mercoledì 14 giugno - angelo umana

Miss violence, di Alexandros Avranas

Diffidare di chi mette troppa cura nel sistemare il nodo alla cravatta, di chi si mostra oltremodo compassato e gentile fuori dalla famiglia, dell’uomo che non vuole che alcuna cosa gli sfugga di ciò che avviene in casa sua, dal controllo di quanti cornflakes vengono consumati a che i nipotini (o figli?) svolgano tutti i compiti. Un uomo perfino ossessionato dal far riprendere una vita “normale” in famiglia dopo che la nipote Angeliki (o figlia?) undicenne si è lanciata dal balcone di casa nella festa del suo compleanno: sparisca la torta avanzata, spariscano i suoi vestiti e le sue cose. La famiglia è composta da quest’uomo ultracinquantenne, dalla moglie pure anziana, una che pare senza volontà e senza forza di reagire o che asseconda i comportamenti del marito, sovente con in mano il suo telecomando a guardare programmi sul mondo animale, dalla figlia Eleni di nuovo incinta (di mariti non v’è traccia), dai suoi due bambini rimasti e dalla sorella giovanissima e ribelle di Eleni. All’assistente sociale che segue la famiglia dopo quel suicidio e che osserva “sembra che qui non sia accaduto nulla”, lui, “mr. Violence” - bravissimo l’attore Themis Panou che sa farsi odiare al punto giusto e anche oltre - risponde “ho fatto di tutto per riuscirci”. Sedare, coprire, far apparire tutto nella normalità che egli ha stabilito, fatta di educazione ferrea, cervellotica e militaresca.
 
Difficile credere che in una sola famiglia possa concentrarsi tutta quella “disumana oppressione” dei suoi membri (tutte femmine con un solo maschietto, Philippos, solitamente il più punito), l’incapacità di reagire dei componenti, “spiriti umiliati e torturati” (parole di Gabriele Niola di MyMovies) ma così è, “la famiglia è il posto peggiore dove nascere” disse Freud e del resto il regista Avranas dice di essersi ispirato a fatti accaduti.


 
Il regista si concentra sull’aggressività e le brutture contenute nel microcosmo di una famiglia borghese (e si vedrà da cosa derivi un livello di vita borghese), siamo ad Atene, e astrae dalle condizioni sociali che oggi si dicono della Grecia, non se ne cura, al punto da risultare inverosimile che degli assistenti sociali possano occuparsi così da presso di una famiglia dove c’è stato un suicidio, oppure che un over 50, il capofamiglia (nonno o padre?), se da un lato si vede decurtare di 170€ l’assegno per la bambina a carico, morta, dall’altro trovi facilmente un lavoro di contabile part-time sebbene a tempo determinato. L’atto di coraggio o ribellione finale dell’anziana moglie non ci libera dal concentrato di violenza, contenuta più nelle parole e nei toni che nei fatti, circoscritti a delle scene pesantissime.
 
Incomprensibile la scelta della canzone di Cotugno, quella del’“l’italiano vero”, che banalizza un passo particolarmente drammatico, compensata dalla felice scelta di “Dance me to the end of love, dance me to your beauty with a burning violin” di Cohen, che accompagna il ballo di Angeliki al suo compleanno: sembra davvero un omaggio alla bellezza delle bambine e della loro mamma, l’attrice Eleni Roussinou. Angeliki s’è uccisa per non avere difese, nemmeno dalla sua madre, vittima a sua volta e per aver visto la bruttezza del mondo dei grandi, almeno quella racchiusa nella figura di quel nonno (o padre?).

 



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