sabato 13 maggio - Oggiscienza

Plastica e idrocarburi, i grandi mali del Mediterraneo

Il rapporto "Marine litter assessment in the Adriatic and Ionian Seas" focalizza l'analisi dell'inquinamento dovuto alla plastica nel mar Ionio e nell’Adriatico.

di Sara Moraca

 Otto milioni di tonnellate di plastica vengono scaricate negli oceani ogni anno. Questo materiale altera il delicato equilibrio dell’ecosistema marino e rischia di compromettere siti naturali ad alta biodiversità e la vita delle specie che vi risiedono. L’inquinamento derivante da plastica, bottiglie di vetro e contenitori per alimenti costituisce la minaccia più evidente per l’equilibrio biologico dei mari, anche se spesso risulta difficile quantificarne la portata e l’impatto. Un recente studioMarine litter assessment in the Adriatic and Ionian Seas, realizzato grazie alla collaborazione tra Albania, Bosnia Herzegovina, Croazia, Italia, Grecia, Montenegro e Slovenia propone per la prima volta un focus dedicato a due bacini del Mediterraneo, lo Ionio e l’Adriatico.

Per la ricerca sono stati raccolti e catalogati oltre 700.000 rifiuti: il 91% è costituito da rifiuti di plastica, mente per il restante 9% si tratta di vetro, ceramiche, oggetti in metallo. Le tre tipologie di rifiuto maggiormente presenti sulle spiagge prese in esame sono rispettivamente piccoli pezzi di plastica – il cui diametro è compreso tra i 2,5 e 50 centimetri-polistirolo e cotton fioc. La ricerca ha preso in esame tre piani: oltre alla spazzatura presente sulle spiagge, sono state esaminate le superfici acquatiche e i rifiuti presenti sui fondali marini. In media, su ogni chilometro quadrato d’acqua galleggiano 332 rifiuti. Nei siti più inquinati, come il Golfo di Venezia, si superano anche i 1000 rifiuti per chilometro quadrato. L’alta densità dei rifiuti dipende essenzialmente da tre fattori, come spiega Francesca Ronchi, ricercatrice dell’Ispra e autrice del report. “La vicinanza con i grandi centri urbani, Venezia appunto, la particolare corrente ‘anti-oraria’ che c’è in questa parte dell’Adriatico e la foce del Po che getta in mare i rifiuti raccolti lungo il suo corso”.

Per ottenere dati ancora più dettagliati, i ricercatori hanno cercato di comprendere la quantità di rifiuti che viene ingerita dai pesci: dalle analisi è emerso che sono soprattutto le specie ittiche dell’Adriatico meridionale a ingerire più spazzatura, con conseguenze che rischiano di impattare non solo la fauna marina, ma anche la salute umana. Studi più approfonditi dovranno qualificare l’impatto dell’accumulo di rifiuti plastici nei pesci, chiarendo anche quali conseguenze rischia di avere questo fattore sull’uomo.

Ma non sono solo i rifiuti a inquinare le acque del Mediterraneo. Anche i dati relativi agli idrocarburi non sono incoraggianti: nel 2016, durante la campagna di Goletta Verde, Legambiente aveva richiesto l’avvio di una verifica a livello nazionale sulle effettive condizioni degli impianti petroliferi presenti lungo la penisola e sui relativi piani anti inquinamento. Secondo i dati raccolti dal WWF, ammonta a 38 milligrammi per metro cubo la quantità di idrocarburi nelle acque del Mediterraneo. Numeri che rischiano di peggiorare sotto la pressione quotidiana del 20% di tutto il traffico mondiale di prodotti petroliferi e dal transito di 2.000 traghetti, 1.500 cargo e 2.000 imbarcazioni commerciali, di cui 300 navi cisterna. Uno studio realizzato da Oceana, Enpa e altre associazioni ha chiarito che la contaminazione ambientale causerà magnificazione e bioaccumulo lungo tutta la catena trofica, al cui apice si trovano i cetacei. La ricerca ipotizza anche una possibile connessione indiretta tra attività di prospezione e lo spiaggiamento di 7 esemplari di capodoglio (Physeter macrocephalus) avvenuta nel dicembre 2009 nelle coste a nord del Gargano e lo spiaggiamento di massa di esemplari di Zifio (Zifius cavirostris), avvenuto sulle coste dell’Isola di Corfù e sul litorale Calabrese nel dicembre 2011.




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