martedì 8 agosto - MalKo

Rischio Vesuvio: la realtà che brucia

Attraverso gli incendi che hanno totalmente devastato la macchia mediterranea e le aree boscate del Vesuvio e del Monte Somma riducendo i rilievi a una pietra annerita dal fuoco, la popolazione circumvesuviana ha scoperto che le calamità ad ampio raggio d’azione, come l’incendio diffuso, minacciano case e abitanti senza distinzione di sorta. Serve poco a rinchiudersi tra le mura domestiche, pensando che il massiccio battente sia un netto confine col mondo esterno, e soprattutto ostacolo insormontabile alle energie incontrollate...

Come abbiamo sempre detto, la percezione del pericolo si avverte solo attraverso una ferrea cultura della prevenzione o grazie alla stimolazione di uno dei cinque sensi. Nell’ambito dei vari comitati spontanei sorti qua e là nell’area vesuviana per discutere di incendi e mancata prevenzione antincendio, l’analogia con il fuoco vulcanico non è stata colta, neanche dai politici che hanno guidato una moderata protesta concentrata sulla difesa preventiva del parco nazionale del Vesuvio, senza pensare che oltre alle piante ci sono migliaia di esseri umani che costellano il contorno vulcanico, ancorché soggetti in caso di eruzione alla micidiale furia delle colate piroclastiche. 

Il pericolo vulcanico è sfuggente perché non si percepisce e non fa parte del bagaglio di esperienze dei vesuviani, soprattutto in riferimento alle eruzioni più dure. L’ultima quella del 1944, fu vissuta ai bordi della lava senza nessun timore per l’incolumità dei presenti…

Il fuoco, quello tradizionale fatto di fumo e fiamme che ha avvolto la vegetazione vesuviana, è stato percepito grazie alla vista e all’olfatto. L’organismo ha fiutato l’atavico pericolo e non sono stati pochi quelli che hanno cambiato aria nel vero senso della parola, riparandosi da amici e parenti ben lontani dalla linea di fuoco che si è estesa dal Vesuvio al Monte Somma.

Alcuni politici dell’opposizione hanno cavalcato le polemiche sorte anche sui media a proposito della mancata prevenzione antincendio, puntando l’indice contro la macchina regionale e la sua insipienza preventiva e operativa volta allo spegnimento delle fiamme. Il governatore però, ha spalle larghe.

La percezione del pericolo i vesuviani l’hanno vissuta attraverso le vampe e il fumo acre che ha avvolto lo sterminator Vesevo dalla cima alla bassa fascia pedemontana, costringendo i cittadini a barricarsi all’interno delle loro abitazioni patendo caldo e senso d’impotenza. Il fumo si è sprigionato dagli incendi che hanno carpito combustibile dalla fascia arborea di pini e ontani e castagni e robinie e rovere e macchia mediterranea. Fiamme striscianti nel sottobosco che hanno covato brace nelle radici rinsecchite degli alberi più vecchi. L’incedere degli incendi non ha risparmiato materiale plastico e scarti delle industrie tessili ed elettrodomestici sgangherati buttati in ogni loco. Il fumo a tratti molto acre, si è diffuso nell’aria scivolando poi silenzioso sulle case come cappa malevole, avvolgendole e ammorbandole.

 Ben altri effetti si sarebbero registrati, se al posto della caligine a calare sull’abitato fossero stati i micidiali flussi piroclastici, col loro incedere distruttivo capace di carbonizzare qualunque cosa si fosse opposto e frapposto al loro cammino rapido e ferale. 

La situazione attuale di prevenzione del rischio vulcanico, a studiarne le carte, segna punti di spossante mediocrità. La stoffa di cui è fatto il piano di emergenza infatti, è di assoluta inconsistenza operativa, trattandosi di un prodotto dall’iniqua strategia, con il piano di evacuazione che segna un’impasse che non si riesce a superare nonostante il modello sempliciotto su cui sono basate aritmeticamente le partenze dei profughi all’occorrenza.

