giovedì 13 luglio - Aldo Giannuli

Mattarella: l’elezione nei ricordi di Renzi e… nei miei ricordi personali

Ho letto in rete un’altra anticipazione del libro di Renzi, per la quale, a far fallire il patto del Nazareno, sarebbe stato un accordo sottobanco fra D’Alema e Berlusconi.

 Il Cavaliere, incontrando Renzi gli avrebbe confidato di aver ricevuto una telefonata di D’Alema che gli assicurava i voti della minoranza Pd, qualora egli avesse puntato su Giuliano Amato quale suo candidato al Quirinale, cosa su cui il Cavaliere si sarebbe detto d’accordo e Renzi, da quel momento, avrebbe capito di non potersi più fidare dell’uomo con cui aveva stretto il patto del Nazareno. Per la verità Renzi il nome di Amato non lo fa, però le allusioni questo fanno pensare. Renzi aggiunge di non aver avuto nulla contro l’autorevole nome proposto, ma di non poter permettere che l’intero Parlamento fosse scavalcato dall’accordo telefonico fra due notabili e noi tutti sappiamo quale sia la sensibilità di Renzi sul tema ed il suo rispetto per la sovranità del Parlamento.

Ovviamente non so né se ci sia mai stato quell’incontro fra Renzi e Berlusconi, né se Berlusconi gli abbia effettivamente detto quelle cose, né se ci sia stata davvero quella telefonata fra D’Alema e Berlusconi. Tutto può essere e vedremo cosa diranno gli interessati a cominciare dal Cavaliere. Però, facendo per mestiere lo storico so che è un dovere morale riferire su fatti di rilevanza politica di cui si è a conoscenza, sento di dover dire quel che so su quella tornata di elezioni presidenziali.

Nel gennaio del 2015 Renzi era allo zenith della sua fortuna, venendo fresco dal successo delle europee (per cui mi lascia perplesso il fatto che lui scriva di essere stato al centro degli attacchi in quel periodo) e la partita quirinalizia si apriva più che mai sotto auspici renziani. Le voci che correvano tanto negli ambienti politici quanto in quelli giornalistici parlavano effettivamente di una candidatura Amato, ma come candidato comune Renzi-Berlusconi. I più maligni aggiungevano che il disegno del fiorentino era quello di affondare il “dottor sottile” alla quarta ed alla quinta votazione per poi imporre un suo candidato (nella girandola di nomi, ricordo quelli della Mogherini e della Pinotti). Voci, naturalmente, solo voci da prendere con le molle, nulla di poù che vovi.

Fra Natale e Capodanno ci fu una riunione alla Casaleggio, alla quale Roberto mi invitò, per decidere l’atteggiamento da assumere. Ricordo che eravamo in sei: Roberto, Beppe, Pietro Dettori, il sottoscritto e, in collegamento telefonico, Toninelli e Di Maio. Tutti preoccupatissimi del fatto che potesse stabilirsi un rapporto troppo stretto fra Quirinale e Palazzo Chigi o, peggio ancora, una consacrazione del patto del Nazareno con una candidatura Amato, verso la quale nessuno era favorevole. Per cui si valutò l’ipotesi di un eventuale appoggio alla candidatura Prodi se la sinistra Pd e Sel la avessero lanciata.

Ci fu una consultazione on line e Prodi giunse secondo (dopo Imposimato che fu il candidato di bandiera delM5s.). Due anni prima, Prodi era risultato ottavo in analoga consultazione, segno che l’orientamento maturato in quella riunione coglieva umori presenti nella base.

Subito dopo, Roberto chiese ufficialmente al segretario del Pd chi fosse il candidato che avanzavano per il quirinale, ma, sono all’ultimo non venne nessuna risposta.

