sabato 11 febbraio - Aldo Giannuli

Perché D’Alema ha tirato il freno a mano?

Anzi, da un punto di vista formale, il discorso non fa una piega: nell’assemblea del 28 gennaio, aveva detto che se non ci fosse stato il congresso prima delle politiche, sarebbe scattato il “liberi tutti”, cioè la scissione. A quanto pare le elezioni si stanno allontanando e per Renzi è sempre più complicato evitare il congresso. Gli interventi di Napolitano e della Ue hanno lasciato il segno ed, una volta di più, la sinfonia dello spread condiziona le danze in Italia, ieri per far cadere un governo, oggi per far durare un altro governo.

L’importanza è che il nostro paese faccia quello che dicono Bce e Ue. E “l’Europa” non vuole che si voti in Italia prima che in Germania. Già c’è la grana francese che non si sa come va e, se ad una vittoria della Le Pen, dovesse aggiungersi un terremoto elettorale in Italia, sarebbe compromessa anche la partita tedesca e, con essa, quella dell’“unione europea”.

D’Alema queste cose le sa e, per la verità non era un tifoso delle elezioni subito neppure prima ed il suo annuncio di scissione è stato fra le cose che hanno bagnato le polveri di Renzi ed allontanato le elezioni. Infatti, anche se la sua scissione portasse via solo un 2-3% al Pd, l’effetto sarebbe disastroso per Renzi. Anche se quello di raggiungere il 40% è solo un miraggio per un po’ di illusi, se ai circa 10 punti che mancano all’obbiettivo se ne aggiungessero altri tre, l’illusione non sarebbe più credibile neanche per il più fanatico e stupido dei renziani. E, per la verità, anche restare il partito di maggioranza relativa sarebbe sempre più difficile e ci sarebbero concrete possibilità che la posizione passi al M5s.

E, infatti, Renzi ha innestato una prudente marcia indietro concedendo le primarie e non escludendo del tutto il congresso, pur restando sulle barricate del voto a giugno.

Musica per le orecchie di baffino: anche se il suo nuovo partito dovesse prendere il 10%, si tratterebbe, nella migliore ipotesi, di mettersi a capo di un “cespuglio”, prospettiva per nulla entusiasmante per lui che è stato Presidente del Consiglio e fra le primissime personalità politiche della Seconda Repubblica. Non è una Rifondazione comunista un po’ allargata la prospettiva che uno come D’Alema può considerare un traguardo desiderabile. Quello è un ripiego in mancanza di meglio. E con le incertezze di Emiliano, che ha fatto marcia indietro a sua volta, anche questo traguardo appare molto incerto. Ma se si riapre la possibilità si scalare la leadership del Pd, va da sè che questa prospettiva è molto più interessante. Negli ultimo giorni, alle candidature di Rossi, Emiliano e Speranza, si è aggiunta la fronda manifesta di Franceschini, Martina e Cuperlo, che minaccia di candidare Orlando. Facendo due conti:

–  Speranza forse mette insieme un misero 6% con piccole isole di consenso in Emilia, Sardegna e Veneto,

–  Rossi avrebbe un bel pezzo di Toscana, ma anche un po’ di roba fra


Marche, Umbria e Lazio e può aspirare ad un 8-9%

–  Emiliano è molto forte in Puglia e Basilicata ma potrebbe tirarsi dietro la Campania di De Luca e con sacche di consenso nelle altre regioni meridionali, per cui la soglia del 15% non è affatto irraggiungibile

Sin qui saremmo più o meno al 30% della vecchia opposizione, ma con un’area di incerti (Bersani, Cuperlo e pochi altri) che potrebbe spostare un altro 5-6%. Comunque troppo poco per sfidare Renzi. Le cose cambiano con la sfida del plotone franceschiniano che non faticherebbe a superare il 30%: Già il solo correntone cattolico, che faceva capo a Franceschini, era accreditato di un buon 25% ma con l’appoggio di Martina in Lombardia, Orlando in Liguria e quel po’ di dote che può portare Cuperlo, la soglia del 30% non sarebbe affatto lontana.

E una situazione così aperta potrebbe ridestare vecchie enclaves dormienti come gli ultimi prodiani e lettiani, senza contare la possibilità di slittare dei piemontesi in campo anti renziano. Morale: Renzi rischierebbe di ritrovarsi con uno scarso 25% e, comunque di non raggiungere il 40%. A quel punto, il cambio di leadership auspicato da D’Alema sarebbe cosa fatta e la scissione, semmai, dovrebbe farla Renzi. E, infatti, D’Alema, che non ha moltissimo nel partito, ma qualcosa si, aspetta che si chiarisca la situazione, sia per scegliere il suo eventuale candidato, sia per decidere si restare nel partito o, se il gioco non valesse la candela, riprendere il piano B e operare la scissione.

A Renzi non resta che venire a patti con Franceschini, ma il costo dell’accordo (in buona sostanza, la divisione delle candidature nelle prossime politiche) potrebbe essere troppo alto e Renzi, per bene che gli andasse, dovrebbe adattarsi a convivere con un gruppo parlamentare incontrollabile come è stato sin qui.

Peraltro Renzi non è uomo particolarmente incline a mediare, per cui va da sé che continuerà sulla strada delle elezioni anticipate per essere il solo a fare i gruppi parlamentari, cercando l’occasione buona e mettendo tutti gli altri di fronte al fatto compiuto. Che poi ci riesca è un altro paio di maniche.

Comunque, in fondo al tunnel c’è un signore con baffi sottili ed armato di manganello che lo sta aspettando..




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