mercoledì 8 febbraio - Emilia Urso Anfuso

Privacy: dai dati personali sul web al microchip sottopelle. Siete proprio sicuri...?

Sul tema della privacy, si dibatte molto, in special modo da quando i social sono divenuti parte integrante della vita quotidiana di un buon numero di persone al mondo.

I rischi legati agli abusi, sono di varia natura: si va dall’utilizzo – per fini “statistici” – dei dati personali, a quello sulle abitudini personali, che arricchisce le aziende dal momento che, grazie allo studio delle abitudini di navigazione, riescono a personalizzare le pubblicità online che osserviamo ogni qualvolta ci colleghiamo a un sito web.

Non è tutto. Sono state molte le discussioni relative a come la piattaforma Facebook acquisisca, di fatto, tutto ciò che pubblichiamo, o meglio, postiamo quotidianamente. Fotografie, pensieri, video…

Caso unico nella storia della giurisprudenza internazionale, Facebook è proprietario dei contenuti pubblicati, pur senza esserne responsabile: significa che, se un utente pubblica una foto oscena, quella foto diventa proprietà di Facebook ma le colpe ricadono sull’utente che può essere anche sospeso dall’utilizzo della piattaforma.

L’era del web, ha di fatto creato molte problematiche relative alla privacy, anche se ancora oggi, sono davvero poche le persone a comprenderne l’importanza.

Per iscriversi a un sito web, di qualsiasi genere, è necessario fornire i dati personali. Per iscriversi a una piattaforma di giochi online, tipo Lottomatica, è necessario anche, inviare una copia del proprio documento di identità.

La nostra identità ormai, non è più protetta. Oltretutto, considerando le azioni frequenti di hacker e cracker che riescono a impossessarsi dei dati inseriti all’interno dei siti di grandi aziende, è palese come sia assolutamente sconsigliabile fornire – addirittura – una copia del proprio documento di identità, che potrebbe essere utilizzato per fino non proprio nobili…

Una curiosità: anche coloro che desiderino iscriversi alla piattaforma del Movimento 5 Stelle, devono inviare – in forma digitale – una copia del documento di identità, pena l’annullamento della richiesta di iscrizione.

Qualche anno fa, per capire il funzionamento della piattaforma, alla loro richiesta di invio del documento di identità, fornii la copia del mio tesserino da giornalista, che è a tutti gli effetti di Legge, un documento di identificazione. Nulla. Irremovibili. Volevano la mia carta d’identità. Che non fornii.

Con l’avanzare delle nuove tecnologie poi, ecco che la nostra privacy rischi davvero di andare a farsi benedire.

Un paio di esempi. Il riconoscimento dell’impronta digitale per aprire le porte degli uffici presso i quali si presta attività lavorativa. Attenzione: potrebbe sembrare un bel “giocherello”, ma sconsiglio vivamente di cedere un così importante dato biometrico al solo fine di aprire una porta.

Se pensate che, da alcuni anni a livello europeo, si riflette sull’opportunità di creare un “Ministero del DNA” - come sempre adducendo motivi di “sicurezza” – ma che da più parti si solleva il pericolo di perdita totale della privacy con tutto ciò che ne consegue, ecco che sarà bene pensarci 100 volte, prima di regalare all’azienda la propria personalissima impronta digitale.

Altro caso di possibili problemi con la privacy, attualmente sono in discussione relativamente alle “Scatole nere per le automobili”. Funzionano come le scatole nere degli aeroplani: registrano tutto ciò che accade, riprendendo anche video di ciò che accade in strada durante il percorso.

Le assicurazioni auto, fanno a gara per convincere la clientela ad installarne uno sulla propria vettura, arrivando a proporre premi assicurativi al di sotto delle medie nazionali. Già solo il fatto che scontino i premi assicurativi, non è cosa buona e giusta, considerando il settore di riferimento…

Avere la scatola nera in auto, potrebbe apparire un mezzo più “sicuro” di guidare, ma attenzione: siete proprio certi che, in caso di sinistro, vostra moglie o marito vengano a sapere dove vi trovavate e con chi? E poi: al di là della “sicurezza”, ci avete pensato che, con questo metodo, le assicurazioni riusciranno a pagare molti meno risarcimenti? Eh sì, perché non ci saranno più dubbi sulla dinamica dell’incidente e su chi ricade la colpa… Altro che “sicurezza”.

Ora tenetevi forte, la notizia vi sconvolgerà (spero): in Belgio, otto dipendenti di un’azienda, hanno accettato di farsi impiantare un microchip sottopelle. Lo scopo? Evitare l’uso del badge all’ingresso e in uscita, aprire le porte e utilizzare i PC di lavoro.

Che figata”! penserà qualcuno. Che orrore, dico io. Con questo microchip, grande come un chicco di riso, e impiantato sulla mano, tra il pollice e l’indice, l’azienda potrà conoscere tutto dei propri dipendenti: a che ora entra ed esce, ma anche a che ora mangia, fuma, va in bagno…

I rischi della perdita della privacy, non sono un gioco. Chi ha letto “1984” di Orwell, sicuramente ravvede troppe similitudini con quanto sta accadendo ai giorni nostri, e il romanzo fu pubblicato nel 1949…

Occhio quindi, a non prender “per gioco” certe innovazioni tecnologiche. Il controllo totale dell’umanità, non è un pensiero complottista ma reale.

È necessario stare in guardia, e non cadere nel giochetto del “Meglio esser schiavi, piuttosto che vivere nell’insicurezza”. Mai nulla di più errato è stato cogitato: la sicurezza, si ottiene in altro modo, non certo controllando totalmente l’umanità.




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