giovedì 27 aprile - Oggiscienza

Martine Mystère ha compiuto 35 anni e si è fatto un look 2.0

Per festeggiare il compleanno è nata una miniserie di 12 numeri interamente a colori, un grande romanzo a puntate lungo un anno.

di Marco Boscolo 

L’11 aprile 2017 è arrivato nelle edicole il numero 350 di Martin Mystère, il detective dell’impossibile di casa Bonelli. Nel corso di 35 anni di vita editoriale (il primo numero è dell’aprile del 1982), il Buon Vecchio Zio Martin (BVZM), come viene soprannominato dai fan, si è occupato da archeologo di alcuni dei grandi misteri dell’umanità, quegli stessi che – irrisolti – alimentano credenze pseudoscientifiche, come quelle generate dal mito di Atlantide (che ritorna spesso e volentieri anche nelle storie del BVZM) e di improbabili civiltà aliene.

A farlo amare ad almeno un paio di generazioni di lettori sono state il suo rigore scientifico, dato che Martin non ha mai rinunciato all’esercizio della razionalità, e anche la sua pedanteria, per cui risulta fin da subito come l’amico nerd che ci deve spiegare – bonariamente – sempre tutto. Il tutto condito da un amore per il genere fantastico e un po’ di complottismo globale, che trasuda da ogni storia.

Mentre la serie regolare continuerà a uscire secondo il normale ritmo, per celebrare degnamente questo importante compleanno, la Sergio Bonelli Editore si è lanciata in una sfida nuova: una miniserie di 12 numeri interamente a colori, un grande romanzo a puntate lungo un anno. Alfredo Castelli, ideatore e sceneggiatore del personaggio, ha pensato, però, di non fare un’operazione di rilancio del personaggio così com’è, ma proprio un nuovo sforzo immaginativo e creativo, chiedendosi come sarebbe Martin Mystère se invece di essere nato (editorialmente, perché è un raro esempio di personaggio dei fumetti con un data di nascita precisa: il 26 giugno 1942) all’inizio degli anni Ottanta fosse inventato oggi. Non un reboot, quindi, e nemmeno un remake, ma un nuovo personaggio che mantiene le caratteristiche dell’originale e assume connotati e specificità nuove. Lo racconta lo stesso Castelli in un video di anteprima del numero uno della miniserie, lanciato in occasione di Lucca Comics&Games dello scorso anno:

 

Non più New York City: è Firenze il domicilio del “Buon Giovane Zio Martin” (BGZM), ma stessi capelli biondi, lo stesso fascino sulle donne, sebbene la “fidanzata” (non diciamo niente per noi spoilerare…) della versione 2017 sia tutt’altro che una trophy girl, e in generale il rapporto con l’altro sesso è più evoluto rispetto a trent’anni fa. Tra il cast di personaggi, il grande cambiamento è la scomparsa di Java, l’uomo di Neanderthal che accompagna il Martin originale, che in questa veste del fumetto sarebbe sembrato un po’ troppo d’antan. Viene sostituito da un amico e collaboratore dal passato avventuroso, al punto da sembrare un personaggio uscito da un romanzo di Clive Cussler, ma un po’ meno improbabile.

Sul fronte del protagonista, il Martin Mystère giovane ha lo stesso carattere di quello vecchio: nerd ma di fascino, praticamente onnisciente (e qui sta uno dei limiti del personaggio, non solo della sua nuova versione: potrebbe risultare noioso che sappia sempre tutto) e amante della tecnologia – terrestre e non… – per tentare al meglio di levare il velo di mistero a una serie di enigmi che si tramandano da millenni nella storia. Ritroviamo così gli Uomini in Nero, membri di un’oscura organizzazione che si preoccupa di mantenere lo status quo, ma anche tutto l’armamentario di pseudoscienza tipico della serie: la (non) scomparsa degli atlantidei e della loro avanzatissima tecnologia, i rompicapo che si nascondono dentro alle opere d’arte (a cominciare dallo scomparso dipinto di Leonardo dedicato alla Battaglia di Anghiari), la sete di potere dei nemici di Martin e in particolare delle organizzazioni naziste. Pseudoscienza e pseudostoria (distopica o ucronica) che a tratti lo collocano a metà strada tra i romanzi di Harry Turteldove e Neil Gaiman, con divinità, essere soprannaturali e personaggi storici che convivono nello stesso tempo narrativo.

Giunti al sesto numero della miniserie di 12, l’impressione è che la narrazione (affidata alla prima writer’s room del fumetto italiano) funzioni molto bene, avendo in mente prima di tutto riferimenti cinematografici, con una verbosità nettamente minore rispetto alla serie regolare e il pedale decisamente premuto sull’acceleratore dell’azione. Il percorso narrativo che fin qui si dipana in quasi 600 tavole dà l’impressione che un personaggio che affronta temi complessi come il BGZM (ma varrebbe anche per il BVZM, che non a caso esce in albi più lunghi della norma bonelliana) si giovi dello spazio a disposizione per non dare risposte troppo sbrigative o per comprimere l’azione in poche vignette, ammazzando la costruzione del climax.

Ma l’operazione riscrittura, diciamo così, ha anche aspetti che lasciano perplessi. Perché i vecchi lettori, quelli che conoscono e amano il personaggio, si ritroveranno nel nuovo Martin, ma lo vedranno diverso, come se quel paio di pantofole comode che mettiamo sempre ci dia improvvisamente una sensazione diversa, che non sappiamo capire se è del tutto piacevole. Sul fronte dell’accalappiamento di una nuova schiera di lettori che non hanno già familiarità con il personaggio, invece, alcuni vincoli posti dal voler far rimanere Martin quello di sempre potrebbero essere anche i punti più deboli. Se la narrazione e l’impatto grafico risultano estremamente moderni e contemporanei, oltre che efficaci, il personaggio Martin che è contemporaneamente bello, onnisciente e intelligente, con amicizie importanti e la capacità di muoversi a proprio agio in ogni situazione lo potrebbe anche far risultare un po’ distante. Si tratta forse di un personaggio che per concezione è un po’ «vecchio» che si trova ad abitare un universo narrativo moderno, rischiando in certe situazioni di fare la figura di Java.

Sia per le avventure del Martin “vecchio”, sia per quelle a colori del “giovane”, il pregio principale è che in questi stranimondi lo staff editoriale e gli autori hanno una grande attenzione a permetterci sempre di separare cosa è invenzione e cosa è reale. Lo stesso Martin naviga dentro alle sue storie utilizzando principalmente le armi della ragione (e del metodo deduttivo), della conoscenza e della tecnologia. Si chiede costantemente quale sia il senso morale delle azioni che compie, in un costante dialogo tra il piano personale e quello collettivo della società. Per certi versi è quindi una sorta di ideale di come potrebbe essere un supereroe i cui poteri sono la scienza e la conoscenza.



1 réactions


  • Ravecca Massimo (---.---.---.49) 1 maggio 10:24

    Il più grande artista, che si raffigurò con l’ombra è la luce è Gesù di Nazaret, se la Sindone di Torino è un suo autoritratto di natura miracolosa. Al suo interno contiene la perduta o forse solo nascosta Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci. Tramite la somiglianza del volto contenuto nell’immagine della ferita al costato della Sindone, con il volto urlante del guerriero centrale, Niccolò Piccinino della Tavola Doria che della Battaglia di Anghiari di Leonardo realizzata a Firenze a Palazzo Vecchio nel Salone dei Cinquecento, riproduce La lotta per lo stendardo. Cfr. ebook/kindle. La Sindone di Torino e le opere di Leonardo da Vinci: analisi iconografica comparata.


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