giovedì 26 gennaio - Phastidio

Trump, i primi atti da Presidente: occhio ai carichi sospesi

I primi atti della presidenza Trump paiono andare nella direzione indicata in campagna elettorale: convocazione dei produttori di auto alla Casa Bianca per mostrare il campionario di bastoni e carote, fuoriuscita dal TPP, annuncio dell’avvio della costruzione del muro col Messico. Occorre tuttavia prestare attenzione alla linea di confine tra azioni ad alto contenuto simbolico e quelle sostanziali, cioè aderenti nei fatti alla lettera della campagna elettorale. È ancora presto per dare un giudizio ma le contraddizioni potenziali non mancano.

Il terrore di tutti gli osservatori con un minimo di sale in zucca è infatti quello che Trump resti graniticamente coerente con le promesse di campagna elettorale. I tanto favoleggiati (dai soliti analfabeti, soprattutto italiani) dazi del 35 e del 45% porterebbero rapidamente ad un avvitamento recessivo mondiale senza precedenti. Ma anche la proposta Repubblicana di una sorta di “Iva sintetica” su export ed import finirebbe a creare pesanti distorsioni domestiche negli Stati Uniti, e per ora Trump pare non voler seguire quella strada.

Le maxi-tariffe al momento sembrano essere una minaccia solo su ulteriori delocalizzazioni manifatturiere dagli Stati Uniti, una sorta di pesantissima exit tax. Se Trump resterà su questo confine, i danni per l’economia globale e statunitense potrebbero restare contenuti, al netto degli scossoni anche violenti alle catene globali di fornitura. Che accadrebbe in ipotesi di un eventuale “rimpatrio” di linee produttive negli Usa? Tale rientro potrebbe avvenire in caso di produzioni a valore aggiunto più elevato, e potrebbe (paradossalmente ma non troppo) indurre un’ulteriore spinta all’automazione, traducendosi in scarsi recuperi di occupazione locale. Un giorno Trump riuscirà a capire che il calo di occupazione nella manifattura è figlio non solo e non tanto delle delocalizzazioni quanto della tecnologia. La sua azione di rimpatrio di produzioni potrebbe tradursi in aumento di produttività ma anche in diminuzione. In questo secondo caso, ad esempio sussidiando posti di lavoro, il futuro per gli Usa diverrebbe piuttosto fosco.

Capitolo commercio estero: gli Usa si chiamano fuori dal TPP e questo non è esattamente uno shock, visto che è stato uno dei punti a maggior simbolismo in campagna elettorale. Sul quadrante asiatico ciò rischia, in astratto, di favorire la Cina, che ieri l’altro ha annunciato 25 nuove adesioni alla sua iniziativa multilaterale Asian Investment and Infrastructure Bank. Sugli accordi commerciali, il TPP potrebbe restare in vita senza gli Usa ed in seguito convergere verso il pivot cinese ma non bisogna scordare che questo scenario non sarebbe gradito al Giappone, per evidenti motivi.

Dopo tutto, come ha commentato qualcuno con una iperbole non priva di realismo, il TPP altro non era che un patto bilaterale tra Usa e Giappone. Anche qui, resta l’incertezza su cosa Trump vorrà fare per gestire il confronto con la Cina a livello geostrategico. Di certo, se ci si scorda che gli accordi commerciali sono magna pars di una Grand Strategy, cascano le braccia. Sul ridisegno del NAFTA con Canada e Messico, attendiamo gli eventi.

Sull’Obamacare, i primi atti della nuova amministrazione paiono andare in direzione dello smantellamento rapido senza contestuale sostituzione. Forse è così, oppure Trump sta pensando ad una delle sue levate d’ingegno: assicurazioni private per tutti (ma che faranno i non assicurabili per patologie preesistenti?), contenimento della spesa sanitaria a mezzo di ricorrenti bastonate alle case farmaceutiche e potenziamento dell’azione del Medicare, che diverrebbe una sorta di Single Payer vagamente simile ai servizi sanitari nazionali della vecchia Europa. Auguri.

Trump è uno strano animale politico: non è affatto un liberista, non è un Repubblicano di scuola classica, qualunque cosa sia quest’ultima. È un personaggio che non avrebbe alcun problema a fare uso sconsiderato della spesa pubblica, per alimentare sussidi di ogni genere. Come finanziare quindi la spesa pubblica legata a crediti d’imposta per le opere infrastrutturali e taglio di tasse? Scordatevi che ciò avvenga con la crescita del 4% vagheggiata in campagna elettorale. E quindi? Vedremo. Per ora, prendiamo atto che il candidato scelto da Trump per guidare il bilancio della sua amministrazione, Mick Mulvaney, Repubblicano della South Carolina, è un super-falco fiscale e in audizione al Senato ha fatto sapere che servono interventi di forte contenimento a Social Security, Medicare e Medicaid. Che significa, tra le altre cose, aumento di età pensionabile e tagli alla spesa sanitaria assistenziale. Non esattamente quanto promesso da Trump in campagna elettorale.

Molti carichi sospesi in questo cantiere, come si nota. La presidenza Trump nelle prossime settimane imboccherà un bivio decisivo, anche per il futuro dell’economia mondiale. Se si resterà agli interventi simbolici ma di sostanza marginale, non ci saranno particolari problemi. Se invece si virerà verso l’attuazione letterale delle promesse di campagna elettorale saranno guai seri, per tutti. Soprattutto per paesi medio-piccoli vocati all’export manifatturiero, come il nostro. In tutto questo, una prece per la piccola Theresa May, che cercherà di ottenere un rapporto privilegiato, in nome del mitologico libero scambio, da un protezionista verso il cui paese il Regno Unito ha già oggi un surplus commerciale. Tempi davvero interessanti.




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