mercoledì 15 febbraio - Giuseppe Aragno

Salvini, Napoli e il milanese Antonio Pianta

La prima volta ci venne come Cristoforo Colombo a San Salvador: convinto di metter piede nelle nuove Indie, dove il mondo civile termina bruscamente per far luogo al territorio delle tribù dei senza storia, accampate oltre l’immaginaria linea di “finis terrae”, nel sud del Mediterraneo. Come vuole la mitologia leghista, pensava di trovarci indigeni variopinti, abbagliati dalla modernizzazione lombarda ed era pronto a piantare bandiere della Padania davanti a barbari accampamenti. 

In mente aveva benedizioni urbi et orbi con le ampolle d’acqua miracolosa, raccolta apposta dal Po, per esorcizzare i maligni spiriti meridionali. Sognò conversioni di massa ma tornò con le pive nel sacco e la spedizione fu un disastro: i cani non scappavano, la gente non puzzava, l’aria profumava di spezie e fiori e un’atmosfera levantina sfidava la sensibilità celtica del leader della Padania. Finì che Salvini rimediò la figura dell’asino in mezzo ai classici suoni e quel giorno, delusa, la “Padania” titolò: «Salvini torna a Milano. Il Vesuvio ha tradito le attese».

Volendo rimediare, Salvini ha radunato lo stato maggiore ed è stato chiaro: «senza questo maledetto Sud», ha detto ai suoi nel segreto delle riunioni, «nessuno ci toglie di dosso la dimensione locale e non ci servirà a nulla giocare con la pelle degli immigrati. Razzismo, sessismo, guerra tra i poveri e tutti i possibili rigurgiti fascisti, non hanno superato finora il confine di “finis terrae” e non ci sono dubbi: senza il Sud, noi saremo per sempre “Lega Nord” e in mano il Paese non lo avremo mai». Di qui il parto geniale e un oltraggio più oltraggioso delle invocazioni al Vesuvio: Salvini ha scoperto d’un tratto che «a Napoli, come in tutto il Sud, c’è tanta gente perbene». Testuale.

Diavolo! Non se n’era accorto nessuno! Il leghista non lo sa, ma il fascismo, nato più o meno nella sua Padania ai tempi di un’altra crisi, approdato al Sud per diventare realtà nazionale, dovette mutare un po’ pelle, presentarsi con il cappello in mano e accettare le condizioni di Aurelio Padovani, il napoletano fascista intransigente, che dei camerati del nord non si fidava molto. Conoscesse la storia che intende spiegare a Napoli e scrivere a Milano, saprebbe che Mussolini piegò la testa, frenò la corruttela dei ras settentrionali, pagati profumatamente da agrari e capitalisti settentrionali, per fare più o meno il mestiere che va facendo lui, si impegnò a non imbarcare il vecchio e corrotto notabilato. In poche parole, dovette indossare un abito più civile e inventarsi ragioni morali completamente estranee all’avventura fascista. Poi, certo, il “duce” fece fuori Padovani, misteriosamente ucciso dal crollo del suo balcone in via Generale Orsini, ma venne avanti così l’ala più corrotta e degenerata del movimento. Oggi l’operazione è molto più difficile. A Napoli il capo dei leghisti viene proprio a cercare notabili, non troverà un Padovani nemmeno a pagarlo e occorre dirlo: persino Mussolini era più colto e più politico di Salvini.

Mai come oggi, Napoli e il Sud sono agli antipodi del mondo rappresentato dall’ultimo erede di Bossi. Salvini e i suoi sono di gran lunga peggiori della cavalleria di Caradonna nel 1922; la Lega incarna tutto quanto di negativo la crisi ha prodotto nel corpo del Paese. Napoli, dove provocatoriamente intende sbarcare l’11 di marzo è l’esatto contrario: qui vivono e crescono le sole scelte politiche alternative e di base, le sole vie di uscita dalla crisi che parlino il linguaggio della civiltà e difendano principi di umanità. Lasci stare le “zecche rosse”, Salvini. Qui, a Napoli, valgono mille volte più di Questori fermi ai tempi di Rocco, che mandano la polizia là dove nemmeno i repubblichini di Salò osarono entrare.

Sono il sale della “città ribelle”, insegnano democrazia e smentiscono Gobetti, perché dimostrano che il fascismo non è l’autobiografia degli italiani. Se proprio vuole venirci a Napoli, Salvini, non perda l’occasione: chieda di visitare la tomba di Antonio Pianta, operaio milanese trapiantato a Napoli e suo concittadino, al quale il 28 settembre 1943 una pallottola spezzò il cuore durante le Quattro Giornate, facendone uno dei primi gloriosi settentrionali caduti in terra di Napoli e anticipando il sacrificio di quegli eroici napoletani caduti per la stessa causa nelle altre città italiane. Lì, davanti a quella tomba, potrà ascoltare nel suo dialetto lo sdegno di un conterraneo, che si fece uccidere pur di impedire che il mondo andasse nella direzione che oggi indicano all’Italia lui e il suo sciagurato partito. Stia tranquillo. Pianta non metterà mano alle armi. Risponderà alla sua provocatoria presenza in città, facendogli prima i nomi dei Napoletani che partirono per il nord e caddero difendendo le sue terre, durante la Resistenza, poi spiegandogli quali sono le responsabilità storiche e politiche che si sta assumendo approfittando della crisi. Vada lì Salvini, al Cimitero di Poggioreale, se provocatoriamente vuole davvero venire a Napoli. Vada a scusarsi con un milanese antifascista, che si vergogna di averlo come rappresentante della sua Milano e se potesse, l’11 marzo sarebbe certamente in piazza per contestarlo civilmente e invitarlo a riflettere su un movimento totalmente estraneo non solo a Napoli e al Mezzogiorno, ma alla storia, alle radici e alle tradizioni dell’Italia democratica e antifascista.

Giuseppe Aragno
Coordinamento demA

 

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