mercoledì 17 maggio - Fabrizio Lorusso

Messico tomba dei giornalisti: assassinato Javier Valdez, reporter della terra del Chapo Guzmán

Sono sei i giornalisti assassinati in Messico nei primi cinque mesi dell’anno. E ancora non scoppia nessuna rivoluzione. Certo è che il 15 maggio diventerà per tanti uno spartiacque, un po’ come lo è stata la notte del 26 settembre 2014, data della sparizione forzata dei 43 studenti di Ayotzinapa.

Javier Valdez era un giornalista coraggioso, autore di libri come Gli orfani del narcotraffico, Mala-erba, Sequestri: storie reali di desaparecidos e vittime del narcotraffico Narco-Giornalismo. Era stato tra i fondatori del noto portale Río Doce nel suo stato natale, il Sinaloa, ed era collaboratore dell’agenzia internazionale Afp e del quotidiano nazionale messicano La Jornada, tra gli altri.

Scriveva di narcos, ma non solo. Scriveva della cultura e della politica che costituiscono il terreno fertile che, nello stato settentrionale del Sinaloa, permette alle mafie di svilupparsi e prosperare. Riusciva nelle sue cronache a collocare il problema delle mafie e della cultura mafiosa in Messico nei termini giusti, quelli della denuncia dei poteri criminali e statali collusi, e si soffermava sulla quotidianità, sulle storie di vita, le biografie e le vittime.

Ma raccontava anche quella di parte della società, della gente, che a Culiacán, capitale del Sinaloa, vive immersa nella cosiddetta narco-cultura e, in molti casi, la sostiene e la riproduce. Si tratta della terra de El Chapo Guzmán, attualmente in arresto negli USA, e del “Mayo” Zambada, capo del cartello di Sinaloa, ma anche di altre famiglie storiche del narcotraffico messicano come i Beltrán Leyva o i Coronel.
 

Valdez è stato freddato in macchina, nei pressi della sede di Río Doce a mezzogiorno, lunedì 15 maggio, giornata che in Messico è dedicata a festeggiare gli insegnanti. Javier ha dedicato la sua vita a indagare i narcos della sua regione ed era molto conosciuto nel Paese e a livello internazionale. Il Sinaloa è attualmente scosso da rivalità e faide tra fazioni dell’omonimo cartello criminale che è considerato tra i più potenti del mondo.

Dopo l’uscita di scena del boss Joaquín Guzmán Loera, alias El Chapo, l’organizzazione sta sperimentando lotte intestine tra i suoi figli ed eredi, Alfredo e Iván Archivaldo, i fedeli di Ismael “El Mayo” Zambada” e quelli di Dámaso López Núñez “El Licenciado”, boss arrestato il 2 maggio scorso che ha lasciato un vuoto di potere in numerosi territori. Inoltre il cartello Jalisco Nueva Generación, che ormai contende a Sinaloa ampie regioni del Messico e i passaggi della frontiera statunitense, ha aumentato negli ultimi due anni pressioni e ostilità.

“Essere giornalista è come far parte di una lista nera. Loro decideranno, anche se tu avrai la scorta e sarai blindato, il giorno in cui ti uccideranno”, aveva dichiarato Valdez alla stampa in una delle presentazioni del suo ultimo libro Narco-Giornalismo: la stampa nel mezzo del crimine e la denuncia.

Ho seguito il suo lavoro in questi anni, caratterizzato sempre da un alta qualità professionale ma anche da un alto valore letterario e narrativo, e condivido in fondo al post una sua presentazione, realizzata in compagnia della giornalista Lydia Cacho, che registrai alla Fiera Internazionale del Libro di Guadalajara il dicembre scorso.

Un altro “fatto di cronaca”, che rischiava di trasformarsi in una strage, racconta bene la situazione del giornalismo in Messico. Il 14 maggio nello stato del Guerrero, ad Acapatlahuaya, lungo la strada che porta da Iguala a Ciudad Altamirano, sette giornalisti messicani e stranieri sono stati sequestrati e derubati del veicolo in cui viaggiavano e delle loro attrezzature da un centinaio di membri della delinquenza organizzata, forse appartenenti al cartello della Familia Michoacana, sotto la minaccia “di venire bruciati vivi”. Qui il mese scorso l’ex sindaco ed ex deputato locale di Acapetlahuaya è stato assassinato. Solo un chilometro oltre il luogo in cui è avvenuta l’aggressione i giornalisti hanno trovato un posto di blocco dell’esercito.

Teloloapan, sito lungo la stessa strada, è un comune in mano al crimine. A fine aprile il sindaco è dovuto scappare via con la sua famiglia e solo l’8 maggio scorso, scortato da esercito e polizia federale, è potuto tornare a casa e al lavoro, ma, come dimostrano i fatti, la sicurezza e la tranquillità sono ancora ben lontane, come nel Sinaloa. Il media di Valdez nel 2009 era stato attaccato addirittura con delle granate, ma i giornalisti avevano continuato a svolgere il loro lavoro.

In seguito all’omicidio di Valdez sono state convocate varie manifestazioni fuori dal Ministero degli Interno a Città del Messico, a Guadalajara e in altre città. Sebbene siano arrivate rapidamente, almeno in questo caso, le condanne dei partiti politici, del governo e della Commissione Nazionale per i Diritti Umani, la sfiducia negli organi inquirenti e nelle istituzioni, come la procura speciale per i crimini contro la libertà d’espressione (Feadle), la quale è nota per attrarre casi che al 99% non riuscirà a risolvere, resta grande e il pericolo che anche questo omicidio rimanga impunito è concreto.

Per questo la comunità internazionale e l’opinione pubblica messicana non devono abbassare la guardia. Sono già state annunciate manifestazioni di protesta in tutto il Paese, nella speranza che non coinvolgano solo i professionisti del giornalismo ma tutta la società che, in genere, è piuttosto apatica e ha normalizzato drammaticamente la violenza, gli omicidi (200mila in 10 anni) e le sparizioni forzate (31mila in 10 anni). Fuori dalla sede del ministero degli interni a Città del Messico il 16 maggio c'è stata la concentrazione di persone più numerosa. La giornalista Carmen Aristegui, tra le più popolari e rispettate nel Paese, ha tenuto un discorso in cui ha dichiarato che "la morte di uno di noi è la morte delle libertà". Lo stesso Valdez aveva twittato un messaggio che ben descrive la situazione in cui opera la stampa in Messico e la coscienza d'essere costantemente sotto minaccia: "Che ci ammazzino tutti, se questa è la condanna a morte per scrivere dall'inferno. No al silenzio",

Solo 5 giorni fa, era stata uccisa l’attivista Miriam Rodríguez, “colpevole” di aver fondato un collettivo di genitori di desaparecidos e di aver contribuito a far incarcerare gli assassini di sua figlia, ma in Messico la sequenza di mattanze e di violazioni gravi ai diritti umani pare non avere mai fine. Video parte 1 - parte 2

(Foto: Gobierno Cholula/Flickr)

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