lunedì 13 marzo - Giuseppe Aragno

Salvini a Napoli | A cose fatte: gli inutili battibecchi

A cose fatte, inevitabilmente il nostro campo si divide. Cominciano gli inutili battibecchi sulla violenza; qualcuno accusa chi se n’è stato a casa, ma non si chiede il perché e quelli rispondono che non si fanno portare a traino dalla “teppa”.

In campo avverso invece si compatta, e l’attacco alla “città ribelle”, che mira a distruggere il suo sindaco perché fa paura è violentissimo; lo porta uno schieramento eterogeneo ma largo, che ha dentro anche strati sociali potenzialmente “nostri”: disperati, sfruttati, giovani ai quali si è negato il futuro.
Inevitabilmente ci chiederemo com’è che il popolo televisivo e quello di facebook inneggia ai “rivoluzionari” se si ribellano in casa d’altri e punta il dito sui “violenti”, quando si ribella la povera gente di casa nostra.
Forse bisogna avere il coraggio di dirsi che ci sono nodi stretti che ci soffocano; nodi che vanno sciolti subito. Non si tratta di fare discussioni sulla violenza, legittime quanto si vuole, ma fuorvianti. I partigiani non regalavano confetti.

Si tratta – e non è cosa da poco – della “percezione” che ne ha la gente e di un tema decisivo: la democrazia. Se si ribella la donna negli Emirati Arabi, o esplode la popolazione turca, l’emozione e la solidarietà sono immediate. Tutti “sentono” che è dittatura. Cosa si è fatto da noi o meglio, cosa abbiamo fatto noi, perché diventi chiaro che è in atto un massacro di diritti sociali che nemmeno il fascismo realizzò? Cosa s’è fatto per smentire la narrazione ufficiale della “grande democrazia occidentale”, che ogni giorno purtroppo passa con successo nell’immaginario collettivo?


Quando il rischio-regime s’è avvertito, abbiamo affondato la lama nel burro e nessuno ha avuto dubbi. Al referendum erano tutti con noi. Poi? Poi abbiamo lasciato cadere la questione e tutto è tornato com’era, anzi tutto è peggiorato: un governo illegittimo, pieno zeppo di ministri che la gente aveva licenziato, con l’aggravante di uomini come Minniti che abbiamo visto all’opera. Niente elezioni, lavoratori ridotti a servi, un ceffone agli elettori, leggi feroci, un Parlamento illegittimo.

E noi? Non era questa la battaglia? Non bisognava denunciare, attaccare, delegittimare, stare tra la gente a spiegare? Ci meravigliamo se ora, delusi, i “nostri” scivolano a destra? Ci meravigliamo se nessuno vuole più ascoltare, se la rivolta per la gente diventa teppismo, perché “in fondo siamo in democrazia”? Sono tutti scemi? Non ragionano più, dopo che hanno ragionato benissimo? Possiamo anche fingere di crederci, ma sarà un suicidio.

Il problema non è la violenza e nemmeno il sindaco De Magistris che l’avrebbe scatenata. Il sindaco non ha scatenato un bel nulla. Il problema sono i “tempi” della protesta. Parliamo al padre avvilito del disoccupato, al giovane che ha la vita precarizzata, diciamo in maniera comprensibile che noi non accettiamo questa Europa, che il pareggio di bilancio è una condanna a morte della politica; costruiamo percorsi di una lotta condivisa, che la gente senta sua, come suo sentì il referendum. Dove, infine, si può, perché si governa un territorio, dimostriamo con i fatti che siamo alternativi; dopo che l’abbiamo detto, facciamolo, sia pure a mo’ di esempio, per sperimentare e proporre un “modello”: non paghiamo il conto, se ci obbliga a cancellare diritti sociali costituzionali. Facciamolo con prudenza, ma facciamolo. Poi vedremo se si parlerà di teppismo o ci si troverà attorno la gente e altre realtà che governano territori. E vedremo anche se a Minniti riesce l’agguato.

O tutto questo diventa il nostro pane quotidiano, o noi non faremo strada. E teniamolo a mente: i partigiani erano strettamente collegati alla gente, sicché nessuno mai pensò che fossero violenti Eppure sparavano. Mi si dirà che non sono tempi di rivoluzione. Dirò che è tempo di dare risposte dure, quanto duri sono gli attacchi che ci vengono dall’alto. Oggi la violenza è di Stato e l’eversione è delle cassi dirigenti, ma durezza per noi non deve voler dire semplicemente e rozzamente violenza. Soprattutto violenza fine a se stessa. Durezza è disobbedienza, è politica, è città ribelle. Abbiamo cominciato. Andiamo avanti.

Ci siamo dati un compito quasi impossibile. E’ tempo di por mano al percorso. O sapremo parlare alla gente e costruiremo un modello concreto di “governo alternativo” – e questo in parte a Napoli è accaduto, ma non basta – o, spiace dirlo, le prove generali di regime, di cui abbiamo avuto un esempio eloquente – diventeranno realtà quotidiana.

Regime per me non significa botte e galera. Non servono. Regime è una gabbia invisibile, costruita attorno allo spirito critico. La galera più terribile, l’evasione più difficile.




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