venerdì 30 giugno - Oggiscienza

Si può morire di caldo?

Curiosamente, chi dubita dell'esistenza del riscaldamento globale non critica stime e previsioni della mortalità da stress termico.

da Sylvie Coyaud

Mappa termica, Brad Johnson, GISS-NASA

IL PARCO DELLE BUFALE – A ogni ondata di calore, la custode del Parco si sente ripetere “ci sono sempre state” e “uccide di più il freddo“, quindi il riscaldamento globale è solo benefico. Se la custode tenta di replicare che forse è più complicato di così, viene azzittita con una frase della ricerca di Antonio Gasparrini e colleghi, pubblicata dal Lancet nel 2015:

Più morti attribuibili alla temperatura erano causate dal freddo (7,29%, 7,02–7,49) che dal caldo (0,42%, 0,39–0,44),

sulle 74 225 200 morti avvenute in 384 città di 13 Paesi, in vari periodi tra il 1984 e il 2012. Viene omessa la frase successiva:

Temperature estremamente fredde e calde erano responsabili dello 0,86% (0,84–0,87) della mortalità totale.

insieme agli studi in bibliografia che da cinquant’anni registrano una mortalità maggiore durante periodi di caldo estremo e al loro aumento:

Viene pure omesso che nell’Unione Europea per esempio, il gelo del gennaio scorso ha causato 60-70 vittime e l’agosto torrido del 2003 tra le 60 000 e le 70 000. Sono stime ponderate: variano a seconda delle definizioni di “temperatura moderata” e “ottimale”, del peso che ogni modello assegna ai vari elementi demografici, per esempio al numero dei bambini e degli anziani “vulnerabili”, delle persone “isolate”, “senza fissa dimora” eccetera.

Benché siano stime discutibili e discusse nelle riviste scientifiche, servono per i modelli di previsione chiesti dai governi. Ognuno è corredato da grandi margini di incertezza e viene regolarmente contestato da chi ritiene vantaggioso l’effetto serra dei gas serra.

L’ultimo studio di Camilo Mora e colleghi., uscito su Nature Climate Change, suscita invece una credulità inaspettata. Che sia dovuta “all’afa killer” di questi giorni? Per motivi d’età la custode rientra nelle “categorie vulnerabili” e si sente meno in colpa quando accende il condizionatore. Approfitta pertanto dei 28 °C casalinghi per sostituire i critici ammutoliti dallo stress termico.

Gli autori usano 753 studi sulle ondate di calore letali o meno avvenute tra il 1980 e il 2014 in 36 grandi città e le misure locali della temperatura e dell’umidità relativa. Calcolano che

Circa il 30% della popolazione mondiale è attualmente esposta a condizioni climatiche che superano la soglia letale per almeno 20 giorni all’anno.

A far grandinare titoli catastrofici e privi del condizionale cautelativo però, sono le loro proiezioni

Entro il 2100, la percentuale aumenterà di 48% in uno scenario di riduzioni drastiche delle emissioni di gas serra e di 74% in uno scenario di emissioni crescenti.

La custode deve ammettere che si sta verificando il secondo scenario. Quanto alla soglia letale, è un parametro fisiologico sul quale – da scimmia nuda – ha poco da ridire. Se l’umidità supera il 50% e la temperatura i 35 °C, il sudore non evapora abbastanza per rinfrescarla e patisce “l’afa killer”. Se l’umidità resta attorno al 20% sopporta anche i 40 °C:

C. Mora et al., “Global risk of deadly heat”, Nature Climate Change, giugno 2017, Figura 1b

(Le crocette rappresentano le ondate di calore di pari durata nelle 36 città, le celle gialle e rossi gli eventi via via più letali in funzione dell’umidità relativa e della temperatura media.)

Per facilitare la critica, gli autori scrivono che il loro modello è pieno di difetti. Il più grave è che si basa su una maggioranza schiacciante di città statunitensi, europee e giapponesi, con uno spruzzo di città indiane e cinesi, alcune dall’aria così mefitica da confondere i fattori di rischioper la salute:

C. Mora et al., “Global risk of deadly heat”, Nature Climate Change, giugno 2017, figura 1ba

Concludono poi che la popolazione fra i Tropici sarà la più colpita, il che dovrebbe provocare il sarcasmo di chi non crede né all’effetto serra dei gas serra, vapore acqueo compreso, né alla mappa interattiva dell’Università delle Hawaii con i diversi scenari di emissione.

Visto dove s’addensano i pallini blu, uno “scettico” degno di questo nome farebbe notare che la letalità cala con la diffusione dell’aria condizionata e che questa, alimentata da poche centrali termoelettriche a carbone, salverebbe dall’afa killer i poveri delle baraccopoli tropicali.

Aggiunta optional: assai più meritevoli dell’orrida custode.



1 réactions


  • pv21 (---.---.---.195) 1 luglio 19:33

    RISPETTO >

    Il piccolo CHARLIE continua a vivere (o vegetare?) grazie al costante sistema di controllo ed al supporto vitale dei macchinari a cui è attaccato.

    BISOGNA che sia un soggetto titolato e/o un Ente specialistico a prendersi cura del piccolo e la piena responsabilità di un suo eventuale allontanamento dal Great Ormond Steeet Hospital di Londra.


    Questo a riprova di come il combinato sviluppo di tecnologia e scienza medica sia sempre più in grado di alterare e rallentare il letale decorso di una patologia irreversibile creando una temporanea “sospensiva”, tanto artificiale quanto illusoria. Da qui al cosiddetto accanimento terapeutico il passo è breve.


    Un punto fisso.

    L’unico, sfortunato protagonista di tutta la vicenda è il piccolo Charlie.

    Di sicuro non hanno voce in capitolo gli 83mila (pur generosi) donatori di 1,3 milioni di sterline che ne farebbero una “cavia” umana per una sequenza di “esperimenti” tutti da validare.

    Viene altresì il dubbio che sul rispetto dovuto a un essere umano prevalga l’affettuosa empatia generata da un silenzioso, tenero “bambolotto”.


    Focalizzare la sostanza evita di venir Travolti dalle Informazioni


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