venerdì 30 giugno - Riccardo Noury - Amnesty International

Shell complice nell’impiccagione di attivisti nigeriani? Lo deciderà un tribunale olandese

Esther Kiobel (nella foto), il cui marito Barinem venne impiccato dalla giunta militare nigeriana il 10 novembre 1995 insieme allo scrittore e attivista Ken Saro-Wiwa e a sette militanti ogoni, sta portando di fronte alla giustizia civile olandese la compagnia petrolifera Shell.

Insieme ad altre tre vedove (Victoria Bera, Blessing Eawo e Charity Levula), Esther Kiobel accusa la Shell di essere stata complice dell’arresto illegale, della detenzione e dell’esecuzione dei nove prigionieri.

È la seconda volta che Esther Kiobel prova a ottenere giustizia contro la Shell. La prima denuncia risale al 2002 e venne presentata a un tribunale di New York, negli Usa, dove nel 1988 la vedova aveva ottenuto asilo politico. Nel 2013 la Corte suprema federale, senza esaminare il merito della denuncia, stabilì che gli Usa non avevano giurisdizione sul caso.

L’impiccagione dei nove ogoni rappresentò il culmine della brutale campagna intrapresa dalla giunta militare nigeriana per ridurre al silenzio le proteste del Movimento per la sopravvivenza del popolo ogoni (Mosop), guidato da Ken Saro-Wiwa.

Il Mosop sosteneva, tra le sue denunce, che altri si stavano arricchendo grazie al petrolio pompato dal sottosuolo mentre l’inquinamento causato dalle fuoriuscite e dal gas flaring aveva causato “il totale degrado dell’ambiente” e trasformato “la nostra terra in un disastro ecologico”. Nel gennaio 1993, il Mosop dichiarò che le attività della Shell nell’Ogoniland non erano più gradite.

La giunta militare reagì con la forza commettendo numerose gravi violazioni dei diritti umani tra cui uccisioni, torture e stupri.

Come fermare le proteste era motivo di grande preoccupazione sia per la Shell che per il governo nigeriano, che erano partner nelle attività petrolifere nel Delta del fiume Niger. Nell’anno delle impiccagioni la Shell era di gran lunga la più importante compagnia petrolifera operante in Nigeria, con una produzione di quasi un milione di barili al giorno, corrispondenti a quasi la metà della produzione quotidiana della Nigeria. Le vendite di petrolio rappresentavano il 96 per cento dei ricavi da esportazione del paese.

La Shell sapeva benissimo che il governo nigeriano stava sopprimendo brutalmente le proteste nell’Ogoniland.

Nel maggio 1994 quattro capi ogoni di cui era nota l’opposizione al Mosop vennero assassinati. Senza alcuna prova, il governo accusò il Mosop e arrestò decine e decine di persone, compresi Ken Saro-Wiwa e Barinem Kiobel. Questi non era un membro del Mosop, ma un alto funzionario del governo che aveva criticato le operazioni militari nell’Ogoniland e che aveva cercato di impedire quei quattro omicidi.

Poche settimane prima che i nove attivisti venissero arrestati, il presidente di Shell Nigeria aveva incontrato l’allora presidente nigeriano, il generale Sani Abacha, per parlare del “problema degli ogoni e di Ken Saro-Wiwa”. E non era neanche la prima volta che la Shell, nei suoi rapporti con le forze militari e di sicurezza nigeriane, si riferiva alle proteste nell’Ogoniland come a un “problema”. La Shell, inoltre, aveva evidenziato più volte alle autorità nigeriane l’impatto delle proteste del Mosop sull’economia.

Tra il 30 e il 31 ottobre 1995 i nove ogoni vennero giudicati colpevoli e condannati a morteAmnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani dichiararono che si era trattato di un processo politico e di parte.

Almeno due testimoni dell’accusa dichiararono di essere stati pagati per incriminare gli imputati, che la corruzione era avvenuta alla presenza di un legale della Shell e che la compagnia petrolifera aveva loro offerto un lavoro. La Shell ha sempre smentito queste circostanze.

Il 10 novembre i nove prigionieri vennero impiccati e i loro corpi vennero gettati in una fossa comune.

Documenti interni della Shell esaminati da Amnesty International rivelano che la compagnia petrolifera era a conoscenza dell’iniquità del processo ai danni dei nove ogoni e che era stata informata in anticipo che, con ogni probabilità, Ken Saro-Wiwa sarebbe stato giudicato colpevole.

Tuttavia, la Shell mantenne stretti rapporti col governo nigeriano e arrivò persino al punto di offrire aiuto a Ken Saro-Wiwa se egli avesse “ammorbidito le sue posizioni”.

L’offerta venne fatta al fratello di Ken Saro-Wiwa nell’agosto 1995, quando il leader ogoni era già in carcere. La Shell ha sostenuto che non si fosse messa a disposizione per favorire la liberazione di Ken Saro-Wiwa e che l’offerta aveva riguardato unicamente assistenza medica e umanitaria.

Quale che fosse stata l’offerta, Ken Saro-Wiwa la respinse.

Finora, le “relazioni pericolose” tra la Shell e il governo nigeriano non sono mai state indagate adeguatamente.

Di recente, Shell Nigeria ha risposto così ad Amnesty International:

“Le denunce [contro la Shell] citate nella vostra lettera sono false e prive di fondamento. [Shell Nigeria] non ha colluso con le autorità militari per sopprimere la rivolta e non ha incoraggiato né invocato in alcun modo atti di violenza in Nigeria. Abbiamo sempre negato queste accuse nel modo più forte possibile”.

Due decenni dopo quella terribile catena di eventi che portò all’impiccagione dei nove ogoni, tante domande sulla Shell restano senza risposte. C’è da augurarsi che, quelle risposte, le fornisca la giustizia civile olandese.

 

 
 



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