lunedì 31 luglio - Aldo Giannuli

Rivoluzione, perché non è riuscita in occidente

Sul piano storico cento anni non sono un tempo troppo lungo, ma sono più che sufficienti per valutare l’efficacia di una strategia di lungo periodo. Il leninismo fu una strategia che puntava alla rivoluzione mondiale e, anche se credeva ad una rapida espansione nei paesi avanzati dell’Europa continentale, scontava l’idea che per compiersi in tutto il mondo (o quasi) richiedesse un periodo ben più lungo.

E, nella strategia leninista, il progetto rivoluzionario coincideva con la vittoria di un moto insurrezionale o, comunque, con un abbattimento violento del regime capitalistico. Lenin aveva come modello di rivoluzione quelle borghesi di Olanda, Inghilterra, America e, soprattutto, Francia. E per i Pc prima e la sinistra radicale di marca leninista dopo, la rivoluzione ha continuato ad essere il miraggio di una qualche forma insurrezionale, magari passando per forma di guerriglia urbana o per un intreccio di essa con le lotte sociali.

Il risultato paradossale è stato che questo progetto di rivoluzione mondiale ha avuto successo nei paesi che si immaginavano più lontani dall’obiettivo (Cina, Vietnam, Cuba, Corea), ma in nessuno dei paesi che si immaginavano più pronti. E cento anni sono sufficienti a stabilire che quella strategia è stata perdente e senza appello. Anzi, ogni ondata successiva alla congiuntura del “biennio rosso” è stata più debole, sotto il profilo rivoluzionario. Anzi, va detto che dal 1848 in poi, nessuna insurrezione ha mai vinto nei paesi di Europa, America del Nord , Giappone ed Australia.

Dunque, una visione prospettica di lungo periodo si impone per cercare di comprendere il perché di questo esito. Partiamo da un dato storico inoppugnabile: in nessuno dei 4 paesi di modernizzazione classica (Olanda, Inghilterra, Francia, Usa) si è verificata alcuna rivoluzione vincente dopo quella di fondazione. Per cui non ci sono state né rivoluzioni socialiste né regimi fascisti. Peraltro, anche nel biennio rosso, la spinta rivoluzionaria in questi paesi è stata molto più debole di quella di altri paesi (Ungheria, Italia, Germania, dove, dopo la sconfitta dei movimenti socialisti, si sono imposti regimi fascisti). Il che fa pensare ad una particolare stabilità dei sistemi politici di “modernizzazione classica”. E la cosa è confermata anche dall’esito delle due successive ondate della Resistenza e del sessantotto cui dedichiamo qualche rapida riflessione.

La Resistenza ebbe una intensità molto differente nei vari paesi occupati dai nazisti. Sul piano della partecipazione popolare (e di conseguenza dell’efficacia militare) essa ebbe forte peso in Russia, Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Albania, Grecia, ebbe dimensioni ragguardevoli in Italia, fu minoritaria e militarmente inconsistente in Francia, ma ebbe peso poco più che simbolico in Olanda, Belgio, Norvegia, Danimarca e quasi inesistente in Germania ed in Austria. Il che significa sostanzialmente che ebbe peso notevole nei paesi dell’Europa orientale che (con l’eccezione della Cecoslovacchia e, in parte, della Polonia) non erano affatto paesi industrializzati o modernizzati. In ogni caso, non erano affatto fra i paesi più avanzati. La vittoria di regimi “popolari” in quei paesi (salvo che in Grecia, dove non giunse l’Armata Rossa e ci fu una repressione sanguinosissima da parte monarchica appoggiata dagli inglesi) fu determinata dall’arrivo della Armata Rossa. Unici paesi in cui la rivoluzione vinse da sola e produsse regimi di tipo “socialista” furono Jugoslavia ed Albania cioè paesi a dominante contadina fra i più arretrati d’Europa.

Vice versa in nessuno dei paesi occidentali, con l’eccezione dell’Italia, la Resistenza ebbe un peso politico-militare significativo. Il che ha fatto nascere il mito della Resistenza come rivoluzione tradita che non ha riscontro in tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale. Ma è un mito fondato? Come tutti i miti, anche questo si è formato intorno ad un nucleo di verità, per poi evolvere in un immaginario complessivamente suggestivo ed ingannevole. Di vero c’è che la Resistenza ebbe un consenso di massa (anche se non maggioritario) nelle regioni settentrionali e che le formazioni più numerose furono le Garibaldi che erano a maggioranza comunista per cui avrebbero visto come sbocco naturale una rivoluzione di classe, e adesse potremmo aggiungere alcune brigate Matteotti (socialiste o anarchiche) ed altre di Giustizia e Libertà (ma spesso orientate verso altro tipo di rivoluzione).

