giovedì 2 febbraio - Enrico Campofreda

Taliban afghani, governo e affari

Fra assalti vincenti, ritirate tattiche, accordi in corso, vecchi piani e nuovi affari, i talebani restano al centro della politica afghana. Recenti episodi di cronaca riguardano la provincia meridionale di Helmand i cui 14 distretti sono in totale subbuglio. Sei risultano controllati dai turbanti, altri sette sembrano destinati a cadere nelle loro mani, minacciati come sono da ogni tipo di agguato. Nelle ultime settimane ne hanno attuati taluni a sorpresa contro postazioni dell’esercito, introducendosi dentro siti pattugliati tramite tunnel scavati sotto il terreno. 

Conseguenze non tragiche, con conflitti a fuoco caratterizzati più da ferimenti che da uccisioni, però i dati dell’anno che si è chiuso mostrano un ulteriore aumento delle perdite dell’Afghan National Security Forces, le truppe che da anni gli Stati Uniti assemblano e addestrano per la sicurezza d’un territorio che risulta sempre più insicuro. Nel 2016 i soldati di Kabul morti sfiorano quota settemila, con una crescita di duemila rispetto dell’anno precedente. Il premier Abdullah, che giorni addietro è stato scortato per far visita e sollevare il morale delle truppe in alcuni distretti contesi del sud-ovest, fra i maggiori c’è Lashkar Gah, ha dichiarato che l’esercito controlla il 57% del territorio nazionale. Ciò significa che il restante 43% è in mano a quei nemici che lui stesso spera diventeranno amici o perlomeno alleati.

Percentuali benevoli o contestabili a parte è da un anno e mezzo che fra Talib e amministrazione Ghani va in scena il copione del conflitto e delle trattative senza che una delle due strade prevalga sull’altra. Si ha quasi la sensazione che nessuno voglia forzare più di tanto, anche perché il governo cerca un accordo non disonorevole per sé, i talebani pensano di riuscire a prevalere con la forza e continuano a sommare, villaggio dopo villaggio, la supremazia su un numero crescente di distretti. In effetti senza i raid aerei e gli attacchi coi droni condotti dagli statunitensi le milizie talebane potrebbero essere nuovamente a Kabul. Solo grazie a questi alleggerimenti e a controffensive attuate da marines e contractors che vestono le uniformi Nato, la coppia Ghani-Abdullah prosegue la pantomima di un regime con tanto di ufficialità internazionale. La nuova amministrazione della Casa Bianca non ha fatto giungere segnali, presa com’è da frizioni ideologiche con un’eco già dirompente. Ma se l’islamofobia che caratterizza l’intero staff trumpiano continuerà a essere uno degli assi portanti di quella politica, forse le mosse di avvicinamento verso i turbanti che la diarchia afghana cerca per rendere praticabili non troveranno più l’appoggio di Washington. Certo, non accordarsi vorrà dire proseguire il conflitto e il dissanguamento conseguente, in effetti la via fondamentalista ha molte fisionomie e non solo barbute: l’ultima ha trovato il ciuffo biondo del presidente-tycoon.

Eppure c’è un oppure. Il suo proporsi in maniera dirompente sulla scena internazionale, proprio coi divieti d’ingresso negli States ai musulmani di varie nazioni, non ha riguardato quei luoghi dove i business di Trump e di suoi amici hanno agganci. Cosicché la linea americana in Afghanistan, che è geostrategica e militare con la creazione delle nove basi aeree, di sfruttamento di taluni minerali del sottosuolo per produzioni di alta tecnologia, può ritrovare collaborazione proprio con la galassia talebana. Venti anni fa, prima dello stesso intervento militare dell’Enduring Freedom, gli affari avevano avvicinato Casa Bianca e lobby petrolifera statunitense al fondamentalismo politico afghano, e i talebani risultavano interlocutori più solidi di certi signori della guerra come Massoud, che pure controllava un pezzo della nazione. E’ la storia di Unocal (azienda californiana, unitasi alla Chevron evoluzione della Standard Oil del west, una delle potentissime Sette Sorelle) che sotto la presidenza Clinton e per un tratto dell’amministrazione di Bush junior, nonostante l’invasione e la guerra, patteggiavano affari coi Talib. Se li portarono anche in casa, a Sugar Land in Texas, una foto di gruppo del 2005 li ritrae in amichevole conciliabolo. Si discuteva dell’attuazione del progetto Tapi, il gasdotto che per 1800 km avrebbe dovuto portare il gas turkmeno nella bisognosa India in corsa per l’industrializzazione.

Il gasdotto, finanziato con 10 miliardi di dollari da alcune “sorelle” come Chevron, ExxonMobil, Shell, British Petroleum, ha un tratto (773 km) che dovrebbe correre in territorio afghano, scendendo da nord su Herat, puntando su Kandahar. Da lì ancora più a sud, traversando il confine pakistano per giungere a Quetta. Il piano, ripreso nel 2010 con una firma fra i quattro Stati coinvolti, rappresenta tuttora uno dei grandi programmi energetici globali che impegna le strategie di quelle riserve poste in correlazione con la geopolitica (altri progetti sono il Nord Stream, il bacino di Levante nel Mediterraneo, due piani, anzi tre, che riguardano la Turchia: il cosiddetto Corridoio sud, il Turkish Stream, il passaggio dal Turkmenistan attraverso Azerbaijan e Georgia).

In tutte gli Stati Uniti cercano, direttamente o meno, di porre lo zampino, perché in un riaperto confronto mondiale lo strumento energetico, che è uno dei punti forti della Russia putiniana, conterà parecchio. Avere governi ufficiali e poteri reali a sostegno dei propositi in questione è uno dei passi irrinunciabili che la politica estera deve trovare soprattutto quando si tratta di colossi e potenze. In tal senso il trumpismo potrà continuare a riservare sorprese fra l’opinione pubblica, potrà praticare la politica dei due binari fra quel che fa nei confini blindati d’Oltreoceano e quanto realizza in giro per il mondo dove vuol conservare una supremazia di sicurezza e di mercato. Ovviamente rivolte verso se stessa. In tal senso l’America First non verrà smentita, ma non lo era neppure coi mister Clinton e mister Bush.

Enrico Campofreda, 2 febbraio 2017

articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it




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