mercoledì 15 febbraio - Antonio Moscato

Tiro a segno su Lenin

È triste constatare che tra le varie conseguenze dell’abbandono degli studi storici c’è che si possono sparare sciocchezze anche quando si è deciso di rendere omaggio a un evento di cui si sa ben poco, ma di cui si parla per un film o perché ricorre un centenario.

È il caso della rivoluzione russa e soprattutto di Lenin: avevo già segnalato nell’articolo Colpa di Lenin che, anche da parte di uno studioso un tempo stimato, e da cui decenni prima avevo io stesso imparato qualcosa, ma che oggi è “pentito”, venivano attribuite al leader bolscevico posizioni opposte a quelle che egli aveva realmente sostenuto.

In occasione della presentazione a Capri di un documentario di Raffaele Brunetti dedicato al rapporto tra Lenin, Gorkij e Bogdanov nella scuola del partito bolscevico che si tentò di organizzare nell'isola nel 1909, c’era stata la consueta ripresa di polemiche sulle presunte “colpe di Lenin” a cui parteciparono non solo vari giornalisti di Capri e della grande stampa nazionale, ma anche Vittorio Strada, che pure nel lontano 1971 aveva curato una buona edizione del Che fare? per la Einaudi.

Tutti schierati nel denunciare il “settarismo” di Lenin e nell’esaltare la posizione di Aleksandr Bogdanov (il cui vero nome era Aleksandr Malinovskij). Questo, oggi dimenticato, aveva collaborato strettamente con Lenin dal 1903 al 1907 nella direzione di vari organi bolscevichi, pur essendo maturata fin dal primo momento una seria divergenza filosofica per i suoi attacchi a Plechanov, che Lenin invece considerava ancora un punto di riferimento essenziale in materia di marxismo. Ma questa divergenza, pur esplicitata nei tre volumi dell’Empiriomonismo scritti tra il 1903 e il 1905, non appariva allora a Lenin sufficiente a giustificare una rottura con un collaboratore prezioso con il quale in quegli anni l’accordo politico era forte. La filosofia, spiegava Lenin, era un “terreno neutro”. Lo ricordiamo a tutti coloro che blaterano sulla sua presunta intolleranza totalitaria, attribuendogli la responsabilità per l'imposizione staliniana di una dottrina ufficiale in ogni campo del sapere.

La rottura tra i due era avvenuta a partire dal 1907, ma aveva radici politiche ben precise, contrariamente a quanti la attribuiscono a un “estremo totalitarismo di Lenin” e alla sua intolleranza (uno studioso locale ha insistito perfino sulla vanità e ambizione di Lenin, di fronte a una popolarità superiore alla sua che Bogdanov avrebbe avuto).

La questione inaccettabile per Lenin invece era l’avvicinamento di Bogdanov ai due gruppi estremisti dei “bolscevichi di sinistra” (otzovisti e ultimatisti) che si pronunciavano contro la partecipazione dei bolscevichi alle elezioni per la terza Duma, e chiedevano rispettivamente il ritiro dei deputati eletti o la loro sottomissione al comitato centrale. Lenin ha scritto tra il 1907 e il 1908 molti testi di grande interesse su questo, con una forte polemica verso la rigidità mentale di chi riproponeva sempre il boicottaggio del Parlamento come nel 1905, quando questo era possibile e necessario, perché esistevano i soviet e la rivoluzione era in ascesa, e la Duma era un'evidente manovra di Nicola II. Come spiega nello stesso periodo a proposito della “guerra partigiana”, per Lenin il problema delle forme di lotta è eminentemente tattico.[i]

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Qualche fraintendimento analogo si riscontra anche in scritti che nelle intenzioni non sono affatto denigratori: ad esempio Angelo d’Orsi nel suo 1917. L’anno della rivoluzione, (Laterza) di cui ho già parlato brevemente in Un nuovo interesse per la storia della rivoluzione russa, oltre a non valorizzare sufficientemente l’ampiezza del movimento delle masse operaie e di contadini-soldati che polverizzò il governo provvisorio, accenna più volte alla “rigidità” di Lenin che lo portava ad escludere un ruolo attivo delle masse; quando si trova di fronte a situazioni contraddittorie, d’Orsi parla poi di “un Lenin abbastanza empirico per adattare la teoria alle svolte della storia”. Un fraintendimento sostanziale anche se con buone intenzioni.