Di contro, dobbiamo considerare che nel sud la Resistenza non c’è stata (anche se non mancarono isolati movimenti di rivolta) ed anche nel nord c’è stata una massiccia “zona grigia” estranea alla Resistenza e gli stessi ranghi della Resistenza ce ne erano di non orientati ad una rivoluzione socialista (militari, fiamme verdi, parte dello stesso partito socialista e delle brigate Gl).

La componente “di classe “era maggioritaria nella Reistenza ma non esclusiva, ma la Resistenza tutta era minoranza nel nord e con limitate simpatie nel sud.

Già queste considerazioni dovrebbero avvertire circa la debole eventualità che la Resistenza potesse evolvere in rivoluzione socialista, anche se è vero che è proprio delle rivoluzioni espandere rapidamente la loro base di consenso, conquistando in breve tempo indifferenti, tiepidi e persino avversari. Ma, a rendere assai poco probabile una dinamica del genere era la situazione specifica seguita alla fine della guerra: la stanchezza popolare -dopo cinque anni di bombardamenti, battaglie e stragi- non lasciava presagire un’ampia partecipazione ad un moto insurrezionale che, per di più, avrebbe dovuto vedersela con i massicci eserciti di invasione potentemente armati, oltre che con i residui eserciti regio e di Salò. Una vittoria militare in quelle condizioni non sarebbe parsa molto credibile e questo agiva come potente depressore degli umori rivoluzionari. Anche se il Pci concesse troppo ai partner moderati ed avrebbe potuto ottenere di più di quel che ottenne, aver evitato un esito di tipo greco fu una scelta politicamente realistica che torna a merito soprattutto di Togliatti.
Per quanto riguarda il sessantotto, va detto subito che, in realtà, l’idea che si trattasse di un secondo “Biennio rosso” ha a che fare più con l’immaginario del movimento degli studenti, che con una realistica analisi politica. E’ vero che in Italia (ed in misura inferiore in Francia) ci furono forti movimenti operai non riducibili solo alla dimensione rivendicativa, che avanzavano una richiesta di maggior partecipazione, ma, nel complesso, la stragrande maggioranza del movimento operaio non si orientò in senso rivoluzionario e, per la verità, non ci fu alcun credibile episodio insurrezionale. Né le cose migliorarono con la scia del “partito armato” che sognò si poter suscitare quella fiammata insurrezionale, che era mancata, con le tecniche della guerriglia urbana mutuate dal Sud America. Per inciso: esse non ebbero successo neppure in quei paesi dove, piuttosto, favorirono l’insediamento di sanguinari regimi militari. Per fare una rivoluzione non basta volerla, occorrono anche condizioni oggettive che non si possono inventare. Di fatto, dell’originario progetto leninista restava solo un insensato soggettivismo che ripeteva gli errori del blanquismo e che aveva perso per strada il forte realismo proprio di Lenin. In fondo, fare un errore nel 1920 o 1923 non è sta sessa cosa che continuare a ripeterlo per un altro mezzo secolo e dopo una valanga di sconfitte.

