venerdì 17 marzo - Roberto Bortone

Milo Yiannopoulos, il re dell’hate speech vittima dei giustizieri della rete?

A giocare con l’odio ci si può bruciare. Emblematica è allora la parabola di Milo Yiannopoulos, sostenitore del nazionalismo bianco americano e voce dell'alt-right, la nuova destra emergente, quella politicamente scorretta e sfacciatamente populista. 


Trentatre anni, di origine greca, giornalista britannico, Milo si è dimesso da senior editor del sito ultra conservatore Breitbart News (il sito per lungo tempo controllato dal controverso capo stratega del presidente Donald Trump, Steve Bannon), in seguito ad una sua discussa apparizione in una nota trasmissione USA nel quale ha fatto espliciti riferimenti alla pedofilia non poco apologetici. Troppo, anche per l’ultra destra americana che non ha esitato a mettere in moto una delle tante gogne mediatiche abilmente orchestrate ed alimentate proprio dallo stesso Milo in passato. E allora fuori dal giornale, conferenze cancellate (l'American Conservative Union ha cancellato la sua partecipazione al raduno annuale dei conservator), niente libro (la casa editrice Simon & Schuster, che stava lavorando alla pubblicazione della sua autobiografia "Dangerous", lo ha prontamente scaricato) e pubblico imbarazzo per chi ha a che fare con lui. Cose già viste, appunto. Solo che da carnefice e artefice di certe campagne, Yiannopoulos si è trasformato in vittima. 

Ma chi è Milo Yiannopoulos? Giornalista? Influencer della rete? Politico? Difficile dare un’etichetta con le categorie che siamo soliti utilizzare. Con circa 2 milioni di follower su Facebook e altrettanti su Twitter, Yiannopoulos - autodefinitosi un "libertino culturale" e "fondamentalista del free speech" – in molte delle sue uscite pubbliche si “è dedicato” all’analisi di temi legati al fenomeno migratorio, ai diritti delle donne, alla giustizia sociale e ai movimenti appartenenti a quella che definisce la "sinistra regressiva". E lo ha fatto a modo suo, estremizzando sempre di più concetti e posizioni.

In pieno stile post-veritiero non ha problemi a dire che essere definito razzista è oltraggioso. E, ovviamente, alla provocazione reagisce spinge l’asticella della decenza ancora più in la: “L’unica risposta adeguata alla cultura dell’oltraggio è quella di essere scandaloso”. Oggi al centro dello scandalo c’è lui, vittima di quel sistema di gogna pubblico veicolato dai social media che non conosce distinzione tra vittime e carnefici proprio perché si auto-alimenta.

Come ha giustamente scritto Jon Ronson “L'umiliazione può essere come lo specchio deformante del luna park: prende la natura umana e le dà un aspetto mostruoso. Sono tattiche (…) che ci hanno spinto a credere di poter fare giustizia sui social network. Resta però il fatto che quella che esercitiamo noi, i giustizieri della rete, è un'umiliazione impulsiva, non certo mediata”. Insomma, a ben vedere, anche la gogna mediatica di cui è caduto vittima (forse consapevole?) Milo Yiannopoulos è una punizione ingiusta e inopportuna che continua ad alimentare, con l'odio, semplicemente altro odio.




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