martedì 21 febbraio - Francesco Grano

"Manchester by the Sea": l’incontro tra due anime smarrite dentro se stesse

Alla morte del fratello Joe (Kyle Chandler) avvenuta per arresto cardiaco, Lee Chandler (Casey Affleck) che vive e lavora a Boston come factotum per un condominio, è costretto a tornare a Manchester-by-the-Sea, la sua città di origine. Lee, inizialmente disorientato dall’accaduto, prende in mano la situazione, organizzando il funerale dell’amato fratello e stabilendosi per qualche tempo da suo nipote Patrick (Lucas Hedges), adolescente insicuro abbandonato anni prima dalla madre. A Lee spetta il compito di essere il tutore legale di Patrick, seguendo l’ultima volontà contenuta nel testamento di Joe. Indeciso sul da farsi e incapace di prendere una giusta decisione, Lee si trova costretto a fare i conti con i propri fantasmi interiori, legati ad una grave perdita avvenuta in passato e al divorzio dall’amata moglie Randi (Michelle Williams).

Ci sono storie di anime smarrite, di esseri viventi che durante il percorso della loro esistenza si sono perduti strada facendo. E poi ci sono storie di smarrimenti necessari al fine di poter crescere e maturare, così da poter (ri)tornare sul giusto sentiero che porta dall’immaturità alla maturità dell’età adulta. Quest’ultima è quella posta al centro di Manchester by the Sea (id., 2016), terzo lungometraggio dello statunitense Kenneth Lonergan (sceneggiatore di pellicole come Terapia e pallottole, Gangs of New York e Un boss sotto stress). Classicheggiante e solido dramma in tutta la sua semplicità, Manchester by the Sea è il racconto dello smarrimento interiore ed esteriore di un uomo qualunque, di un qualsiasi americano medio che vive per la sua famiglia e lavora per garantirle il sostentamento necessario. Non c’è un uomo capace di grandi imprese al centro del film di Lonergan, né tantomeno una figura che vive del proprio successo. Il Lee Chandler interpretato con anima e corpo da Casey Affleck è sì il protagonista assoluto di Manchester by the Sea ma rimane un essere anonimo, un volto di provincia tra tanti volti provinciali, che si nutre e si preserva grazie al suo stesso anonimato e all’esilio che si è autoimposto per una pesante colpa (in)diretta.

Ancora una volta, come tanto cinema di genere drammatico ha insegnato, è l’imprevista e repentina dipartita di qualcuno (in questo caso un fratello) che porta i personaggi a scontrarsi nuovamente con la cruda realtà, con quella quotidianità fatta di doveri e obblighi da cui si rifugge poiché ancora non pronti fino in fondo ad affrontarli. Manchester by the Sea è l’incontro/scontro tra Lee e l’inimmaginabile ruolo di padre putativo nei confronti di suo nipote, ragazzo sveglio ma travolto dal corso degli eventi. È solo grazie a questa convivenza (in qualche modo) forzata che i due protagonisti di Manchester by the Sea si conoscono, facendo riaffiorare a galla tutte le loro debolezze. Solo tramite la conoscenza è possibile capacitarsi che il loro è l’incontro tra due anime smarrite dentro se stesse, una collisione esistenziale voluta dal destino e mirata a risvegliare entrambi dal torpore delle loro stesse vite.

Il rapporto “padre-figlio” che si instaura al centro di Manchester by the Sea non è il tradizionale e archetipico sfoggio del ruolo genitoriale/gerarchico ma, piuttosto, è una relazione simbiotica e di crescita per tutte e due le parti che condi(vivono) lo stesso e identico microcosmo: Lee si deve (ri)scoprire padre improvvisato per diventare (finalmente) un uomo maturo obbligato a liberarsi per sempre dall’enorme fardello di aver fallito già una volta come padre e come marito, di mettere a tacere quel suo animo rissoso legato al dolore di una precedente vita vissuta e poter uscire dall’alienazione e dall’isolamento. Patrick, invece, deve abbandonare le insicurezze, le paure e le ansie legate alla mancanza di una vera idea di vita, così da poter diventare anch’egli un giovane uomo che si affaccia verso l’età adultà. Solo così è possibile alzare la testa, guardarsi rispettivamente negli occhi e comprendere, finalmente, che il processo di maturazione è completo, in modo tale da accettare l’esistenza e tutte le sue relative mille sfaccettature.

Altamente introspettivo ma non psicologico, Manchester by the Sea è un lungo atto unico intimo e personale, epurato da ogni orpello stucchevole di genere che, grazie a una sceneggiatura non prevedibile e una regia altamente funzionale alla storia, apre gli occhi sulle seconde possibilità nella (e della) vita, su quelle seconde chance che capitano solo una volta, capaci di far (ri)trovare il proprio ruolo nel mondo una volta cresciuti.




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