mercoledì 12 aprile - Riccardo Noury - Amnesty International

Pena di morte, la Cina trucca i numeri. In calo le esecuzioni in Iran, Pakistan e Usa

In occasione del lancio del suo rapporto sulla pena di morte nel 2016, Amnesty International ha accusato la Cina, il paese che si presume metta a morte migliaia di prigionieri ogni anno, di fare di tutto per tenere segreto il numero effettivo delle esecuzioni.

Negli anni passati, le autorità di Pechino hanno più volte proclamato di aver fatto passi avanti verso la trasparenza.

Le ricerche di Amnesty International sulla Cina hanno messo in luce che centinaia di casi documentati di pena di morte non sono presenti nel tanto pubblicizzato registro giudiziario online, regolarmente citato come prova che il sistema giudiziario cinese non ha nulla da nascondere.

Ad esempio, delle 931 esecuzioni di cui hanno parlato fonti pubbliche cinesi tra il 2014 e il 2016, nel registro ne sono riportate solo 85. Se questa è la proporzione, a malapena un’esecuzione riportata su 10 avvenute, il problema si presenta enorme.

Il registro, inoltre, non contiene i nomi dei cittadini stranieri condannati a morte per reati di droga, sebbene i mezzi d’informazione locali abbiano dato notizia di almeno 11 esecuzioni del genere. Sono assenti anche numerosi casi relativi a reati di terrorismo.

Se dunque la Cina deve essere considerata tra i paesi in cui sono state eseguite condanne a morte ma non sappiamo quante, nel 2016 Amnesty International ha registrato 1032 esecuzioni in 23 paesi, 37 per cento di meno rispetto alle 1634 del 2015 in 25 paesi.

La marcata diminuzione delle esecuzioni note è dovuta principalmente al minor numero registrato in Iran (almeno 567 contro le almeno 977 del 2015, ossia il 42 per cento in meno) e in Pakistan (87 contro le 326 del 2016, ossia il 73 per cento in meno).

Per la prima volta dal 2006, gli Usa non sono nella lista dei primi cinque paesi al mondo per numero di esecuzioni (oltre alla Cina, all’Iran e al Pakistan già menzionati, ne fanno parte Arabia Saudita e Iraq).

Il numero di esecuzioni nel 2016, 20, è il più basso dal 1991 ed è inferiore della metà rispetto al 1996 e di cinque volte rispetto al 1999. Con l’eccezione del 2012, quando è rimasto uguale, il numero delle esecuzioni continua a diminuire di anno in anno dal 2009.

Il numero delle nuove condanne a morte, 32, è stato il più basso dal 1973: un chiaro segnale che i giudici, i procuratori e le giurie stanno cambiando idea sulla pena di morte come strumento di giustizia. Tuttavia, alla fine del 2016, nei bracci della morte si trovavano ancora 2832 detenuti in attesa dell’esecuzione.

Se da un lato il dibattito sulla pena di morte sta chiaramente cambiando direzione, la diminuzione delle esecuzioni si deve anche alle dispute legali sui protocolli d’esecuzione e ai ricorsi sull’origine delle sostanze usate nell’iniezione letale. L’esito di questi ricorsi potrebbe però produrre un nuovo picco di esecuzioni, a partire dall’Arkansas nel mese di aprile, con una serie di  esecuzioni previste in 10 giorni.

Per quanto riguarda il numero complessivo dei paesi abolizionisti, lo scorso anno è salito a 142. Due paesi, Benin e Nauru, hanno abolito la pena di morte per tutti i reati, mentre la Guinea l’ha abolita solo per i reati ordinari.




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