Io contavo diversi amici personali nel gruppo del Pd, soprattutto risalenti al periodo in cui ero stato consulente della Commissione Stragi prima e Mitrokhin dopo, per cui Roberto mi chiese di andare in “missione ufficiosa” a Roma per sondare “che aria tira” nella sinistra Pd. Lo feci e contattai una dozzina di parlamentari di quell’area, fra cui Pippo Civati, Paolo Corsini e, soprattutto, Miguel Gotor che si sapeva essere la persona più vicina a Bersani. I tre citati li sentii più volte.

Devo dire che:

1. nessuno dei parlamentari tanto dell’area “civatiana” quanto bersaniana espresse alcuna disponibilità verso la candidatura Amato: nulla di personale verso il personaggio che godeva di stima, ma proprio perché la sua candidatura era vista come espressione del Nazareno

2. al contrario, serpeggiava l’idea di una candidatura Prodi in contrapposizione.

Inoltre, bisogna aggiungere che all’epoca la guida della corrente di sinistra non era nelle mani di D’Alema, che si era sdegnosamente rifugiato nella politica internazionale dopo la “rottamazione” nelle politiche del 2013. Inoltre, nell’assemblea di grandi elettori, Forza Italia disponeva di 145 voti e la sinistra Pd di un centinaio circa, pur immaginando una confluenza dei circa 150 voti di Scelta Civica, Socialisti, Area Popolare, Svp ecc, si arrivava si e no a 400, ancora troppo distanti dai 506 necessari per l’elezione ed un patto del genere avrebbe dovuto trovare troppi altri voti. Vice versa, il Pd contava su 442 voti dei quali quasi 340 di area renziana, per cui era molto più plausibile una maggioranza Pd-Fi (quasi 500, cui potevano aggiungersi diversi voti centristi).

Vice versa la candidatura Prodi avrebbe potuto contare sul centinaio di voti della sinistra Pd, sui 145 di Forza Italia e sui 33 di Sel, con un pacchetto iniziale di 278 voti, cui però potevano aggiungersene parecchi altri di estimatori personali dell’ex Capo del Governo sia nel gruppo Pd che in quelli di centro. Inoltre iniziò a circolare la voce (forse solo un dubbio) che anche la Lega, in funzione anti-Renzi, avrebbe potuto far confluire i suoi 36 voti, ma soprattutto, sarebbe stato molto imbarazzante per il Pd schierarsi contro il suo fondatore sostenuto in gran parte da altre forze politiche. A quel punto iniziarono a girare voci per le quali Prodi sarebbe stato nei desiderata della direzione Pd, ma era lui a non essere disponibile perché, si vociferava, fosse più interessato alla Presidenza dell’Assemblea generale dell’Onu.

Fu a quel punto che Roberto, che sentivo costantemente al telefono, ebbe una delle sue trovate: mandò un messaggio a ciascuno dei grandi elettori del Pd dicendo: abbiamo chiesto al vostro segretario il nome di un candidato ma non ci ha risposto, per cui chiediamo a voi di indicarcene qualcuno. Risposero in 9, tutti per Prodi: poca roba, ma fra quei nomi che ne erano due di grande peso, Sandra Zampa e Franco Monaco, notoriamente vicinissimi a Prodi, il che costituiva una implicita ed autorevolissima smentita alla voce dell’indisponibilità di Prodi a candidarsi. Fu a quel punto che Renzi, tempista come sempre, gli va dato atto, sparigliò di colpo i giochi e propose a Bersani ed alla Bindi il nome di Mattarella che poi riuscì al primo colpo.

Ciò detto, non ci permetteremmo mai di dare del bugiardo all’ex Presidente del Consiglio e forse occorre chiarire meglio la vicenda, ma, sulla base di questi ricordi e di questi conti sulla composizione dell’assemblea dei grandi elettori non pare che regga molto l’idea di questo patto fra D’Alema e Berlusconi votato alla sconfitta.

Attendiamo le reazioni degli interessati, per parte mia questo è quello di cui sono venuto personalmente a conoscenza.
Aldo Giannuli




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