Quello che sfugge a lui e quasi a tutti (soprattutto perché Lenin è stato presentato per novant’anni confezionato nella gabbia - questa sì rigidissima, oltre che menzognera - del “marxismo-leninismo codificato") è la straordinaria flessibilità che lo porta a mutare non solo parole d’ordine ad ogni svolta della situazione, ma a uno straordinario arricchimento della sua stessa concezione del partito e del rapporto tra il partito e i soviet, già nel corso della rivoluzione del 1905. E visto che sulle concezioni organizzative, non meno che su quelle strategiche, una parte notevole dei dirigenti bolscevichi rimangono attaccati a vecchie formule, nel 1908 spiegherà nella prefazione alla raccolta di scritti Dodici anni dopo che il Che fare? era stato concepito per fronteggiare la tendenza economicista, torcendo il bastone per raddrizzarlo, e che nel vivo della rivoluzione era stato possibile arricchire la teoria alla luce di una straordinaria esperienza tra le masse. Inutile dire che della rivoluzione del 1905 non parla più nessuno.

Ma quel che manca di più è la comprensione di quello che era in concreto il partito bolscevico, a cui, nella mente di parte della sinistra (quella che lo respinge non meno di quella che lo esalta) si è progressivamente sostituita negli anni la caricatura staliniana eternata dai film di Bondarciuk, che nasconde l'esistenza nel partito di posizioni e proposte diverse durante tutti gli anni prerivoluzionari e anche negli anni difficili e drammatici successivi, fino a quella che Moshe Lewin ha definito L’ultima battaglia di Lenin.

In realtà il partito del 1917 mette più volte in minoranza Lenin, e anzi cestina (letteralmente) alcuni suoi scritti. È per questo che deve precipitarsi a Pietrogrado col rischioso viaggio da Zurigo attraverso le zone di guerra, per riorientare il partito riproponendo le sue Lettere da lontano e le Tesi d’aprile. Ma gli accade lo stesso anche in ottobre, quando vengono mutilati o cestinati alcuni articoli inviati dal suo esilio finlandese, e deve violare una decisione del Comitato Centrale rientrando clandestinamente nella capitale, in cui è ricercato dagli sgherri di Kerenskij, per convincere una fetta dissidente del CC che non si può rinviare in eterno la resa dei conti: il dualismo di poteri era clamoroso e in quel momento pesava largamente a favore dei bolscevichi, ma non poteva rimanere in bilico in eterno, mentre poderose forze internazionali, ma anche settori della società russa si mobilitavano per risolvere il contenzioso con la rivoluzione con un nuovo golpe alla Kornilov, meglio preparato di quello di fine agosto.

Era un partito in cui due eminenti dirigenti dell’ala moderata potevano dissentire esprimendo su un giornale non di partito il loro dissenso dai preparativi della prova di forza col governo provvisorio. Kamenev e Zinov’ev vengono ricordati come lucidi antagonisti mentre Lenin viene presentato come intollerante, sorvolando sul fatto che, una volta superato il rischio che la loro denuncia facilitasse Kerenskij i due “oppositori” furono immediatamente inseriti nell’organigramma del potere rivoluzionario, al pari di altri che avevano condiviso la loro opposizione, come Rjazanov o Lunačarskij, che diventa commissario del popolo all’istruzione.

E in quel partito c’era anche una sinistra impaziente, che aveva offerto in luglio il pretesto per l’ondata di repressione che aveva portato in carcere molti dirigenti e in esilio altri. Ma c’era un dibattito aperto e appassionato, che permetteva sia di modificare posizioni (parte dell’estrema sinistra del “comitato militare” delle giornate di luglio, erano diventati moderati in ottobre), sia di far crescere le nuove forze provenienti dal movimento anarchico, dai menscevichi e dai socialisti rivoluzionari, a cui si erano spalancate le porte dell’organizzazione.

