lunedì 3 aprile - maribù duniverse

“Pino Daniele – Il tempo resterà”, il docu-film di Giorgio Verdelli (VIDEO)

Il sentito omaggio di Marcello Polizzi al grande artista partenopeo Pino Daniele nella recensione del film-evento "Il tempo resterà" di Giorgio Verdelli.

 

Je stò vicino a te

“In questa vita c’è bisogno di più anima” cantava Pino Daniele in un suo famoso brano. E c’è tanta anima in Il tempo resterà che pretende di arrivare all’anima stessa dello spettatore, e ci riesce. O quanto meno è arrivato alla mia e sicuramente a tanti che come me sono nati e cresciuti a Napoli, dove la musica di Pino è la musica della città.

Prima di tutto però chi scrive necessita qui di una vera e propria dichiarazione d’intenti, sottolineando di essere necessariamente lontano dalla ricerca di una qualsivoglia obiettività analitica e lasciandosi per lo più andare ad un omaggio, ad un atto d’amore; sovvertendo magari qualche piccola regola, a partire forse da quell’impersonalità che spesso contraddistingue un buon critico e per questo chiedendo venia a tutti i puristi.

D’altronde potrebbe risultare non semplice parlare in altra maniera de Il tempo resterà, docu-film che non risulta essere una biografia né tantomeno un’agiografia, ma un’opera che pare infischiarsene delle regole ed in cui il regista Giorgio Verdelli riversa sinceramente tutta la sua passione, il cuore, i ricordi – ed assieme ai suoi, quelli di artisti, musicisti, amici di una vita, i vecchi e i nuovi – che danno voce a questo bel mosaico d’emozioni. Non scoviamo, come detto, una tendenza agiografica, seppure è sempre vero che Napoli la religiosità la conserva nel sangue, nel sacro e nel profano della sua anima ambivalente, non sottraendo naturalmente a questo neppure la “santificazione” dei suoi figli prediletti. E Pino Daniele è il suo figlio più caro, anzitutto figlio del popolo, carne e sangue frutto di una tradizione ricercata e al contempo spezzata, superata.

Ecco allora l’anima verace e innovatrice dell’artista: anima come parola e concetto che ritorna perché le sue canzoni e la sua musica hanno realmente incarnato il popolo partenopeo, più di ogni altro autore, cantautore, musicista o come lo si voglia identificare. Più che una sola, le sue sono state anime diverse, capaci di dar voce ad una voglia di ricerca, di rinnovamento e cambiamento. Questi sono infatti gli aspetti che maggiormente emergono dal documentario, che fa luce sul peso e l’importanza della rivoluzione culturale, simbolica e ovviamente musicale di cui Pino Daniele divenne il portavoce sul finire degli anni ’70. Un vero cambio di paradigma in una Napoli in pieno fermento, un’eruzione di cultura nuova che coinvolse ogni ambito artistico.

Tutto ciò si respira ancora oggi attraverso le canzoni e la musica di Pino, così profonda da contenere non solo la tradizione della sua terra ma anche e soprattutto quella lontana e vicina del blues, del jazz e delle sonorità mediorientali o sud americane, perfettamente equilibrate in un virtuosismo strumentale, orgoglio non solo napoletano ma nazionale. Un magma di sonorità e di volti racchiusi sempre però in quella veste genuina e autentica di bluesman, attitudine esistenziale oltre che musicale, instillando la rabbia e la tristezza di questa musica americana nella drammaticità e la dolcezza della terra del Vesuvio. Figlia di questa magia alchemica è l’“appocundria”, termine inventato da Pino a dimostrazione della sua inesauribile verve sperimentale ed improvvisatrice, espressione di un preciso stato d’animo, non proprio tristezza né nostalgia e neppure esattamente malinconia: è semplicemente “appocundria”, e basta. E forse è solo una personale “appocundria” che tra queste righe si è serenamente tentato di sciogliere.

 

Fonte: Leitmovie

Da: ki.noblogs.org  News Aggregator




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