venerdì 7 luglio - Riccardo Noury - Amnesty International

Migranti | Amnesty International: “Politiche ciniche dell’Europa responsabili dell’aumento dei morti nel Mediterraneo”

Migranti | “Eravamo in 170 su un gommone. Ci hanno portato indietro in prigione e chiesto altri soldi. ‘Se pagate ancora, stavolta non vi fermeremo… Noi siamo la guardia costiera’”.

Questo è il modus operanti della Guardia costiera della Libia, secondo una delle tante testimonianze sulla collusione, su cui pure indaga la Corte penale internazionale, con le bande criminali e di trafficanti che gestiscono l’immigrazione, in terraferma e in mare.

Che tra quanto accade in mare e ciò che succede prima e dopo a terra vi sia un’evidente connessione, le organizzazioni per i diritti umani lo denunciano da tempo.

Oggi Amnesty International ha pubblicato un nuovo rapporto che collega le fallimentari e ciniche politiche dell’Unione europea tanto all’aumento del numero dei morti nel Mediterraneo centrale quanto alle terribili violenze inflitte a migliaia di migranti e rifugiati nei centri di detenzione della Libia.

Avendo ceduto buona parte delle responsabilità della ricerca e del soccorso in mare alle Ong e avendo incrementato la cooperazione con la Guardia costiera libica, come confermato nei giorni scorsi dal Piano d’azione della Commissione, i leader europei non stanno prevenendo le morti in mare e chiudono gli occhi di fronte a stupri e torture.

Le misure adottate nell’aprile 2015 per rafforzare le operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale avevano fortemente ridotto il numero delle morti in mare, grazie al maggior numero di imbarcazioni messo a disposizione da diversi paesi europei e collocato in prossimità delle acque territoriali libiche.

Ma è durata poco. Presto, i governi europei hanno dato priorità al contrasto al traffico di esseri umani – che, di per sé, sarebbe doveroso – e contemporaneamente all’impedimento delle partenze dalla Libia: una strategia fallimentare che ha dato luogo a viaggi in mare ancora più pericolosi e all’aumento dei tassi di mortalità in mare dallo 0,89 per cento della seconda metà del 2015 al 2,7 per cento del 2017.

I cambi di tattica dei trafficanti e l’aumentato ricorso a imbarcazioni inadatte alla navigazione e prive di qualsiasi dotazione di salvataggio, hanno reso le traversate del Mediterraneo centrale ancora più pericolose. Nonostante l’aumento del numero delle morti in mare – oltre 2000 nei primi sei mesi del 2017 – l’Unione europea continua a non promuovere un’operazione umanitaria dotata di risorse adeguate nei pressi delle acque territoriali libiche, preferendo rafforzare la capacità operativa della Guardia costiera libica nell’impedire le partenze ed intercettare i migranti e i rifugiati in mare.

Gli intercettamenti della Guardia costiera mettono spesso a rischio le vite dei migranti e dei rifugiati. Le procedure impiegate non corrispondono agli standard minimi e possono causare panico e capovolgimenti delle imbarcazioni con conseguenze catastrofiche.

Inoltre, le motovedette libiche aprono il fuoco contro altre imbarcazioni e, secondo le Nazioni Unite, sono state “direttamente coinvolte, usando armi da fuoco, nell’affondamento di imbarcazioni con migranti a bordo“.

Le persone intercettate in mare vengono regolarmente riportate nei centri di detenzione e torturate. In Libia non esiste alcuna legge o procedura d’asilo. Di conseguenza, coloro che restano intrappolati nel paese possono andare incontro a uccisioni, torture, stupri, rapimenti, lavoro forzato e detenzione a tempo indeterminato e in condizioni inumane e degradanti.

Accordi di cooperazione per migliorare la capacità di ricerca e soccorso in mare della Guardia costiera libica senza pretendere il rapido miglioramento della qualità degli interventi in mare e senza prevedere un meccanismo d’individuazione delle responsabilità per i comportamenti illegali, rischiano di peggiorare le cose.

L’Unione europea dovrebbe insistere affinché la Guardia costiera libica trasferisca le persone soccorse su navi dirette verso paesi dove la sicurezza e la protezione siano garantite.

L’Unione europea dovrebbe inviare un maggior numero di imbarcazioni dove ce n’è disperato bisogno e, nel lungo periodo, convincersi che l’unica maniera sostenibile e umana per ridurre il numero di morti coloro che rischiano la vita in traversate terribili è di aprire maggiori percorsi legali e sicuri per i migranti e i rifugiati diretti in Europa.

In assenza di tali cambiamenti, la seconda metà dell’anno andrà avanti come la prima e il 2017 potrà essere ricordato come l‘anno più mortale lungo la rotta migratoria più mortale al mondo.

 
 



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