lunedì 10 luglio - Riccardo Noury - Amnesty International

Rom in Italia: la Commissione europea renda giustizia

Discriminazione | Catrinel Motoc è una ricercatrice di Amnesty International sull’Europa. Recentemente ha visitato una serie di campi rom in Italia. Questo suo articolo è stato pubblicato originariamente sul portale EUObserver. Per proteggere l’identità, i nomi delle persone citate sono di fantasia.

Parla a raffica, è piena d’energia ed è veloce a imparare. Clelia ha tanto in comune con centinaia di migliaia di quindicenni in Italia. C’è solo una differenza, ma è profonda: non va a scuola perché ha il terrore che durante la sua assenza la sua casa venga abbattuta.

Clelia vive nell’insediamento rom di Germagnano (nella foto), che fa parte della città metropolitana di Torino. Negli ultimi mesi ha assistito alla demolizione di molte case dei vicini mentre erano via. In un caso, un bambino di nove anni ha rischiato di rimanere sotto le macerie ma per fortuna le urla della madre hanno fermato in tempo la ruspa.

La madre di Clelia ha un disturbo del linguaggio e non parla bene l’italiano. In caso di sgombero, non saprebbe difendersi e proteggere la loro abitazione.

La discriminazione nei confronti dei rom non è una novità: sono la minoranza più svantaggiata d’Europa. Negli ultimi tre anni la Commissione europea ha avviato procedure d’infrazione contro Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria per la sistematica segregazione e discriminazione dei bambini e delle bambine rom nel sistema scolastico.

In Italia i rom subiscono la stessa drammatica segregazione e discriminazione, nel campo del diritto all’alloggio. Ma nonostante le numerose prove fornite da Amnesty International e da altre organizzazioni, la Commissione non ha ancora preso provvedimenti concreti.

Le mie ricerche a Milano e a Torino mi hanno portata da un caravan a un container, da un campo segregato a un riparo d’emergenza. Ho incontrato decine di persone e la storia è sempre la stessa: ci si insedia in un posto, investendo tempo e i pochi soldi che si hanno per tirare su un alloggio per poi essere sottoposti a sgombero forzato, che a volte comporta la distruzione dell’alloggio e dei beni personali.

Anche per chi si è costruito un’abitazione oltre 15 anni fa, in campi per soli rom allestiti dalle autorità, il pericolo dello sgombero forzato è sempre presente.

Gli sgomberi forzati – eseguiti senza adeguata consultazione preventiva, senza preavviso, risarcimento o messa a disposizione di una soluzione abitativa alternativa – sono contrari al diritto internazionale, così come lo sono la segregazione e la discriminazione rispetto alla normativa dell’Unione europea.

Ma l’Italia resta impunita, nonostante solo nel 2016 i rom abbiano subito 250 sgomberi forzati. Le autorità continuano ad allestire campi segregati: per loro, è l’unica soluzione abitativa per i rom.

Le autorità municipali torinesi hanno dichiarato che vengono demoliti solo gli alloggi abbandonati. Ma le persone che ho incontrato mi hanno raccontato una realtà diversa: un ragazzo di 17 anni è stato bruscamente svegliato e gli è stato ordinato di raccogliere in tutta fretta le sue cose e uscire fuori. La sua casa è stata demolita. Negli ultimi mesi la stessa sorte è capitata ad almeno sette nuclei familiari.

In assenza dell’applicazione delle salvaguardie previste dal diritto internazionale, alle persone sgomberate restano poche alternative. O si accalcano nelle strutture di amici e parenti ancora in piedi o si sistemano ancora più precariamente nelle tende o tornano in Romania.

Molti dei campi e degli insediamenti in cui vanno a finire i rom sgomberati presentano condizioni del tutto inadeguate: l’acqua, i servizi igienici e l’elettricità scarseggiano o sono del tutto assenti.

Quando piove molto, il campo milanese di via Bonfadini rimane completamente isolato e chi vi risiede non può andare a scuola o, se ha bisogno di cure mediche, ci rinuncia.

Germagnano, dove vive Clelia, è vicino a una discarica. Ma per chi ci vive, avere una specie di tetto sopra la testa è meglio che essere senza tetto.

Carlotta, invece, l’ho incontrata in una struttura d’emergenza di Milano, fatta di una serie di container in ognuno dei quali vivono grosso modo cinque famiglie. I nuclei familiari sono separati da “pareti” che arrivano ad altezza d’uomo. La privacy è minima. Carlotta proviene da una serie di sgomberi forzati e da trasferimenti in campi per soli rom. Da anni, invano, è iscritta alle graduatorie per le case popolari.

La Commissione europea ha a disposizione numerose prove sulla discriminazione, la segregazione e gli sgomberi forzati dei rom ma continua a rimanere in silenzio. Nel settembre 2012 aveva aperto un “procedimento pilota” contro l’Italia per violazione della Direttiva anti-discriminazione ma non se n’è fatto nulla. Cinque anni dopo, le prove aumentano ma la procedura d’infrazione non parte. Ad aprile il Financial Times ha rivelato che la Commissione europea aveva ripetutamente bloccato l’azione contro l’Italia per “evitare una dannosa polemica pubblica”.

Nel frattempo, Clelia ha interrotto la frequenza scolastica e centinaia di bambini e bambine come lei hanno subito sgomberi forzati e si trovano in situazioni ancora più pericolose e insicure. Fino a quando la Commissione europea non affronterà queste violazioni dei diritti umani, queste proseguiranno e la Commissione ne sarà complice.

Come una brutta ferita, la discriminazione contro i rom si allarga in tutt’Europa ed è una vergogna che le istituzioni che dovrebbero proteggere i principi di uguaglianza e di pari trattamento stanno a guardare mentre gli Stati membri ne fanno scempio.

 
 



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