venerdì 28 aprile - Oggiscienza

Mediterraneo: Flora e fauna, una ricchezza di biodiversità a rischio

Il Mediterraneo ospita il 20% della ricchezza mondiale in termini di biodiversità, ma quali effetti avrà su questa ricchezza l'aumento della temperatura dovuto al cambiamento climatico?

di Marco Milano

Secondo Norman Myers, analista ambientale britannico e uno dei massimo esperti mondiali del settore, il bacino del Mediterraneo è in cima alla lista degli hotspot a livello globale per ricchezza di biodiversità. Con un’ estensione di circa 2 milioni di Km2, dal Portogallo al Giordano, e dal nord dell’Italia fino a Capo Verde, il Mediterraneo ospita il 20% della ricchezza naturale mondiale, a fronte di una superficie pari al circa 2% del totale delle aree considerate. Insieme all’imponente lavoro di catalogazione sulla biodiversità globale, dettagliata con diverse pubblicazioni, nei suoi lavori più recenti Mayer ha fatto anche notare come, nonostante stia maturando la consapevolezza della mole di questo patrimonio naturale e aumentino gli sforzi per conservalo, il tasso di perdita di molte specie, sia vegetali che animali, non accenna a diminuire.

Migliaia di specie eccezionali, ma fragili

Nel bacino del Mediterraneo si contano circa 25.000 specie di piante diverse native della regione. Di queste, più della metà sono endemiche, ovvero non si trovano altrove. Anche le quasi 2000 specie animali presenti, così come catalogati per gruppi tassonomici dall’IUCN (l’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura), risultano eccezionali per la stessa ragione: sono endemiche 2 specie su 3 degli anfibi, metà dei crostacei e dei rettili, un quarto dei mammiferi, il 6% degli squali e il 3% degli uccelli, e 250 specie di pesci di acqua dolce.

Sebbene si tratti di stime verosimili, sono gli stessi ecologisti a ritenere che sia molto difficile catalogare con completezza questa enorme banca dati di specie. Un primo passo per riordinare tutte le risorse di flora e fauna presenti nell’hot spot del Mediterraneo è classificare i diversi Habitatin cui si distinguono i principali ecosistemi come le montagne, le coste, le gole e le gravine, le isole.
In questo scenario, la ricchezza della flora si misura in quasi 30.000 unità botaniche vascolari, considerando anche le sottospecie. Le foreste e le zone cespugliate, per esempio, coprono il 35% della superficie, suddivise in macchia e gariga, e solo in Italia si contano 5500 specie, 1,8 per 100 Km2, tutte ad alto tasso di endemicità.
Analogamente, nel bacino Mediterraneo si registra una grande complessità della varietà animale, soprattutto se comparata ai più vicini hotspot europei: qui si trova il numero più alto di anfibi (57 specie), di rettili (90 specie), di mammiferi (114 specie) e il 75 di tutti gli insetti europei.

Numero delle specie dei paesi del mediterraneo per gruppi tassonomici (fonte IUCN “The Mediterranean: a biodiversity hotspot under treath”, 2008)

Di tutte queste specie, sono molte quelle che oggi vengono tutelate da misure di salvaguardia e convenzioni internazionali (animali come il lupo, l’aquila, l’orso), ma ancora troppo poche rispetto a quelle sprovviste di qualsiasi legge che le protegga, nonostante l’Italia sia uno dei Paesi firmatari della Convenzione sulla diversità biologica fin dal 1992.
Inevitabilmente, l’elenco delle specie a rischio nel Mediterraneo è piuttosto lungo. Secondo gli ultimi rapporto stilati dal Comitato Italiano dello IUCN, si tratta di circa il 28% delle 670 specie animali vertebrate, per la maggior parte terrestri, marini e in larga misura terrestri, tra cui molti insetti (come il macaone sardo, Papilio hospiton), anfibi (come l’ululone dal ventre giallo dell’Appennino, Bombina variegata ) e pesci di mare.
Sono diversi i fattori che minacciano l’impoverimento di biodiversità, come i disastri naturali, la perdita di habitat, l’invasione di specie aliene. È il contributo dell’uomo a rendere questi processi fuori controllo, tra cui l’inquinamento, la pesca e il bracconaggio e, in particolare, il tutto è accelerato dagli effetti del riscaldamento globale.

Lo zampino dell’uomo: il cambiamento climatico

Il bacino del Mediterraneo è un sorvegliato speciale dei climatologi già da tempo. Se si guarda al trend dell’aumento delle temperature negli ultimi due secoli e in particolare al volgere del 20esimo secolo – cioè in concomitanza della rivoluzione industriale – rispetto alla media di temperature del resto del globo, circa 0,9°C, questa regione infatti registra una media di 1,3°C. Un aumento così pesante di temperatura, concentrato peraltro negli ultimi decenni, comporta inevitabilmente un effetto pesante sull’ambiente e su tutto l’ecosistema, a vari livelli.

Variazione della salinità, diminuzione delle piogge, minor apporto di acqua fluviale e un generale aumento della siccità, sono tra gli effetti segnalati da uno degli ultimi rapporto dell’ENEA (“I cambiamenti climatici in Italia: evidenze, vulnerabilità ed impatti“), allarme confermato inoltre dagli scienziati del NOOA: con la crescente siccità e aumento delle precipitazioni dove invece già piove molto, il Mediterraneo sta gradualmente perdendo la sua protezione naturale. Questi segni di cedimento riguardano cambiamenti troppo veloci per permettere agli ecosistemi di adattarsi. Secondo le previsioni di uno studio dell’Università di Aix-Mairselle, basato sulla ricostruzione dei climi del passato analizzando i pollini di diverse specie del mediterraneo, entro la fine del secolo dovrebbe verificarsi una sorta ‘migrazione’ delle nicchie ecologiche da sud a nord, mentre già iniziano a risentirne diverse vegetazioni. Simulazioni analoghe fanno parte dei risultati del progetto CIRCE (2007-20011) finanziato dall’Unione Europea: lo scenario ricostruito dai modelli climatici su scala sempre più dettagliata – CIRCE aveva in quel caso già superato i record dei modelli dell’IPCC, dieci volte più precisi (30 Km di area) – parla di diminuzione di piogge e siccità, trasferimento di coltivazioni come grano, viti, e olivi da sud a nord, boschi sempre pià fragili, ridistribuzione di microbi e, quindi, di malattie infettive.

Proteggere un hotspot così vasto e complesso è una sfida che richiede sforzi congiuti.
Il CEPF (Critical Ecosystem Partnership Fund) cerca a questo proposito di riunire e finanziare tutti i contributi utili per monitorare, analizzare e catalogare le specie del bacino e i siti a rischio, le strategie di conservazione. Nei prossimi mesi, gli stakeholders e le organizzazioni non governative coinvolte rilasceranno l’ultimo aggiornamento dell’Ecosystem Profile che raccoglie tutti i dati disponibili su flora e fauna del Mediterraneo.




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