venerdì 4 agosto - Riccardo Noury - Amnesty International

Pena di morte: Maldive, torna il boia?

Per oltre 60 anni, le Maldive hanno indicato la strada nella loro regione evitando il ricorso alla pena di morte. Ora che la maggior parte del mondo vi ha rinunciato, rischiano di passare sul lato sbagliato della storia.

Il 1° agosto il ministero degli Affari interni delle Maldive ha nuovamente annunciato, come aveva fatto nel 2014 il presidente Abdulla Yameen, l’imminente ripresa delle esecuzioni con la messa a morte di tre prigionieri che hanno esaurito ogni appello.

Sebbene il ministro degli Affari interni abbia collegato l’annuncio a due recenti accoltellamenti mortali, il contesto pare piuttosto essere quello del peggioramento della crisi politica. Una settimana prima l’esercito aveva fatto irruzione nel parlamento per impedire la discussione su una mozione di sfiducia dell’opposizione nei confronti del presidente dell’assemblea.

Dei tre prigionieri, Mohammed Nabeel è stato condannato a morte per omicidio nel 2009. Gli altri due, Ahmed Murrath e Hussain Humaam Ahmed, nel 2012 per lo stesso reato. La Corte suprema ha confermato le tre condanne a morte nell’estate 2016.

Amnesty International ha forti preoccupazioni che i processi conclusisi con la pena capitale siano stati iniqui e si siano anche basati su “confessioni” estorte con la tortura, che in un caso sono state ritrattate.

A seguito delle modifiche introdotte nella legislazione del paese dopo il precedente annuncio del 2014, esaurite le vie legali i condannati a morte per omicidio volontario non possono più chiedere la grazia o la commutazione della pena a una carica esecutiva, come invece previsto dal diritto internazionale.

Nei bracci della morte delle Maldive si trovano attualmente 20 prigionieri, almeno cinque dei quali condannati per reati commessi quando erano minorenni.




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