Anche negli anni durissimi della guerra civile, in cui si producono fenomeni inquietanti, prima di tutto perché la guerra civile è una guerra, non va dimenticato, e come tale richiede strumenti e metodi che lasciano tracce profonde su chi ci è passato, viene mantenuto fino al 1921 il diritto di tendenza e di frazione.

Una piccola osservazione conclusiva: durante gli anni in cui sono stato nel PRC e nei suoi organi dirigenti nazionali, avevo verificato in diversi dibattiti, soprattutto durante la stesura delle tesi, che la quasi totalità dei membri del Coordinamento nazionale (a parte la piccola pattuglia trotskista) non avevano nessuna conoscenza di Lenin, ma respingevano con sufficienza sia la sua teoria dell’imperialismo, sia e soprattutto il concetto di “centralismo democratico”. Ma nel PRC non c’era neppure un decimo di quella democrazia che caratterizzò il partito bolscevico al momento della rivoluzione e almeno fino al 1921, durante tempeste, guerre, aggressioni, carestie. Anche su questo la sinistra italiana, tanto “sufficiente” e superficiale, dovrebbe riflettere un po’, se vuole ri/esistere…

 

  • Una lettura fondamentale per capire la ricchissima dialettica interna del partito bolscevico nel 1917 sarebbe il volume di Alexander Rabinovitch, I bolscevichi al potere. La rivoluzione del 1917 a Pietrogrado, Feltrinelli, Milano, 1978. Purtroppo non ne ho trovato nessuna copia disponibile sul web (in italiano, perché ci sono invece diverse copie in inglese, francese e tedesco). Lo segnalo ugualmente perché è insuperabile per ricchezza di documentazione e merita una ricerca più paziente della mia. (a.m.)
 

[i] Dopo la rivoluzione, a cui non partecipò, Bogdanov, non subì nessuna conseguenza per la sua dura opposizione a Lenin, finché questi fu vivo: diventerà uno dei principali esponenti del Proletkul’t, in stretto rapporto con il suo vecchio amico Anatolij Lunačarskij, che aveva fatto parte del collettivo di insegnanti della scuola di Capri, e che Lenin chiamò subito a dirigere il Commissariato del Popolo all’Istruzione, dove rimase per molti anni anche dopo la morte di Lenin. Ma Bogdanov fu anche inviato come diplomatico a Londra nel 1922, lavorò con David Rjazanov alla pubblicazione delle opere di Marx ed Engels. Nel culto di Bogdanov che si è creato a Capri attraverso i due libri e il ruolo personale di Strada, è sorta la diceria, raccolta nel film, che “Lenin lo avrebbe fatto incarcerare”. Falso: la GPU lo arrestò effettivamente per cinque settimane, ma nel 1923, quando Lenin non poteva certo essere responsabile dato che aveva già perso conoscenza. Non c’entravano certo le vecchie controversie, ma il sospetto che fosse coinvolto in un gruppo di opposizione “Verità Operaia” sorto in polemica con la NEP già nel 1921. Un sospetto probabilmente falso, tanto che fu liberato per intervento di Stalin (di cui Strada immagina addirittura che apprezzasse varie idee di Bogdanov). Quello che è certo è che dopo la morte di Lenin Bogdanov non volle aderire all’Opposizione, e si dedicò invece a ripubblicare diversi suoi libri. Uno dei suoi romanzi raggiunse le 120.000 copie nel 1929, un anno dopo la sua morte per un avventuroso esperimento di scambio di sangue con uno studente malato di malaria. Non un suicidio e meno che mai un’eliminazione da parte del potere, altrimenti sarebbe stata inspiegabile la continua fortuna editoriale in un paese in cui il sistema stalinista si stava consolidando anche nel campo della cultura.

 



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