Si trattò solo di impazienza rivoluzionaria? Si trattò di fughe in avanti che precedevano, compromettendolo, il “momento buono” quando le condizioni oggettive si fossero date? Già, ma è sicuro che un simile momento dovesse (o debba ancora) necessariamente darsi? La convinzione sull’inevitabilità storica della rivoluzione fu il prodotto dello storicismo marxista, per il quale la storia è un succedersi inevitabile di diversi sistemi di produzione, determinati dall’evolversi delle capacità produttive: quando un sistema non è più compatibile con l’evoluzione dei mezzi di produzione, si rende necessario sostituirlo con un altro più adatto e, siccome questo comporta un avvicendarsi di classi dominanti, e quelle al potere non sono disposte a farsi da parte, ecco che il cambiamento deve avvenire in modo violento. Così come avvenne per l’andata al potere della borghesia che sostituì le classi feudali o gentilizie con le rivoluzioni di Olanda, Inghilterra, America e Francia (e un ruolo simile lo ebbero anche le rivoluzioni anticoloniali bolivariane dell’America Latina). La storia degli ultimi due secoli, tuttavia, non ha confermato molti degli assunti di base di questa teoria del mutamento sociale. In primo luogo, il capitalismo, sempre dato alla sua “fase suprema” e non in grado di governare lo sviluppo delle forze produttive si è rivelato molto più vitale di quanto non si pensasse. L’dea di un capitalismo agonizzante è stata clamorosamente smentita dalla capacità del capitalismo di adattarsi alle varie rivoluzioni tecnologiche succedutesi in questi ultimi 150 ed è ormai un luogo comune quello per cui “il capitalismo ha i secoli contati”. In secondo luogo, l’esperimento socialista sovietico non ha affatto promosso lo sviluppo tecnologico e, pur registrando successi parziali o in singoli settori, complessivamente è restato costantemente indietro rispetto agli sviluppi tecnologico dell’occidente. E tutto questo, se da un lato porta a rileggere la stessa opera marxiana e la sua analisi del capitalismo, dall’altro spiega il progressivo indebolimento dell’attrattiva per il modello socialista. Sino agli anni sessanta fu possibile sostenere che l’Urss era indietro rispetto agli Usa ed all’Europa, per le sue arretrate condizioni di partenza, ma che stesse crescendo a ritmi ben più veloci di quelli dell’Occidente e la gara spaziale offriva di che nutrire questo immaginario. Ma dai tardi anni settanta, anche questa giustificazione cadde: l’economia sovietica stagnava, il peso del complesso militar industriale era sempre maggiore, i salari crescevano, pur se lentamente, ma i negozi erano vuoti per la costante debolezza dell’industria leggera e orientata al consumo ecc. e fu chiaro che l’economia sovietica si era fermata. La breve stagione gorbacioviana produsse una effimera ripresa di speranze, ma ormai era troppo tardi ed il sistema sera fatalmente avviato al suo crollo finale.

Ovviamente, il progressivo affievolirsi della credibilità del modello sovietico si tradusse in una parallela legittimazione del modello liberoscambista (o preteso tale).

D’altra parte, la guerra contro il nazifascismo e la resistenza europea ebbero l’effetto di una ri-legittimazione delle democrazie liberali, perché il nuovo modello di democrazia, ispirato dalle politiche newdealiste e keinesiane, si basava su un welfarestate che accoglieva molte istanze delle classi popolari, istituendo meccanismi di mediazione che riequilibrarono fortemente il sistema sociale. E tutto questo restituì una verginità al sistema capitalistico-liberale rispetto al suo recente passato.

Ma potremmo citare anche altre cause del persistere del modello liberal-capitalistico come lo scambio ineguale con i paesi del terzomondo che consentiva una redistribuzione di ricchezza al suo interno, la conseguente nascita di una robusta fascia di ceti medi ostili ad ogni mutamento radicale, gli sviluppi del movimento operaio nel quale prese piede una massiccia burocrazia sindacale e politica, parimenti ostile ad ogni evoluzione radicale. Le stesse lezioni di Gramsci e di Rosa Luxemburg (cui potremmo aggiungere pensatori “eretici” meno celebri come Carlos Mariategui, Maximilien Rubel, Cornelius Castoriadis ed altri ancora) che proponevano una visione più complessa ed articolata della rivoluzione in occidente diversa da quella leninista ma sempre radicale, restarono sostanzialmente fuori dall’orizzonte della cultura politica delle organizzazioni del movimento operaio. Anzi, nel caso di Gramsci, venne data una lettura forzatamente moderata, funzionale al corso riformista del Pci (e qualcuno ha provato ad usarlo anche a supporto del renzismo). Dunque, nel complesso, il movimento operaio ha seguito una linea di totale integrazione nel sistema, sino alla piena omologazione nel processo neo liberista (salvo piccole minoranze leniniste o anarco sindacaliste) ma non si può essere nello stesso tempo rivoluzionari ed integrati nel sistema “per la contraddizioni che nol consente”. E con questo, venivano meno le precondizioni soggettive per un progetto di ogni “rivoluzione in Occidente” ed un complesso intreccio di fattori oggettivi e soggettivi poneva fine a quella prospettiva.

Il Pci, aveva rinunciato ad ogni mutamento si sistema già dagli anni cinquanta, anche se dietro il paravento del suo richiamo all’Urss ha potuto nasconderlo per qualche decennio.

Non è affatto detto che questa prospettiva di mutamento di sistema debba essere definitivamente abbandonata ed, anzi, è possibile che il tema si riproponga, ma questo non è un discorso di natura storica e riguarda il dibattito puramente politico sul futuro, quel che esula da queste considerazioni. Su un piano storico, possiamo concludere che ad essere definitivamente superata è la formula leninista e se il discorso sulla rivoluzione in Occidente debba riproporsi, esige forme, strategie, modelli organizzativi ecc. totalmente diversi e da inventare. E la riflessione sulla traiettoria secolare della vicenda comunista non sarà affatto inutile a questo scopo.

Aldo Giannuli




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