lunedì 15 maggio - Riccardo Noury - Amnesty International

Libia, almeno 6 rapimenti di civili al giorno

Oltre sei al giorno, secondo i dati del ministero dell’Interno. Ma siccome le famiglie che non sporgono denuncia per timore di rappresaglie sono molte, il numero dei sequestri di persona in Libia potrebbe essere molto più alto.

Già quel dato ufficiale ci dice chiaramente quanto l’assenza dello stato di diritto stia alimentando il caos e l’illegalità e mettendo in pericolo i civili. Qualcosa di cui, dolorosamente, abbiamo conoscenza anche in Italia.

Dal 2014, soprattutto nella Libia occidentale, sono scomparse centinaia di persone.

Una delle ultime in ordine di tempo è Salem Mohamed Beitelman, docente di Ingegneria marittima presso l’Università di Tripoli, rapito il 20 aprile mentre si stava recando al lavoro. La sua automobile è stata rinvenuta abbandonata, alle 10 di mattina, poco lontano dalla sua abitazione. Tutti i tentativi di rintracciarlo, da parte dei familiari, non hanno avuto esito.

Il quartiere di Siyyad, dove Salem Mohamed Beitelman è stato rapito, è sotto il controllo di numerose milizie, alcune delle quali dovrebbero teoricamente operare sotto il controllo dei ministeri dell’Interno e della Difesa. Nessuna milizia ha finora rivendicato il rapimento e non è chiaro quale milizia stia tenendo Salem Mohamed Beitelman sotto sequestro.

Le preoccupazioni per Salem Mohamed Beitelman derivano anche dal suo stato di salute, per il quale il rapito ha bisogno di costanti cure mediche.

Il caso di Salem Mohamed Beitelman è emblematico del costante pericolo rappresentato per i civili dalle milizie, che continuano a terrorizzare la popolazione con una brutale campagna di rapimenti.

La maggior parte dei rapimenti è eseguito allo scopo di estorcere il più alto riscatto possibile, ma in altri casi vi si ricorre per negoziare scambi di detenuti o per ridurre al silenzio oppositori, giornalisti e difensori dei diritti umani che hanno denunciato l’operato delle milizie. Persone sono state rapite a causa della loro presunta opinione politica o affiliazione tribale oppure perché percepite come benestanti.

I gruppi armati e le milizie in lotta tra di loro commettono gravi violazioni dei diritti umani nella pressoché totale impunità. Anche quelle che operano alle dipendenze o sotto il comando dei ministeri dell’Interno e della Difesa del governo sostenuto dalle Nazioni Unite non sono sottoposte ad alcuna supervisione da parte delle autorità centrali.

Amnesty International continua a chiedere alla Corte penale internazionale, che ha affermato di voler dare priorità nelle sue indagini ai crimini commessi dai gruppi armati, di prendere in esame i crimini commessi da tutte le parti in causa a partire dal 2011. Finora, non vi è stata alcuna indagine degna di questo nome sui crimini commessi dai gruppi armati affiliati ai governi succedutisi in Libia.

Quanto alla comunità internazionale, sarebbe importante che nei negoziati con le varie milizie e tribù e coi gruppi politici libici venisse posto sul tavolo il fenomeno dei rapimenti. Ricevere finanziamenti mentre contemporaneamente ci si arricchisce chiedendo riscatti per i sequestrati non farà altro che alimentare ulteriormente il ciclo dell’impunità.




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