mercoledì 19 luglio - Enrico Campofreda

Taliban, teoria e prassi del jihad afghano

Partendo dai testi di Amhed Rashid, decano dell’ermeneutica talebana, ma anche di altri giornalisti che si sono dedicati all’argomento, due ricercatori del network di analisi sull’Afghanistan (Anand Gopal e Alex Strick van Linschoten) hanno avviato un interessante studio del fenomeno taliban. In un primo documento ne distinguono alcune fasi: una precedente al 1979, la lotta antisovietica e la guerra civile, la creazione dell’Emirato dell’Afghanistan, che coincide con la presa del potere e il governo del Paese. Quindi crisi e caduta, conseguenze e compattamento attorno a un progetto di islamismo nazionalista.

Longevità - Uno dei tratti che caratterizza lo sviluppo di varie epoche dell’epopea talebana è la longevità del progetto. In ogni fase, pur fra alti e bassi del rapporto col potere, la capacità organizzativa rappresenta un elemento di forza degli studenti guerriglieri, correlato alla repressione. Paradossalmente più questa trova spazio più li rafforza, fornendogli la materia prima rappresentata dai giovani combattenti, forgiati e cementati dall’ideologia. Buona parte degli studenti coranici, si sa, si sono formati nelle madrase pakistane durante il periodo della dittatura del generale Zia ul-Haq, avviata con un colpo di mano nel luglio 1977 e proseguita per oltre un decennio. Quegli anni conobbero, fra l’altro, una crescente islamizzazione integralista della società pakistana sostenuta e incentivata dal presidente che riceveva finanziamenti sauditi per la diffusione del wahhabismo. I giovani talebani si formavano anche nei campi profughi dov’erano riparate decine di migliaia di afghani in fuga dall’invasione dell’Armata Rossa. I ricercatori esaminano materiale documentario, come le memorie di jihadisti antisovietici che avevano partecipato alla guerriglia nel sud del Paese. Nelle testimonianze di capi guerriglia e di semplici miliziani l’idea della difesa del territorio da ingerenze esterne si lega a quella dell’onore, alle virtù innescate, come dicevamo, dalla repressione, sia interna attuata dai governi fantoccio, sia esterna supportata dagli eserciti alleati.

Identità - Il messaggio patriottico dei talebani nelle province in cui sono presenti è un tutt’uno col radicamento in tali aree di mullah, giovani studenti e fedeli islamici sostenuti dal desiderio di affermare una propria identità. Il loro periodo di formazione è lungo. Nasce dai mesi e poi dagli anni di resistenza antisovietica degli stessi mujahhedin, ma va oltre i poteri individuali acquisiti nel tempo dai Signori della guerra che da quella resistenza sono scaturiti. Il riferimento risale direttamente alla tradizione islamica presente alla disgregazione dell’Impero Ottomano e ai successivi rappezzamenti geopolitici coloniali che introducono il ripristino di monarchie locali, dalle progressiste di Amanullah, al pensiero più moderato di Narid Shah e del figlio Zahir. Il patchwork islamico, già allora presente, nell’area dell’ex Pashtunistan (diviso nel 1893 dalla cosiddetta Linea Durand fra l’Afghanistan propriamente detto e quella parte delle Indie Britanniche che nel Secondo dopoguerra diede origine al Pakistan) punta sempre a formulare una difesa della propria tradizione culturale contro il dominio Occidentale. In tal senso le esperienze monarchiche o repubblicane sono viste dai movimenti islamisti come un puntello dell’imperialismo di ritorno, ben radicato in tutto il Medioriente con le truppe schierate o con i piani economici, ciascuno accettato e subìto dai governi considerati collaborazionisti.

Islamismo - Le forme di liberalizzazione e modernizzazione della società, vissute negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, vengono considerate forzature da ciascuna componente islamica, sia dai gruppi armati degli studenti coranici sia da coloro che nella fase della guerra civile successiva al ritiro sovietico entreranno in contrasto coi talib. L’Afghanistan rurale è un ambiente eclettico, un mix tribale dove permangono elementi di sufismo. Questo mondo si dà norme della Shari’a come codice legale, impiegando gli ulama per amministrare la giurisprudenza. Presenti lapidazione di adultere, punizioni corporali a uomini e donne, pena di morte, tutte queste ‘regole’ verranno ribadite e rilanciate durante il quinquennio dell’Emirato (1996-2001). In precedenza lo Stato, incrementando una presenza nei villaggi, aveva creato frizioni coi cittadini per un eccesso d’imposte e tramite l’arruolamento nell’esercito. Dal canto loro khan e malek proseguivano a organizzare la vita quotidiana mirando a razionalizzare i rapporti sociali e legittimare l’Islam. Mentre i mullah di campagna, nonostante fossero al libro paga del governo, amministravano un tipo di religione fortemente legata ai bisogni locali, si creavano scuole informali e ciò che veniva imparato attorno alla Shari’a non era di certo insegnato nelle strutture governative. La fase dell’Emirato segna una transizione fra la regolazione di rituali e l’esigenza d’una moderna arte di governare, una contraddizione che, comunque, non ha avuto una reale soluzione per la brevità dell’esperienza.

Integrità e purezza - I talib diventavano la coscienza critica di quel jihadismo combattente dei mujahhedin. Entrambi i gruppi erano foraggiati dalla Cia ma i primi mirano a creare un proprio sistema statale. Ci si dava un codice per preghiera e lavoro, a nessuno era permesso di addestrarsi in proprio, chi violava le regole era soggetto a punizioni, era vietato l’uso di droghe e i minori non erano ammessi fra i combattenti. Tutti questi obblighi diventavano di per sé portatori di cambiamento profondo e duraturo. Di conseguenza si stilano progetti su come le persone dovrebbero comportarsi e su come la società dovrebbe essere organizzata fino a sfiorare l’ossessività ideologica più che teologica. Buona parte delle tendenze intransigenti su musica, segregazione e oppressione femminile viene dal retroterra dei luoghi di formazione, ma risente anche dei tratti integerrimi con cui il jihadismo talebano ama distinguersi dal combattentismo mujahhedin. Quest’ultimi erano e sono considerati rozzi e ignoranti dagli studenti coranici che, all’interno della stessa rivoluzione delle gerarchie sociali e tribali seguita a decenni di guerriglia, hanno incarnato il ruolo dei guardiani della Sunna, imponendosi un programma di autodisciplina che quasi sfiorava l’ascetismo. Gli esempi del mai dimenticato mullah Omar, ispirato da maestri sufi, e dell’attuale guida politico-militare, e secondo molti, spirituale lo sheikh-ul Ḥadīth Haibatullah Akhundzada lo testimoniano

 (Leggi qui la seconda parte)




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