000 persone è stato imposto il divieto di viaggiare all’estero. La ragione è comprensibile e apprezzabile, ossia impedire di aggregarsi ai gruppi armati che operano altrove in Medio Oriente e in Africa del Nord, ma secondo Amnesty International si è trattato di provvedimenti sproporzionati e arbitrari, così come quelli che hanno colpito 138 persone sottoposte ad arresti domiciliari o al divieto di frequentare determinate zone, con ripercussioni sulla frequenza universitaria o sul lavoro.

La nuova legge anti-terrorismo del 2015, che descrive il terrorismo in modo vago e generico, aumenta i poteri di sorveglianza e prevede la pena di morte. Un mese fa, il ministero della Giustizia ha comunicato che 1647 persone erano in attesa del processo per terrorismo e riciclaggio di denaro. Nei loro confronti non valgono le garanzie contro la tortura previste da una legge entrata in vigore nel 2016.

Sullo sfondo resta, scarsamente contrastata, l’impunità per le violazioni dei diritti umani: a fronte dei casi ben documentati da Amnesty International, il ministero dell’Interno ha fatto sapere che l’Ispettorato generale per la sicurezza nazionale ha ricevuto tra il 2015 e il 2016 una sola denuncia di tortura che sarebbe risultata falsa.




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