Il vulnus di questa pianificazione di emergenza in itinere, ha nelle sue fondamenta una premessa fallace che assegna a molti cittadini la salvezza solo se l’ordalia statistica resisterà col suo pronostico eruttivo. 

Il vaticinio INGV stabilisce che da qui ai prossimi due secoli circa, la massima intensità eruttiva che può scaturire dalle viscere del Vesuvio sarà di taglia sub pliniana, ovvero e secondo l’indice di esplosività vulcanica, una VEI4.

Ogni intensità eruttiva corrisponde in linea generale a una porzione di territorio che potrà essere investito dai fenomeni previsti per quella formula eruttiva. A un’eruzione VEI 4 corrisponderà un territorio VEI 4 che ne pagherà le pene. Ovviamente a un evento vulcanico di intensità VEI 5, cioè pliniano, corrisponderà un territorio ben più ampio che verrà devastato.

La morale che se ne ricava è che la pianificazione di emergenza prevede di fronteggiare al massimo un evento VEI 4 stabilendo che il piano di evacuazione debba spostare i soli vesuviani che popolano il territorio VEI 4 oggi classificato come zona rossa Vesuvio.

Nel caso in cui l’eruzione che dovesse malauguratamente presentarsi nel medio termine sia invece di intensità VEI 5, anche mettendo in pratica e con successo il piano di evacuazione nelle 72 ore previste, sarebbe una colossale catastrofe perché le colate piroclastiche andrebbero ben oltre i confini della zona VEI 4 portando morte e distruzione nella corona circolare dichiarata indenne.

Quali garanzie abbiamo che la prossima eruzione non sarà eccedente una VEI 4? Garanzie esclusivamente di taglio statistico! Infatti, il prospetto proposto dagli esperti dell’INGV, si basa sulle varie tipologie eruttive con una probabilità di accadimento condizionato misurato a partire dai 60 anni di quiescenza vulcanica.

Le due tabelle hanno pari dignità, purtuttavia gli esperti hanno optato per la tabella B onde procedere alla stesura del piano di emergenza col suo annesso più importante: il piano di evacuazione ancora in itinere. Scegliendo la tabella B, i tecnici del Dipartimento della Protezione Civile hanno inteso obliare l’accadimento pliniano ritenendo l’1% previsto più che improbabile. Il problema è che tra quasi due secoli possiamo confermare la bontà del prodotto statistico offertoci: non prima…

Il Gruppo di Lavoro – A - incaricato di studiare e riferire quale sia l’eruzione di riferimento da cui difendersi, ha indicato statisticamente una sub pliniana (VEI4); ipotesi avallata e condivisa dalla commissione grandi rischi - sezione rischio vulcanico - che ha ritenuto congruo il lavoro del Gruppo A introducendo solo la linea nera Gurioli come margine d’invasione dei flussi piroclastici.

In altre parole, se dovesse verificarsi un’eruzione superiore a quella limite adottata nel piano d’emergenza attuale, cosa che nessuno può escludere, alcuni comuni non previsti nella zona rossa si ritroverebbero nell’inferno vulcanico alla mercé delle nubi ardenti.

Il cerchio rosso che abbiamo tracciato nella figura a lato, rappresenta secondo la nostra concezione delle garanzie ovvero secondo il principio di precauzione, la vera zona rossa da evacuare per potersi ritenere al sicuro dai peggiori fenomeni insiti in un’eruzione appena VEI4 accentuata.

Speriamo che i cittadini del vesuviano e del flegreo attraverso gli incendi boschivi che hanno imperversato e minacciato ampie fette del territorio campano, si siano resi conto che non si può affidare bovinamente alla politica e alle istituzioni, la sicurezza di un’intera plaga geografica che li comprende, senza seguirne criticamente le attività e le iniziative di previsione e prevenzione delle catastrofi. Chi non si assume il diritto del cambiamento per disegnare un futuro diverso, sta sprecando la sua esistenza di uomo.




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